La subcultura Hip-Hop dagli Stati Uniti all’Italia.

L’Hip-Hop è la nostra vita; siamo morbosamente attratti da questa cultura che scandisce i nostri ritmi quotidiani.

Cultura o subcultura?

“iN sociologia ed antropologia, una subcultura è un gruppo di persone che si differenziano dalla cultura piu’ ampia di cui fanno parte, perchè accomunate a credenze e visioni del mondo che, di solito ma non necessariamente, ruotano attorno alla stessa etnia, classe sociale, eta’ anagrafica, appartenenza di genere e credo religioso o politico”

Simone Nigrisoli, giovane giornalista valdostano, affronta l’argomento da un punto di vista politico e socio-culturale nel suo ultimo saggio Walk this Way, edito Europa Edizioni. Centoquaranta pagine circa, enciclopedia “rappusa”. Un’interessantissima lettura utile per approfondire l’hip-hop: caleidoscopica entità astratta troppe volte relegata a limitative, e spesso inesatte, definizioni pseudo accademiche.

L’opera è suddivisa in tre parti principali: la prima si focalizza sulla definizione di subcultura in un’ottica sociologica ed antropologica. Le restanti due sono invece incentrate sull’evoluzione  e sulle caratteristiche  della subcultura hip-hop americana, sulla musica rap nonché sul movimento hip-hop italiano ed europeo, con particolare riferimento al concetto di glocalizzazione.

La lettura è caldamente consigliata a tutti coloro che fossero intenzionati ad approfondire quello che – probabilmente, tra tutti – fu il movimento (sub)culturale con maggiore diffusione su scala globale. Degne di nota anche le interviste realizzate a tre esponenti  “di spicco” della realtà hip-hop nostrana: IceOne, gli Assalti Frontali e gli ATPC. Grazie a simili testimonianze è facilmente ripercorribile la spirale che comportò una diversa assimilazione ed elaborazione, nello Stivale, dei valori e dei paradigmi culturali maturati oltreoceano.

Sarà che fin da età adolescenziale mi è stata impartita un’educazione di matrice marxista, ma ho sovente nutrito un amore platonico verso tutte le subculture. In particolare, mi ha sempre affascinato la loro capacità di interruzione del processo di normalizzazione – come ben sottolineato da Simone Nigrisoli ad inizio opera – riconducibile al concetto egemonico gramsciano. Troppo spesso però sembriamo scordarci che originariamente, in America, l’hip-hop non nacque con l’intento di contrastare il potere ed i modelli culturali dominanti, e nemmeno con il fine di provocare la società mediante l’esibizione di un determinato tipo di abbigliamento. E parimenti alimentiamo un senso di disprezzo verso tutti quegli artisti che riteniamo essersi “venduti al mercato musicale”, quando in realtà la storia insegna che l’esposizione mediatica è sempre stata componente essenziale per la diffusione e la sopravvivenza del movimento.

Mi conceda il lettore di poter definire l’elaborato di Nigrisoli “rivoluzionario” sotto questo punto di vista. Ritengo infatti questa essere la prima lettura che – analizzando dettagliatamente il fenomeno da un punto di vista socio-culturale – evidenzia la distopica rappresentazione cui l’hip-hop è stato succube in Europa, ma sopratutto in Italia, nel corso di tutti questi anni. Walk this Way scardina dogmi – errati – ormai radicati nella penisola, tenta di fornire una spiegazione politica sulla formazione delle posse nel Bel paese e spiega perché la Zulù Nation non abbia trovato, diversamente che in America, l’ideale humus culturale per attecchire.

“LE Subculture in Italia erano molto piu’ conflittuali di quelle in america. qua eravamo incazzati con il sistema e con la societa’. inoltre il messaggio di pace ed amore era un invito a superare la guerra tra le gang, che qui non abbiamo mai avuto. diciamo che questo messaggio lo abbiamo capito molto dopo”

(Assalti Frontali)

Simone Nigrisoli offre al lettore più curioso la possibilità di documentarsi circa quali furono i centri urbani in cui il fenomeno potè svilupparsi più facilmente, tenendo parallelamente conto del contesto culturale pregresso e dei principali protagonisti che contribuirono all’accrescimento dell’hip-hop grazie al proprio fervore. Non è un caso che il giornalista valdostano sia recentemente stato invitato in qualità di ospite in diversi atenei universitari per presentare la propria opera, oltre che accaparrarsi le prime pagine dei principali quotidiani nazionali.

Walk this way è riuscito a scalfire il duro animo di un (testardo) purista quale il sottoscritto. Chissà che in voi non accada altrettanto.

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