Rapper italiani lontani dalle metropoli.

In principio fu il Bronx, poi vennero Brooklyn e il Queens. La metà degli anni ’90 diceva Los Angeles, poi fu il turno di Detroit, Chicago e, ora, di Atlanta e le metropoli del Sud. Il rap, già dalla sua fase embrionale, si è formato, è sbocciato e poi maturato in contesti metropolitani. È l’America dei projects e delle aree suburbane. La sua retorica e la sua forza comunicativa si sono formate pienamente in questi contesti, raccontandone la voglia di uscirne, usando la musica per ribaltarne le contraddizioni. In Italia anche è stato in parte così. Soprattutto in una fase iniziale il rap italiano ha dato voce principalmente ai centri più grandi: Bologna nei ’90, Roma, Napoli e su tutte Milano, diventata, per una congiuntura di motivazioni, un po’ la capitale del rap nostrano.

C’è, però, una grossa parte del Belpaese che con le grandi città – che, ovviamente, spesso non lo sono se paragonate a quelle americane – ha poco a che fare. È la realtà di provincia, quella che, numeri alla mano, interessa maggiormente la nostra nazione. Sommando la popolazione delle città italiane che superano i 500 mila abitanti, infatti, abbiamo poco più di 7 milioni di persone concentrate nei principali centri. E i restanti 60 milioni e passa?

La realtà dei projects americani è molto diversa da quella del nostro rap di provincia - Rapologia.it

Il grosso della nostra popolazione cresce lontano dalle città più importanti numericamente che, automaticamente, diventano anche i principali centri culturali del Paese. La questione, così, investe inevitabilmente anche la musica. In Italia, oltretutto, il rap non è mai riuscito a raggiungere lo status – che ha invece negli USA – di genere musicale di riferimento per quei ragazzi cresciuti in aree suburbane o periferiche e in contesti metropolitani popolari. Solo recentemente, girando per i quartieri popolari di Napoli, ad esempio, capita di ascoltare un po’ più spesso Sfera e compagnia, ma i cantanti più ascoltati restano i neomelodici. E no, non c’è bisogno di citare Gomorra per averne riscontro.

Ma, allora, il rap italiano come ha raccontato la realtà di provincia? Ovviamente non si può dare una risposta univoca, semplicemente perché le province italiane non sono tutte uguali tra di loro e perché la sensibilità degli artisti non può essere la stessa. Ci sono però delle costanti.

In principio fu Fibra

Il rapper italiano di provincia per eccellenza non può non essere lui: Fabri Fibra, al secolo Fabrizio Tarducci da Senigallia. Certo, ora è in pianta stabile a Milano, ma il rapper marchigiano, soprattutto nei primi dischi, ha espresso in maniera evidente quel disagio che deriva dal sentirsi dimenticati, persi in un posto in cui nessuno va mai a guardare, capaci e determinati ad emergere, ma tirati giù da una realtà pesante. Lo spazio per la riflessione sul proprio ambiente è costante in Sindrome di fine millennio e Turbe giovanili. Poi sembra restringersi, come se fosse soffocato, stretto tra pareti doppie e sempre più vicine. Da questa sensazione viene fuori quell’urlo folle che è Mr. Simpatia, che proietta Fibra definitivamente in un raggio nazionale, non più confinabile. È che quello che cerchi non c’è nella tua città e lo dice a grandi lettere in In Quanti, per far capire quanto l’orizzonte fosse necessariamente più ampio rispetto a quello di una cittadina di poche migliaia di abitanti. Anche il mare smette di essere quella fonte di spensieratezza che è sempre stato nella musica italiana. Anzi, in Da che mondo è mondo parte da un’afosa estate sul lungomare per darci un ritratto fedele, realistico e inconsapevole – le due caratteristiche sono tra loro connesse – della sua realtà provinciale. C’è noia, c’è la necessità di trovare qualcosa da fare, c’è la chiusura mentale che opprime, reprime e porta ad esplodere. Da lì in poi, infatti, Fibra esplode – questa volta mediaticamente parlando – e si fa adottare dalla grande città. Quella per cui Ti basta andar via di qua per essere un’altra persona. E, infatti, Senigallia dalla sua discografia successiva quasi scompare.

Claver Gold e Tofare

Tra Senigallia ed Ascoli ci sono 150 chilometri e le dimensioni delle due città sono molto simili. Il mare non c’è più, l’estate resta afosa, ma a renderla ancora meno sopportabile ci sono i palazzoni di Tofare, quartiere popolare nel quale cresce Claver Gold. La prospettiva infatti cambia: vuoi per una sorta di condizionamento ambientale, vuoi – soprattutto – per la diversa sensibilità del classe ’86, i toni si fanno ancora più cupi.

“La provincia che mi demotiva
Faccio un giro anche se poi non mi va, anche se non c’è vita
anche se in cima ci arrivano i più forti, potevamo essere noi ma tu non mi ascolti
Ho consumato notti inseguendo un’idea cantavo in certi posti, la gente rideva”

Il senso di fondo, però, è lo stesso: la consapevolezza di avere intorno un nulla sprezzante e, invece di uniformarcisi, provare a uscirne grazie alla propria arte nonostante la zavorra dell’incomprensione altrui.

Spalle larghe

Scontrarsi con le carenze dell’ambiente di provenienza può, però, essere uno stimolo. Il riferimento temporale è quello dell’era pre-esplosione di internet, in cui centro e periferia – sia fisici, che culturali – erano ancora più distanti tra loro. Crescere in una situazione simile può portare a prendere i pochi input disponibili e a rielaborarli, passandoli al setaccio del proprio gusto e delle proprie idee. Una storia emblematica di tutto ciò è quella di Ghemon, recentemente visto a Sanremo, venuto su nell’Avellino post-terremoto. Il capoluogo irpino, come le altre città della Campania, vive la situazione particolare di orbitare intorno a Napoli, un centro che, già di suo, segue direzioni particolari rispetto alle altre grandi città italiane. Per un ragazzo degli anni ’80-’90 dell’Irpinia arrivano da lì le poche informazioni, ma sono rarefatte. L’unico modo per farsele bastare è costruirci sopra un mondo proprio usando la fantasia. Questo è quello che ti tocca se vuoi fare rap in una provincia del sud Italia degli anni ’90.

“Chiedevo Aelle ogni mese nell’avellinese vuoto totale ogni scaffale
in seguito capii che era un giornale bimestrale”

Anche l’ovvio non è così scontato, ma forse è proprio questa difficoltà che l’ha portato a creare uno stile che rimane unico e particolarissimo nel panorama italiano.

ghemon

Venire dalla provincia, nelle storie del rap italiano, diventa quasi un marchio, qualcosa che rimane col tempo. La scalata è quasi fisica, l’avvicinamento al centro è fatto a spintoni: dimostri prima di essere il più bravo tra i tuoi, in un ambiente ristretto ma più aspro, e poi sei pronto per la metropoli e le sue luci. È esattamente questo quanto fatto da Egreen, partito da Busto Arsizio in provincia di VA, dove i wack MC’s vengono uccisi everyday e accolto poi da Milano e consacrato come uno dei top spitter dello stivale. La piccola città diventa così sinonimo di gavetta, di piccoli locali e di poche persone interessate a questa musica. Proprio questo, però, in alcuni casi abbina il talento alla determinazione fortificandolo, così da renderlo apprezzato ovunque.

“Abbiamo preso per le corna a caldo sta provincia guardandola in faccia,
dicendole: mi dispiace zia,
non sei tu né sta gente a scrivere la vita mia”

Niente in dolce, tutto guadagnato sul campo di provincia facendo il rap.

Ma la situazione ora qual è? Con internet e i social – iniziare una frase così mi rende automaticamente un over 50 – confini e distanze si sono fatti fluidi e facilmente percorribili e parlare di rap di provincia è più difficile. La velocità della comunicazione permette di fare prima quel salto verso i grandi centri. Capo Plaza è l’esempio perfetto di ciò: partito giovanissimo da Salerno si è subito imposto nei confini nazionali. Le differenze diventano meno marcate, il problema della reperibilità delle informazioni non c’è più, le mode di Corigliano Calabro sono le stesse di Milano. La sete di farcela nonostante il deserto attorno: quella, a dispetto di tutto, resta sempre uguale. Aperti verso il mondo, con il rap in provincia.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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