Faccia a faccia con 40, il primo disco di Quentin40.

Tra tutti i nuovi artisti emersi negli ultimi anni, Quentin40 è stato uno di quelli più sorprendenti, sia per quanto riguarda l’approccio al testo, sia per la capacità di abbinare fin da subito questo stile con un immaginario ben preciso.

La sua partenza è stata, rispetto a quella di altri rapper, meno fulminea ma a ben vedere sempre molto costante con una serie di hit da strada (Giovane1, Scusa Ma e Giovan8) che sono riuscite a costruirne l’immaginario. Queste canzoni – più che la hit blockbuster Thoiry Rmx con Achille Lauro e Gemitaiz – sono state il suo trampolino di lancio. Il tanto acclamato remix è stato, a ben vedere, forse più utile per Achille, che è riuscito (attraverso le gestione del brano) a raggiungere una fetta di pubblico molto più ampia. Proprio per questo l’uscita di 40 è stata accolta con molto piacere da parte del suo pubblico, che non aspettava altro che il disco a suggellare il suo percorso di ascesa nel rap game italiano.

Le domande e i dubbi che infatti accompagnavano questa uscita erano molti, uno su tutti regnava sovrano però: che veste avrebbe assunto il giovane rapper romano, avrebbe mostrato una vera e propria maturazione artistica o sarebbe rimasto quello delle parole tronche?

La risposta non è univoca e questo esordio non riesce a rispondere a pieno a tale quesito. Ma partendo dal principio: la prima cosa che salta all’occhio in questo lavoro è la tracklist, e non è troppo un bel vedere. Infatti il buon Quentin ha fatto un gioco abbastanza comune ma non troppo apprezzabile, mettendo nella tracklist cinque brani già editi (Giovan8, Luna piè, Scusa Ma, Giovane1, Farenhait), a cui si aggiunge un singolo rilasciato qualche settimana prima, Tiki Taka.

Il materiale davvero nuovo che gli ascoltatori hanno trovato all’uscita del lavoro, si riduce a sette brani su tredici, un po’ pochino. Tuttavia, senza voler essere troppo polemici, in un momento storico in cui la formula album si stanzia su dischi brevi da poche tracce, ci può anche stare.

Di conseguenza, già dalla tracklist, senza ancor aver parlato del lavoro in sé, si capisce come il rapper abbia puntato ad una riconferma di quanto di buono fatto fino ad ora, piuttosto che lanciarsi in sterzate improvvise o cambi di direzione.  E in tal senso la formula ripaga, con un disco che scorre bene: è compatto, dinamico, non stanca durante l’ascolto e non fa venire voglia di saltare da una traccia all’altra perché alcune sono più o meno utili delle altre. Stesso discorso per il lavoro di Dr. Cream, che consegna al rapper un impianto sonoro di tutto rispetto, con produzioni sempre varie ma efficaci. Si passa infatti dall’afro trap, al rap più classico, da atmosfere più cloud a momenti più leggeri.

Davvero apprezzabile la prima traccia Botti, dove il rapper dimostra di poter rappare tranquillamente in modo canonica senza per questo essere scontato o stupido. Allo stesso modo della gestione dei featuring, dove viene lasciato spazio ad un solo grande nome come quello di Fabri Fibra. Il loro sodalizio artistico replica quanto di buono era già stato fatto vedere nella loro precedente collaborazione, Se ne va, e va ad impreziosire un disco che in questo modo sembra benedetto dal rapper di Senigallia.

Per il resto, come già detto, il lavoro non si discosta troppo da quanto era stato fatto fino ad ora, con Quentin40 che si dimostra un abile liricista, con diversi flow, giochi di parole, incastri e un ottima gestione della sua peculiarità artistica: le parole tronche – una skill da cui molti rapper anche più grossi hanno preso spunto. Proprio questo dettaglio era un punto cruciale nella creazione del disco, perché se avesse ecceduto nel suo utilizzo, il disco avrebbero rasentato il limite del ridicolo e dell’incomprensibilità. Tuttavia questo non accade, con un dosaggio opportuno e oculato di questo trick che serve ad impreziosire una scrittura e un flow che di per se viaggiano già con sicurezza.

Alla luce di tutto ciò il disco si può considerare come di base già realizzato, e con obbiettivo centrato da un punto di vista artistico (ed è facile immaginare che lo sarà anche da un punto di vista di vendite). Rimane in sospeso la domanda inziale: Q40 è ancora quello delle parole tronche o è davvero maturato?

Da questo lavoro non emerge ancora una vera risposta, la paura di lanciarsi troppo lo ha portato a concepire un disco che è più una raccolta di quanto visto fino ad ora, una sorta di best of, piuttosto che uno strumento vero e proprio di comprensione del suo autore. E lo stesso materiale inedito non si discosta in modo radicale da quanto visto fino ora, stazionando in zone che l’autore conosce già alla perfezione e su cui è già a suo agio. Di conseguenza la linea sottile sulla quale cammina – quella che sta a metà tra l’essere ancora un emergente o un artista che gioca davvero tra i grandi – non si è spostata di un centimetro. Certo, il disco d’esordio è sempre un rischio ed è anche comprensibile il desiderio di voler raccogliere quanto seminato fino ad ora, ma insomma, una punta di coraggio e spregiudicatezza in più non sarebbe stato un problema. Poco male, avrà tutto il tempo per rifarsi e mostrare al suo pubblico quanto possa essere forte.

Insomma, Quentin40 è ancora lì, la sua strada non si è ancora trasformata in un sentiero che porta verso l’affermazione più completa, catapultandolo nel mondo dei giganti; ma non si è neanche ristretta, riportandolo sulle panchine. E per il momento forse va anche bene così.

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Brianzolo trapiantato a Venezia per motivi scolastici, studente per necessità, scrivo di rap per passione. Non conosco differenze tra undeground e commerciale, ma mi sveglio ascoltando Nas e mi addormento con Kanye nelle cuffie e pensando alle Kardashian.