Abbiamo avuto il piacere di realizzare un’intervista a Picciotto, rapper siculo che il prossimo 15 marzo pubblicherà l’album teRAPia.

Gli artisti che mi piacciono di più sono quelli come Christian Paterniti, in arte Picciotto. Persone che hanno davvero a cuore la musica e la cultura hip hop, utilizzando questo potente mezzo per migliorare gli altri, oltre che sé stessi.

Ho avuto modo di scambiare due parole con questa fantastica persona, prima che artista, che di lavoro fa l’operatore sociale. Non canta di macchine e soldi, ma di disagio e di mafia. Picciotto si cala nella realtà analizzandola in tutti i suoi particolari. È socialmente e politicamente impegnato, caratteristica insolita per la maggior parte degli artisti odierni. Ha da poco vinto il premio Musica contro le mafie, promosso dall’associazione Libera.

Il prossimo 15 marzo darà alle stampe un album, interamente prodotto da Mandibola Records, che definirlo “sperimentale” è un eufemismo. Trap che si mischia al neomelodico, ed il connubio è meravigliosamente funzionale.

Parlare con Christian mi ha fatto diventare grande, se questa frase ha ancora un significato. La sua musica mi ha fatto viaggiare tra i ricordi e mi ha messo nella condizione di pormi delle domande su di me e sulla realtà che mi circonda. Consiglio vivamente al lettore di leggere le poche righe sotto riportate, potrebbe essere una magnifica occasione di accrescimento personale, oltre che culturale.

Comincerei questa intervista chiedendoti di illustrarmi il tuo background culturale ed artistico: come ti sei avvicinato al rap e quali sono stati i tuoi modelli di riferimento?
«Il rap non è stato il mio “primo amore”, bensì il raggaemuffin. Poi arrivò il rap, cui mi avvicinai tramite la politica. Fu così che scoprii i Sick City Posse, gli Assalti Frontali, gli Ak 47, ed i 99 Posse che posso considerare artisti fondamentali per quanto attiene il mio percorso artistico e culturale. Spinto da questi influssi sonori divenni in seguito membro, nel 2003, del collettivo Gente Strana Posse».

Perdona l’off-topic, ma non posso nasconderti il mio passato da nerd. Sbaglio o la copertina di teRAPia ricorda GTA Sant’Andreas?
«Si, esattamente. Le grafiche dell’album sono state curate da Prenzy, che ha realizzato l’intero booklet seguendo questo stile. L’obiettivo era quello di riuscire a descrivere una sorta di personale “delirio terapeutico”. Prenzy ha compiuto un lavoro fantastico, riuscendo a descrivere i vari mood e gli stati d’animo di Picciotto».

Ho ascoltato Lividi, brano musicalmente dinamico ma che in realtà racconta una storia dai risvolti assai più cupi. Volevo domandarti: hai visto per caso Sulla mia pelle? Inoltre, correggimi se sbaglio, all’interno del pezzo può notarsi un implicito riferimento al caso Pinelli?
«E’ un pezzo che azzarderei a definire jump. Credo che esso riassuma perfettamente come dovrebbe suonare, oggi, la musica militante. Ho ovviamente visto il film anche se, onestamente parlando, non posso dire mi abbia entusiasmato o colpito più di tanto. Direi che mi ha soltanto “smosso lo stomaco”. Dopo averlo visto ho subito contattato Bonnot, Zulù e Davide Shorty.

È una di quelle pellicole che funge da monito per gli spettatori: il messaggio sottinteso è che “potrebbe succedere ancora, proprio a te”. E sì, confermo, c’è un voluto riferimento al caso Pinelli».

L’articolo 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali o sociali”. Casi come quelli di Cucchi in realtà sembrano smentire il precetto costituzionale. All’interno del brano sono presenti le frasi: “Se lo amore lo insegnassero a scuola” ed “evitare che il paese rimanga in poltrona”. Picciotto cosa suggerisce di fare concretamente?
«Purtroppo ci sono tanti Stefano Cucchi, che è divenuto paradigma di una situazione paradossale. Nella vita faccio l’operatore sociale ed organizzo laboratori di scrittura creativa. Credimi se ti dico che il rap e lo sport sono le uniche due armi -senza colore- efficaci nell’instillare un dubbio nell’essere umano o per avere presa sulle masse. A furia di tagliare i servizi pubblici essenziali, oggi l’insegnate deve raccoglier le proprie frustrazioni, oltre che quelle dei propri alunni. In epoca social, la classe scolastica, è l’unico luogo ove è possibile chiudere quindici/venti persone e farle parlare vis-à-vis. Nelle piazze purtroppo questo non accade più. Se prima l’italiano medio lo riconoscevi perché restava a poltrire nel salotto di casa, oggi è in strada che sbatte contro un palo mentre controlla morbosamente il cellulare».

Passiamo ad Hashtag la Victoria. È un brano che mi ha inevitabilmente fatto tornare in mente i discorsi sul “nuovo fascismo” di Pasolini, oltre che “Io diventerò qualcuno” di Caparezza. Partiamo da un presupposto: i social hanno causato un chiaro appiattimento culturale nelle nuove generazioni. Di pari passo credo sia anche venuta meno un’identità politica collettiva. Umberto Eco diceva che Internet aveva dato diritto di parola agli imbecilli. La situazione poltica attuale riflette l’odierna condizione di disagio?
«I social hanno provocato quella reazione per la quale ognuno può sentirsi in dovere di dover giudicare gli altri. Oggi si ostenta ciò che non si è realmente soltanto perché crea hype. Da anni ritengo che l’appiattimento culturale di cui tu parlavi sia stato in realtà calcolato . Al contempo esso svuota, e ti appaga, senza che tu te ne possa accorgere. Mi incutono timore i ragazzini di undici o dodici anni che basano la propria autostima in base ai likes che ottengono. E’ tutto molto pericoloso».

Credi insomma che i social siano strumenti di controllo come furono le droghe pesanti negli anni della Guerra Fredda durante l’Operazione Blue Moon?
«Si, assolutamente. Sembrano sostante meno tossiche, ma sono ugualmente nociva dal punto di vista dei danni celebrali».

Oggi però la politica si fa sui social, è possibile viverne senza?
«No, tocca prendere consapevolezza della realtà ed accettare, a malincuore, questa situazione. Però si può sempre cercare resistere in qualche modo, come mi sono tatuato sul braccio. La cosa che più mi fa paura è che la situazione andrà inevitabilmente a peggiorare. Coloro che hanno vissuto la guerra sono sempre meno e la loro memoria è destinata a scomparire; purtroppo gli italiani si scordano facilmente del proprio passato. I social network hanno ucciso il confronto. In strada c’è sempre meno gente».

Il 19 Febbraio scorso hai pubblicato, in esclusiva sul nostro sito, Illusione. È un’ode alla giovinezza perduta?
«No. E’ una fredda presa di consapevolezza, come ti dicevo prima. La società sembra insegnarci che tutti i nostri sogni che coltiviamo da ragazzino, una volta divenuti “grandi”, vadano cestinati. Si diventa grandi quando si smette di sognare, almeno così mi hanno sempre fatto credere. La canzone è un invito a muoversi, mettendosi in discussione, per poter meglio auto realizzarsi. Credo che la ricerca di ciò che non si ha sia affascinante e ti conduca verso un iter di consapevolezza interiore».

Picciotto è un sognatore o un realista?
«In Sogno-Incubo ho cercato di rispondere a questa domanda. Non saprei definirmi con precisione, sicuramente vivo a metà tra i due stati d’animo. Condivido i sogni dei ragazzini con i quali lavoro. Questo sì».

Christian tu segui il calcio? Che squadra tifi?
«Milanista sfegatato».

Anche io sono un amante del calcio, ma non sapevo che Oshadogan fosse stato il primo calciatore italiano a vestire la maglia della nazionale.
«Si, in molti lo avevano rimosso (ride, ndr). Trovo allucinanti i cori realizzati dagli ultras negli stadi, del tipo: “Non ci sono neri italiani” o gli insulti gratuiti verso Napoli ed i suoi cittadini. Io ho voluto realizzarne una parodia facendoli interpretare a Simona Boo, artista partenopea con cui mi ha fatto molto piacere collaborare. Spero di poter contattare Oshadogan in futuro per realizzare il video del brano. Se si ascolta attentamente il testo si noterà anche una leggera “presa in giro” nei confronti dell’italiano medio, cui prima accennavamo, mediante quell’implicito rimando alla canzone di Totò Cotugno».

Passiamo alla politica. Come giustifichi il 17% della Lega ottenuto il 4 marzo, ad oggi aumentato, sinonimo di un sentimento di xenofobia imperante?
«Alla base vi è un enorme problema culturale, oltre che una efficace campagna comunicativa. Le parole di Salvini arrivano alle persone del bar sotto casa o agli italiani frustrati che non riescono ad arrivare alla terza settimana del mese. In epoca social tale comunicazione smart, condotta per slogan, è potentissima. Politicamente parlando, però, i danni causati sono enormi. Ed individuare un nemico comune è facilissimo>>.

Salvini respinge i barconi in Sicilia, Trump vuole costruire un muro tra Messico e Usa. Dove porterà tutto queso?
«La mia paura più grossa è che in futuro andrà molto peggio di quanto non sia già ora. Purtroppo non vedo grandi margini di miglioramento. Fortunatamente ci sono persone -come i rapper– che combattono continuamente per migliorare questa situazione. Siamo schegge impazzite che provano a far ragionare le persone raccontando loro storie di disagio quotidiano».

Nell’intro di in “Come non ho fatto mai“, hai omaggiato Romanzo Criminale o sbaglio? Io la amo come serie, conosco tutte le battute a memoria.
«Sei un attento ascoltatore a quanto vedo. Per rispondere alla tua domanda sì, l’omaggio era rivolto alla serie ed a Pamplona di Fibra. Il mio intento era quello di riqualificare il significato del termine picciotto, non in quanto sicario della mafia bensì come garzone che lavora duramente.

Fibra dice “stavo col libanese”, io quando “sotto cassa stavo ballando”. Questo perché ho girato il video in Libano, che mi avevano descritto essere uno dei paesi più accoglienti del Medio Oriente. In realtà ivi non ho trovato integrazione, come era invece all’interno dei  campi profughi palestinesi i quali ospitavano innumerevoli persone culturalmente eterogenee tra loro. Per questo motivo cambiai il testo. I palestinesi non condividevano la frase “stavo col libanese”: ad oggi  non posso votare, vivono senza documenti e sono giornalmente succubi delle più varie ingiustizie».

Come esperienza come la definiresti girare in Libano?
«La più grande esperienza umana della mia vita. Sono stato due giorni senza cellulare. Mancava l’elettricità, ma i ragazzini ridevano. I bambini giocavano ed erano felici pur avendo i -pericolosi- elettrodotti  sopra la testa. Si leggeva la spensieratezza nei loro sguardi. Mi hanno fatto una richiesta: “Quando torni non portare soldi e non racconta la povertà, ma la gioia che viviamo”. Da allora ho una chiave al collo che mi hanno regalato; ogni famiglia lì ne ha una. E’ la chiave di casa che si portarono con sé quando dovettero lasciare la Palestina. Inoltre mi ripetevano in continuazione: “ci ricordiamo da dove veniamo”, diversamente da quanto -purtroppo- facciamo noi. Pensa che cosa strana, loro così e noi litighiamo con il dirimpettaio del condominio».

Il brano Come stai vuole fotografare la noia quotidiana? Per certi versi mi ha ricordato Alfonso di Levante. La realtà che viviamo non interessa agli altri, o sbaglio?
«Conosco benissimo Claudia. Un poco ricorda il suo brano, è vero. La domanda quotidiana che sento minimo tre volte al giorno è: “come stai”? Il mio problema è che sono una persona vera che ti dice  realmente come sta. Ma sono anche molto loquace e non rispondo con leggerezza. A me fa incazzare quando la gente ti surclassa con un semplice “tutto a posto”. Io invece rispondo, così almeno la gente smette di chiedermelo».

Questo è un album che rivela un grande sperimentalismo musicale, come si evince dal brano trap D’amore e d’accordi. Ora, posso auto definirmi un ferrato purista. Posso chiederti  un tuo parere sulla trap inteso come genere musicale e come fenomeno socio-politico?
«La trap è una figata, te lo dico da rapper ed educatore. Mi stimola, mi diverte. Nasce in seguito a momenti di protesta in Francia ed USA. Vi sono dei clichè ostentati che personalmente ho sempre ravvisato anche nel primo hiphop. Mi dispiace che talvolta il genere prenda una deriva che sento che non mi appartiene. Tuttavia sono i tempi ad aver esasperato i valori di riferimento. I giovani utilizzano la trap come genere che sentono vicino, e questo è una figata. La musica viene ancora una volta usata come strumento di integrazione sociale. Quando i miei ragazzi mi fanno ascoltare i brani trap noto che si innesca tra loro una discussione e percepisco un confronto di idee.

Forse sono anche più purista di te, ma ti svelo un segreto: se vuoi ancora dare senso ai contenuti, devi calarti nella realtà ed adeguarti. Altrimenti l’alieno rimani tu».

Se ti dico Palermo, quali sono le prime 3 immagini che ti vengono in mente?
«Alba, tramonto, Monte Pellegrino. Mi viene in mente qualcosa di nostalgico. Penso ad una donna pregiata e bellissima che si copre. Una figura femminile della quale inevitabilmente ti innamori anche delle cicatrici che avvolgono il suo corpo».

Se dico Palermo l’uomo di strada mi risponde mafia o Cosa nostra. Quanto è importante un brano come questo –Capitale– per far capire che la cultura è un potente mezzo tramite il quale sconfiggere la mafia?
«Capitale l’ho scritta prima che Palermo diventasse capitale della cultura, anche perché culturalmente siamo indietro dal resto d’Italia, specie nelle zone di periferia. Tuttavia ci sono stati grossi passi in avanti rispetto a quando ero piccolo: ricordo ancora che in centro c’era il coprifuoco, ed che crivellarono di colpi mio cugino. Oggi la mafia si basa sul connubio con la mala politica. Con Capitale volevo dire che Palermo non è tanto capitale della cultura, quanto dell’accoglienza. Fondamentalmente noi siciliani siamo arabi, tanti quartieri di Palermo sono socialmente integrati a differenza di quanto accade in altre parti d’Italia. Senza considerare poi la soddisfazione personale derivata dal fatto che Capitale abbia vinto il premio “Musica contro le mafie“».

In Colloquio è presente una rima su Calcutta? Ti piace l’indie? Che generi ascolta Picciotto oltre al rap?
«In quel caso faccio un complimento a Calcutta, anche se lascio la frase a libera interpretazione. Mi piace l’indie perché sa far sapere suonare bene il vuoto imperante di questi tempi, ed è una cosa che apprezzo. Ascolto davvero di tutto: non sono un rappuso, ho sempre voluto giocare con la musica. Io rappo sul jazz, ascolto la dubstep, il cantautorato italiano e tanti altri generi divergenti».

Sempre in Colloquio dici: “chi immagina la propria vita ma non l’ha vissuta”. Come si può vivere la propria vita nel 2019?
«Mettersi in discussione. Non essere passivi alla vita. Sapersi reinventare ricordando però da dove si viene».

Si può allora dire che questo album sia uno specchio delle tue influenze musicali?
«Non volevo realizzare un “album di genere”, anche se sono conscio che così facendo vado a collocarmi tra i senza infamia e senza lode. Commercialmente parlando questa operazione è dannosissima. Ma io volevo solo divertirmi, non mi interessavano i soldi. Avevo intenzione di svuotarmi dalle mie sovrastrutture mentali; mi sono davvero messo a nudo. E’ comunque necessario parlare con i numeri alla mano: mi fa piacere che nelle ultime 24 ore Illusione su Spotify abbia superato i 7K. La mia casa, nel 2015 ne aveva solo 8007. Sono passato da 83 a 1800 ascoltatori quotidiani. Qualcosa significherà».

Quali sono le tue terapie?
«Guarda, attualmente sono in analisi da sei anni e mezzo (ride, ndr). Rifletto molto su me stesso, ho una corazza esterna che mi sono costruito a causa del lavoro che faccio. Con il rap aiuto i ragazzi, è la mia teRAPia».

Da Grande è un brano rap neomelodico che hai realizzato insieme a  Savastano. Chi voleva essere Picciotto da grande?
«Innanzitutto vorrei spingerti a riflettere su una cosa: qual è il significato reale di “da grande”? Io me lo sto ancora chiedendo. Nell’album faccio molte domande. Non volevo dare risposte, ma sapere se anche gli ascoltatori se le fanno. Da Grande è il main topic, la domanda che rivolgo ad ogni ragazzino con cui lavoro. Enzo Savastano, poi, è un maestro. Non ho potuto non pensare a lui per la stesura di questo pezzo>>.

In questo disco ci sono molti bei nomi artisticamente parlando, è stato difficile coniugarli tutti? Qual è stato il criterio che hai utilizzato per assemblare i vari feat?
«Alcune collaborazione sono nate spontaneamente, altre sono state un poco più ragionate. E’ stato molto bello collaborare con gli Shakalab e con Roy Paci. Ho cercato di riunire tutta gente del Sud, vedi Dj Spike, Gheesa, Simona Boo. Volevo connotare l’album di influssi meridionali e sono contento di esserci riuscito».

Qual è il brano dell’album che ti piace di più? Se ti trovassi davanti una persona che non conosce Picciotto né teRAPia quale pezzo gli faresti sentire?
«Illusione. In quella canzone mi presento non per quello che sono stato, ma per ciò che sono oggi. Con Illusione il pubblico potrà accorgersi che sperimento continuamente dal punto di vista artistico, senza fermarmi mai. Ciò si evince anche dalla tracklist, che ho voluto dividere per stati d’animo. Come ti ho detto ho volutamente deciso di collocarmi in una fascia di mercato alquanto dannosa per quanto concerne i ritorni economici, sarà il pubblico a dare il proprio responso sull’intero progetto».

 

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