Father of Asahd è l’undicesimo album di DJ Khaled: qual è il nostro verdetto?

DJ Khaled è sicuramente uno dei personaggi più controversi dell’industria musicale. Il noto produttore si è fatto notare in questi anni per l’uso smodato dei social media: vi basti pensare che, nel 2016, ha trasmetto in diretta la nascita del figlio Asahd. Proprio lo stesso bambino che ora è fatto oggetto di una strumentalizzazione molto criticabile: il padre gli ha aperto un profilo Instagram, lo ha accreditato come produttore esecutivo insieme ad Allah (!) e immortalato sulla cover.

La promozione di Father of Ashad è stata a dir poco martellante: infiniti post e storie sui social, accordi con marche di integratori per smerciare una copia del disco insieme ad ogni articolo venduto e tanto altro.

Tuttavia, a noi viene chiesto di giudicare la musica e cercheremo di farlo prescindendo da questo teatrino che costituisce comunque parte integrante della carriera musicale di DJ Khaled.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

ANTHEMS ONLY! TOP TO BOTTOM! This one’s special! Another One! This one’s personal! #FATHEROFASAHD MIDNIGHT

Un post condiviso da DJ KHALED (@djkhaled) in data:

Khaled non è un volto nuovo per il music biz: risale infatti al 2006 il suo debutto da solista, dopo aver fatto il dj della Terror Squad di Fat Joe. Sono seguiti altri dieci album e numerose hit, ma è soltanto con gli ultimi due dischi (Major Key, 2016 e Grateful, 2017) che DJ Khaled è diventato una vera potenza commerciale: Major Key è stato il primo suo lavoro ad essere certificato disco d’oro dalla RIAA, mentre Grateful lo ha superato conquistando una placca di platino.

Father of Asahd è il primo progetto pubblicato per la Roc Nation di Jay-Z e le aspettative erano davvero alte. Questo non solo per l’hype creato dallo stesso DJ Khaled, ma anche a causa di quello cui ci aveva abituato: album ricchi di ospiti combinati tra loro in maniera magistrale.

L’album di Dj Khaled ha deluso le nostre aspettative.

Stiamo parlando di un disco anonimo che non riesce a brillare per originalità e far risaltare le star ospiti di Khaled. Non mancano momenti degni di nota come la traccia gospel con Nipsey Hussle (Higher) o quella che vede Beyoncé vestire i panni della rapper (Top Off). Da notare anche Jealous con Weezy, Chris Brown e Big Sean, che di certo entrerà presto in rotazione nelle radio americane. Infine anche Just Us con SZA merita una menzione d’onore grazie al sample di Ms Jackson degli Oukast.

Tuttavia, questi momenti sono oscurati dal resto: la caotica Holy Mountain lascia l’ascoltatore alquanto smarrito di fronte ad un’improbabile alternanza di parti trap e reggae. Wish Wish ci ripropone la coppia Cardi B-21 Savage, già sentita altrove (Bartier Cardi), mentre No Brainer è la copia di un’altra vecchia hit di DJ Khaled (I’m The One). Altre occasioni sprecate sono Weather the Storm e Big Boy Talk: nella prima, l’ottima presenza di Meek Mill viene rovinata – secondo chi scrive – dal contributo di Lil Baby e, nella seconda, le barre di Rick Ross e Jeezy sono praticamente gettate sul beat senza ritornelli, intro od outro.

DJ Khaled non ha saputo osare come negli ultimi due album in termini di suoni: ha preferito infatti puntare sui grandi nomi e sui generi che dominano radio e classifiche di questi tempi. Tuttavia, il difetto più grande di questo album è dato dal fatto che DJ Khaled non è riuscito a connettere tra loro gli ospiti e a creare i tormentoni che ne hanno sempre rappresentato il punto di forza.

Il risultato? Un album piatto messo insieme soltanto per fare numeri. Peccato perché da DJ Khaled ci si aspetta ben altro.

Commenti