Cosa si nasconde dietro la figura di un Producer? Abbiamo incontrato Gheesa nello studio di Macro Beats a Milano per farcelo raccontare.

La Sicilia sta diventando sempre più una fucina di talenti nella scena rap italiana, possiamo appunto citare: Stokka e MadBuddy, Johnny Marsiglia e Big Joe, Othelloman e altri ancora. Tra questi artisti spicca anche il nome di Gheesa, al secolo Nicolas Madonia, producer/beatmaker di una delle più importanti etichette indipendenti di musica rap: la Macro Beats Record. Tra le sue collaborazioni troviamo quella con Killacat, Kiave, Barile e tra quelle più recenti con il rapper palermitano Picciotto nel pezzo “Illusione” uscito martedì 19 febbraio in esclusiva per Rapologia.

Originario di Calatafimi (TP) ha girato il mondo prima di stabilirsi definitivamente a Milano, città che definisce oramai casa oltre che il posto migliore per lavorare, soprattutto per chi fa musica.

Ci siamo incontrati presso lo studio di Macro Beats, il posto dove passa la maggior parte del suo tempo, un luogo sacro per le sue creazioni e produzioni artistiche. Un piccolo rifugio dove la musica è la sua unica compagnia.

Ed è qui che sforna i suoi potentissimi beat. La sua cultura, il suo stile e le esperienze lo hanno portato ad essere considerato un musicista, ma soprattutto un producer a tutto tondo. Con la sua semplicità e la sua naturalezza si è lasciato andare a una bellissima intervista, raccontandoci di lui e del suo lavoro che molto spesso sta dietro ad una hit…

Lavorando nel dipartimento delle Risorse Umane, per deformazione professionale, ti avrei chiesto di presentarti, ma siccome non è un colloquio, ti chiedo invece come vorresti che gli altri ti presentassero o ti definissero…
«Dal punto di vista lavorativo sicuramente producer o beatmaker. So che sono state fatte innumerevoli diversificazioni di questo genere, però, in realtà, andando al nocciolo della questione, producer o beatmaker che tu sia, per uno che fa musica l’importante è arrivare a far suonare bene qualunque cosa. Quindi per riassumere, vorrei che mi definissero come producer, terrone, e, se vogliamo sottolineare un’altra mia prerogativa, anche un finger drummer, forse uno dei primi in Italia.»

Se ti dicessi DJ?
«Anche, però devo ammettere che quando vado a suonare con gli artisti con cui mi ritrovo ogni tanto, il fatto che mi presentino dicendo “lui è il DJ” mi spiazza non poco, perché per me fare il DJ è tutta un’altra storia. Anche se ogni tanto i DJ set li faccio, conoscendo molti DJ che impiegano molto più tempo e risorse di me, lascerei a loro questa qualifica. Diciamo che io sono molto più dedicato alla produzione, è questa casa mia, una sorta di comfort zone.»

Prima ti sei definito terrone, tu sei originario di Trapani ma, immagino per ragioni professionali, ti sei trasferito a Milano. Nella tua formazione artistica in che termini hanno contribuito questi due luoghi?
«Amplio un po’ la domanda, perché, ti dico, ho vissuto anche all’estero per un periodo della mia vita, in particolare tra Svezia e Francia, quindi in realtà qualunque posto influisce sulla mia musica perché io sono sempre stato abituato a trovarmi a casa in qualsiasi posto, sono uno super rispettoso delle tradizioni e delle culture e mi piace avere a che fare con gente molto diversa, e questo ha influito tantissimo sulle cose che faccio, tanto che potrei dirti che uno dei miei producer preferiti in assoluto è Diplo che ha proprio di quella conformazione. Nelle sue produzioni senti proprio questa multicuturalità, puoi trovare l’Africa, l’Europa, ci sono gli Stati Uniti il Sud America, c’è tutto! Per me è così. Incrociare la musica significa anche incrociare esperienze che ho vissuto e che ho sentito in giro per il mondo.»

Johnny Marsiglia e Big Joe, due siciliani come te, hanno scelto invece di ritornare a vivere nel loro luogo di origine, in Sicilia. Tu che prospettive hai al riguardo?
«Io in Sicilia ci ritorno spessissimo, ho la famiglia, ho gli amici, ho un gruppo abbastanza numeroso che si chiama Shakalab, con cui lavoro. Facciamo un genere che è a metà tra il rap e il reggae; poi c’è Barile con il quale collaboro spesso. Però lo devo ammettere, Milano ormai la considero casa mia, sono qui da tre anni e mi trovo benissimo. Poi mi piace il fatto che ci sia tantissima gente che arriva da posti diversi, un po’ quello che ti dicevo prima, mi piace poter attingere da tutte le parti, quindi ribadisco che Milano la sento proprio casa e per ora non ho intenzione di spostarmi, e alle condizioni attuali, Milano è il miglior posto dove poter lavorare. Poi la Sicilia è sempre nel cuore, assolutamente!»

Fai parte della MacroBeats Records, parlaci di come è nata questa collaborazione?
«È nato tutto circa quattro anni fa. A contattarmi per primo è stato Marco Macro per una collaborazione all’EP di Killacat, poi mi hanno scritto anche Mecna e Hyst, con il quale la conoscenza è molto più “datata” rispetto alla nascita della MacroBeats.»

Parlando dei membri della Macro Beats Record, tu hai lavorato con Mirko Kiave accompagnandolo anche durante il suo tour. Che fine ha fatto questa collaborazione?
«Noi ci vediamo quasi tutti i giorni e per ora stiamo lavorando a un mix di un disco. Abbiamo suonato insieme tre settimane fa a Bologna e probabilmente succederà di nuovo. Io ad oggi mi sto concentrando molto su produzioni che vanno un po’ fuori dall’ambito rap mentre lui sta lavorando ai suoi progetti. A scanso di equivoci non abbiamo litigato.»

Si è da poco concluso il Festival di Sanremo.Tra gli artisti in competizione era presente Ghemon, come interpreti la sua partecipazione alla più importante kermesse della musica “tradizionale” di questo paese?
«Sono super contento della sua partecipazione. Quest’anno ho seguito il Festival dall’inizio alla fine. Inizialmente la mia curiosità era dovuta proprio alla presenza di Gianluca (Ghemon, ndr), ma poi mi sono lasciato coinvolgere molto. Insomma, sono felice che lui abbia partecipato e mi fa molto piacere che il suo pezzo stia continuando a salire in classifica su Spotify.

Parlando della vittoria di Mahmood, ritengo che questo possa aprire la strada per noi che facciamo musica black e nuovi generi musicali.»

A tal proposito, oltre a Ghemon il festival ha visto la partecipazione di altri artisti che difficilmente possono essere considerati interpreti “tradizionali”. Ritieni che sia la tradizione musicale italiana ad essere cambiata? Oppure credi che questi artisti stiano snaturando il loro stile per ampliare il bacino di utenza?
«Prendendo spunto dalla vittoria di Mahmood, ho letto che sui social si sostiene che questa non sia musica italiana, perché subisce influenze da “fuori”. A parer mio, quella che chiamano musica tradizionale, è in realtà la musica melodica di Sanremo che si è costruita con Claudio Villa. Potremmo definire tradizionali generi musicali come la Pizzica, la Tarantella, ma come possiamo porre dei confini territoriali alla musica? Quando ho letto queste cose, la prima cosa che ho pensato è stata, caxxo, ma Bobby Solo nel 65 vinse con un pezzo cantato con un timbro che riprendeva spudoratamente Elvis, nel 69/70 c’erano la Zanicchi, con Zingara, e Celentano che riprendevano moltissimo le sonorità della Motown, che è nient’altro che musica black. Insomma, come è possibile delimitare i confini della musica?

In Italia per esempio, abbiamo il primato della lirica, Milano ne è la capitale, ma sconfina in tutto il mondo. In definitiva, dal mio punto di vista, non esiste una “musica italiana” e le musiche tradizionali italiane probabilmente non sono altro che influenze arrivate chissà da dove.

Ritornando al discorso su Sanremo, la cosa figa quest’anno è stata che secondo me Ghemon ha portato Ghemon, il beat di Zef, con quel tempo zoppicante molto cool richiama Dilla. Quindi Ghemon ha portato se stesso con la sua musica e il suo bagaglio culturale. Anche Shade ha portato Shade, con quella melodia pentatonica, molto catchy; Achille Lauro ha mantenuto il suo personaggio un po’ spiazzante, che al di là della sua musica, ha portato Achille Lauro. Io questo ho visto, mi è piaciuto che tutti gli artisti, per quanto abbiano cercato di trovare un compromesso, non si sono mai snaturati.»

Hai collaborato anche con il rapper Picciotto, artista noto per l’impegno sociale, vincendo per altro il concorso Musica Contro le Mafie grazie al pezzo Capitale. Spero di non scadere nella banalità ma ti vorrei chiedere come vivi l’aspetto delle problematiche sociali, in particolare della mafia nel sud Italia.
«Senza nulla togliere alle nuove generazioni, che sotto un profilo sociale sono molto migliorate, credo che per una serie di dinamiche che non derivano dall’educazione la mafia si stia sradicando da sola. Questo perché ci sono giochi di potere molto grossi e i centri di potere si sono spostati, di conseguenza un’organizzazione che perde autorità tende ad avere meno influenza sulla gente. Tale fenomeno sta succedendo anche al di là dell’educazione “antimafia” che tutti noi abbiamo ricevuto.

Trovo l’atteggiamento mafioso ripugnante e naturalmente non lo vivo bene, ma sono fiducioso che in un futuro, forse non troppo prossimo, possa cambiare tutto. Normalmente le cose cambiano quando ci sono più soldi e migliora il benessere della gente. Peppino Impastato, che è l’Eroe in assoluto, sosteneva che il mafioso non deve essere osannato o descritto come una persona potente, piuttosto “va preso per il culo”. Con gli Shakalab abbiamo fatto un pezzo dal titolo “Mafiusu”. Quando lo portiamo live, anche se alcuni ci suggeriscono di non fare politica sul palco, vediamo che su 1500 persone ce ne sono 1495 che cantano e saltano sulla nostra canzone. Questo è un calcio nel culo agli ipocriti!

Io tendo a pensare positivo, per cui voglio credere che col tempo questo orribile fenomeno non farà più presa sulla gente.»

So che ti piace viaggiare molto. Personalmente, come tante altre persone, anch’io adoro viaggiare. Tra i luoghi che hai visitato quali consiglieresti?
«In assoluto se ti piacciono i luoghi freddi le Isole Lofoten che sono a nord della Norvegia, sono andato un paio di volte. È uno di quei posti dove sembra di stare sulla luna. Non saprei come descriverlo, ma ci sono queste montagne che scendono direttamente sull’acqua e c’è tutta una tradizione di pescatori particolarissima, sono dei posti assurdi, per lo meno dal punto di vista naturale.»

Ce n’è uno dove ti saresti voluto fermare? E uno che invece ha contribuito maggiormente alla tua produzione artistica?
«Qualche anno fa ho vissuto tanti mesi in Lapponia Svedese – tutti posti freddi, ride – ad Arvidsjaur e qui mi sono trovato in una situazione veramente super familiare, avevo una coinquilina portoghese e un coinquilino ceco. Quel posto mi ha dato un sacco di influssi per la mia produzione, anche perché in Svezia la musica viene insegnata in tutte le scuole gratuitamente e ci sono questi posti chiamati Medan (Medborgarhuset per esteso) dove puoi trovare gli strumenti per suonare, fra l’altro in questo paesino di 5000 abitanti, ogni settimana (io era un botto che non andavo in chiesa), io e i miei coinquilini andavamo in chiesa perché facevano i concerti, dal reggae all’elettroacustico. Poi essendo una delle città con un tasso elevato di rifugiati ho avuto la possibilità di conoscere gente che arrivava da tutte le parti, come molti curdi, iraniani, iracheni e anche questo a livello musicale mi ha dato molto.»

Tu ti sei definito prima un producer però sei anche un ottimo dj. Da un punto di vista emozionale quale delle due esperienze ti coinvolge maggiormente? Cosa trovi più appagante?
«È bellissimo fare i live, soprattutto quando la gente è presa bene, è bellissimo farsi le serate soprattutto nei posti che conosci dove fai i djset e la gente ti offre da bere, mega divertente. Però stare dentro a una stanza a produrre, per quanto possa sembrare assurdo, è impagabile. Preferisco la creazione, la parte artistica. Però è fighissimo andare a suonare, prima che non mi chiamano più (ride, ndr)»

Qual è stato il tuo primo approccio con la produzione musicale? Quali sono stati i primi “strumenti tecnici” che ti hanno dato modo di intraprendere questa carriera?
«Da piccolo facevo lezioni di pianoforte, solo che non mi sono mai impegnato più di tanto, non ero bravo perché non facevo gli esercizi ed ero abbastanza svogliato. Poi mi sono ritrovato questa tastiera, che mi avevano comprato i miei genitori, e ho scoperto che c’era un sequencer dentro, con il quale si poteva fare un loop ma non potevi introdurre dei sample, quindi per assurdo io sono nato senza sample con il rap. C’era questo mio amico fraterno che aveva sentito un pezzo rap e mi disse che potevamo farlo anche noi, perché con il rap è sempre così, hai la percezione di poterlo fare anche tu, perché sembra più semplice, e allora da lì quando ho scoperto che potevo fare cassa e rullante e poi mettere il charleston e suonare degli accordi, lì a ruota è diventato tutto naturale. Il rap è stata sempre la mia main road, però ho sempre alternato con fasi in cui mi piacevano la Drum n Bass, Reggae, Dub, RnB e ho sempre tirato dentro cose da fuori.»

Sei stato molto influenzato dal passaggio da Analogico a Digitale?
«Questa differenza non ce l’ho quasi mai avuta, perché è come se fossi nato digitale. Ho visto l’intervista di Mace da Bassi il quale diceva che Mace era uno di quelli che produceva con il computer, anche io sono partito da lì, poi ho scoperto successivamente l’analogico. Infatti tante cose che faccio, come alcuni synth, li produco anche tramite registrazioni di rumori di oggetti associati ad oscillatori. Per fare un “mallet” che suoni africano bastano una lattina di redbull, una bottiglia di Ceres e un po’ di “Sine” sugli oscillatori. Alcuni suoni li faccio cantando e modificandoli, è perfettamente sia analogico che digitale, quindi per me non c’è mai stato questo passaggio.»

Invece come dj, immagino tu abbia una passione per i vinili. La domanda è d’obbligo: qual è stato il tuo primo vinile ?
«Non avendo la passione per le cose materiali in genere, non ho il feticcio del vinile. Non che per questo io non abbia vinili, anzi a casa ne ho parecchi. Ho iniziato a “collezionarli” (anche se non definirei un collezionismo il mio) quando sono stato a Toronto, ho preso parecchi vinili negli scantinati di discherie. I primi in assoluto sono stati Travellin Man di Mos Def, e Politics & Bullsh*t di Frankie Cutlass, tra l’altro questo album è stato uno dei dischi hit a Calatafimi, ce lo avevamo in 10 persone su 6000 abitanti. Diciamo che ho fatto il mio viaggio di ritorno in Sicilia da Toronto con una valigia in più, piena di dischi e vari cd visto che lì costavano davvero poco.»

Se potessi scegliere un artista con il quale collaborare, chi sceglieresti?
«Skrillex, Ariana Grande, Diplo, Kendrik Lamar. Ce ne sono tantissimi in realtà. Mi piacerebbe molto collaborare anche con artisti africani o brasiliani, tipo Mr Eazi, un cantante nigeriano che fa afrobeat e spacca davvero tanto.»

Italiani?

«Beh ti direi Mahmood.»

Progetti futuri e magari dove poterti vedere live?
«Sono molto attivo con la produzione, sto lavorando a diversi progetti, anche da ghost. Collaboro con varie realtà e soprattutto di vario tipo.
Per quanto riguarda invece la mia musica, vorrei iniziare a fare una volta per tutte qualcosa di mio, però spesso mi ritrovo inghiottito da tanti lavori con gli altri, e ho posticipato spesso tutto, ma arrivo.
Per i live invece sarò sicuramente in giro con gli Shakalab e con Picciotto a brevissimo.»

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Nata l’11 settembre all’epicentro di un terremoto, Destinata in quel momento a buttar giù quello che trovo" cit. Mistaman Mi chiamo Elena, e abito a Monza, ma se per caso passate per Sesto potrete trovarmi tra le tag di qualche muro, come Exena. Cresciuta tra i palazzi e i parchetti della periferia milanese, con la voglia di uscire dagli schemi, di differenziarmi dalla moda del momento. Zaino in spalla e cuffie nelle orecchie, il bum bum cha ha sempre dato ritmo al mio passo, ai treni presi per raggiungere le più disparate jam e poter condividere sempre, con più persone possibili, questa mia grande passione: l'hip hop