Abbiamo ripreso The Waiter, il primo disco ufficiale di Dani Faiv, e ci ha ricordato molto un film particolare, Big Kahuna.

Big Kahuna è un cult movie del 1999, tratto da una piece teatrale intitolata Hospitality Suite di Roger Stuff, e che vede come protagonisti Kevin Spacey, Danny De Vito e Peter Falcinelli.  Come si può facilmente intuire, la trama è una vera e propria messa in scena teatrale, con l’intera pellicola che si svolge all’interno di un hotel in Kansas. I tre protagonisti della commedia lavorano per un’azienda di lubrificanti in veste di venditori e si trovano lì per incontrare alcuni clienti molto importanti, tra i quali ne figura uno in particolar modo che potrebbe rappresentare il più importante dell’intera storia aziendale.

Più che dalle azioni, Big Kahuna è un film tenuto in piedi dall’attesa costante di un qualcosa che sembra non arrivare mai, e che viene raccontato dalle differenti prospettive dei tre protagonisti. Kevin Spacey è il più personaggio più esperto e fiducioso, convinto che l’affare del secolo sia proprio lì a portata di mano, Danny De Vito è il dipendente più longevo, ormai logorato dal tempo e dai fallimenti, che hanno raddoppiato i successi, ed – infine – abbiamo Peter Falcinelli, il quale si affaccia per la prima volta in questa tipologia di ambiente con ingenuità e trasparenza, che vengono a loro volta contaminati dalle caratteristiche dei colleghi e viceversa.

Parliamo così di un’attesa complessa ed inquieta, la stessa che Dani Faiv ha messo a suo tempo dentro The Waiter, il suo esordio ufficiale in collaborazione con Machete Records. Dani è uno di quegli artisti che in redazione abbiamo ascoltato sempre con piacere, apprezzandone la versatilità e riconoscendone una credibilità non scontata ai tempi d’oggi, già dai tempi di Teoria del Contrario.  Lungo tutto il disco, Dani è riuscito a dar voce alle diverse personalità che tiene dentro, alternando momenti più festosi e friendly – che tutti ora sono abituati ad etichettargli – ad altri molto più cupi e riflessivi.  Questo articolo nasce infatti dalla voglia di sottolineare come Dani Faiv non sia soltanto Game Boy Color e Fortnite, ma molto di più.

In Affogare, uno dei brani più validi del disco, Dani accenna proprio a questa contesa interiore che riaffiora in lui ad ogni occasione, descrivendo quattro caratteri differenti dentro la sua testa che si danno i turni a seconda della situazione, da quello più sensibile sino a quello più cinico. Sdoppiamento che accade anche in altri brani, come quando in Sorrisi di Plastica afferma: “Ho un lavoro, una m*rda, ma meglio che sentirsi Rambo” mentre qualche brano più in là, in Wow, si smentisce: “andare a lavoro e sorridere agli altri, fanc*lo è più pratico Rambo”.

The Waiter di Dani Faiv è un’altalena di emozioni, proprio come lo è Big Kahuna, che durante il suo svolgimento si rivela molto più che una pellicola poco impegnata. Le continue conversazioni che si alternano tra i protagonisti del film non sembrano altro che appartenere alla stessa visione d’insieme, influenzata però dagli stati d’animo, dallo scorrere del tempo e dai risultati ottenuti. Gli stessi fattori sviscerati in The Waiter, che già dal titolo ci fa intuire come Dani non voglia nascondere la sua duplice natura che lo vede vestire i panni del cameriere di giorno e quelli del rapper di notte.

Le due personalità non sono separate, ma convivono e si rendono necessarie l’una con l’altra. Il lavoro umile serve a poter garantire quel minimo di indipendenza, per potersi permettere di andare in studio a registrare sognando un futuro diverso. L’attesa. Le frustrazioni ed i pensieri che alla luce del sole non possono uscire fuori per motivi disciplinari, prendono vita  all’interno del disco nei modi più disparati, utilizzando l’ironia, delle metafore fuori di testa o avviando dei monologhi con sé stessi ai limiti della razionalità.  Ed è esattamente ciò che accade nel film, con un continuo prevalere delle diverse personalità in gioco, ognuno motivata da fattori differenti, dove ragione e torto continuano ad annullarsi senza sosta.

Non so per quale assurdo motivo, ma nello stesso momento in cui ho avuto il piacere di riprendere The Waiter e ne approfondivo sfumature e colori (specialmente quelli cupi), mi rendevo conto che la teoria del Big Kahuna era presente dappertutto, non esplicitamente, ma disseminata ovunque, nelle infinite barre che Dani ha cacciato dentro il disco.  Perché The Waiter non è mai un disco veramente triste, e mai veramente felice. È un disco aperto al futuro, con un Dani che è fiducioso in questa cosa del rap, l’unico mezzo in grado di farlo svoltare nonostante tutte le difficoltà che gli si sono poste davanti. Atteggiamento riassunto nello splendido monologo finale del film, che racchiude proprio l’essenza del disco di Dani e preannuncia ciò che da lì a poco sarebbe diventato, un artista consapevole di ciò che fa, padrone del proprio destino e noncurante del parere altrui.

A proposito, qualche giorno fa lo stesso Dani ha postato su Instagram una foto che testimoniava di aver tolto le sue treccine colorate, simbolo di questo nuovo periodo. Forse Dani sta tornando, ispirato da nuovi film o – chissà – dalla nuova piega che ha preso la sua vita. Inoltre, mi piacerebbe segnalare che lo stesso artista, in occasione della nostra intervista realizzata per l’uscita di Fruit Joint, ha proprio inserito Big Kahuna nella sua lista dei tre film preferiti. Chissà se la sua nuova musica assumerà – in incognito – le sembianze di qualche altra pellicola a lui cara. A noi piace credere di sì.

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.