Dead Poets II, il secondo capitolo della saga musicale di Dj FastCut, è uno splendido concentrato di hip-hop, al di là di qualsiasi futile distinzione tra underground e mainstream.

Sono passate ormai più di tre settimane dall’uscita di Dead Poets II, il nuovo album di Dj Fastcut, fuori per Glory Hole Records e disponibile in copia fisica sul sito dell’etichetta (diviso in due CD, denominati Ordine Tanghini e Ordine Montanari), in streaming sul loro canale YouTube e prossimamente su Spotify e tutti gli altri digital store.

Il disco è arrivato a due anni di distanza dall’uscita di Dead Poets, lavoro ampiamente apprezzato dalla critica e dal pubblico. Dopo un esordio del genere le aspettative per una nuova fatica discografica non potevano che essere altissime, d’altronde Caparezza non per caso cantava “il secondo album è sempre più difficile nella carriera di un artista”.

Dopo diversi ascolti possiamo però dire che Dead Poets II ha superato di gran lunga le nostre aspettative e quelle di buona parte degli amanti della doppia H.

Se nel primo capitolo FastCut coinvolse poco più di trenta rapper, per questo album gli artisti coinvolti sono stati ben sessantuno. Già solamente per questa ragione riuscire a dare vita ad un disco non era impresa facile, avendo raddoppiato le fatiche organizzative e pratiche (spesso non considerate da un ascoltatore medio) conseguenti al coinvolgimento di decine di artisti.

A queste poi bisogna aggiungere il lavoro del producer in senso stretto, relativamente alla scelta dei beat e degli artisti prediletti per ogni strumentale. In un periodo nel quale personaggi più o meno influenti all’interno della provinciale scena rap italiana si permettono di svalutare senza remore la scena underground, dischi come questo sono preziosi come l’oro, per diversi motivi.

Sarebbe curioso far ascoltare Dead Poets II a chi definisce l’underground “una scusa”: un disco con elevata qualità nei beat, diversi nomi storici del rap italiano ed altrettante nuove leve, è riuscito a raggiungere decine di migliaia di click solamente su YouTube, non suonando mai ripetitivo ed alternando sonorità e liriche più fresh ad atmosfere decisamente conscious.

Si passa sempre per esterofili e lamentosi nel paragonare la nostra scena a quella statunitense, ma è innegabile che un disco del genere, nel Paese stellato avrebbe avuto un trattamento e una considerazione ben diversa dal mondo e dai media mainstream. D’altronde non sono pochi i rapper americani del “sottosuolo” rispettati ed apprezzati da colleghi decisamente più conosciuti.

Questo nel corso degli anni ha favorito lo sviluppo di una coscienza collettiva che ha fatto sì che gli ascoltatori, in linea di massima, non reputassero automaticamente inferiori gli artisti provenienti dall’underground, garantendo ad essi una vita artistica più che dignitosa.

Non è questione di voler piangersi addosso, è questione di dare il giusto nome alle cose. Se in alcuni casi l’underground italiano ha prodotto dischi con ben poco di artistico e stimolante, talvolta ‒ e sempre di più ‒ questo universo ha partorito veri e propri classici.

In Dead Poets II c’è tutto: dall’hardcore dei Dsa Commando e dei XVI Barre, ad una delle strofe più emozionanti della carriera di Inoki, passando per dell’ottimo rap femminile (con Leslie, Phedra e V’aniss), tantissimi nomi storici e di livello (ATPC, Gast, Lord Madness, Murubutu, Militant A, Hyst, Blo B, Lucci, Jack The Smoker, Meddaman, Suarez, Supremo 73, Zampa, Kiave, Mastino, Moder, Kento e molti altri) ma soprattutto parecchie nuove leve ‒ o quantomeno nomi più giovani dei rapper succitati ‒ che meriterebbero decisamente più considerazione, come ad esempio Wiser, Brenno, Mask e Drimer, TMHH e William Pascal.

Menzione particolare va fatta poi per l’unico brano dell’album in collaborazione con rapper americani, ovvero No Mistakes Allowed con Rass Gant, El Gant e Afu Ra: tre nomi non proprio sconosciuti nella scena statunitense.

Ma se la quantità c’è e la qualità anche, cosa manca a lavori come Dead Poets II e agli artisti al suo interno per farli arrivare dove meritano? Probabilmente solo la voglia di farlo, la volontà di fare un passo oltre gli spessi vetri di apparenza da parte di una fetta della nostra scena. Noi nel nostro piccolo non possiamo fare altro che ringraziare chi come Dj FastCut decide ogni giorno di darsi da fare per tenere accesa la fiamma di questa cultura.

 

 

 

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