Quanto il tempo sia stato influente nell’hip-hop e come la sua concezione plasma diverse idee di diversi artisti.

L’essere umano è naturalmente portato alla sfida: la storia insegna che osare e sfidare sono componenti essenziali nello sviluppo di un pensiero coerente e articolato, soprattutto per un artista. L’artista infatti, in questo senso, è la figura a cui l’uomo comune si affida: è chiamato a trascendere e stupire, avendo appunto spesso il coraggio di osare e l’abilità per farlo. L’attitudine hip-hop, inoltre, veste benissimo il guanto della sfida: basti pensare che le sfide in freestyle sono, a ragion veduta, una delle manifestazioni più mirabili di questa cultura. Anzi, in alcune occasioni l’hip-hop è spesso chiamato a non sfociare nella pura autocelebrazione, nel porsi su un piedistallo immaginario: il cosiddetto egotrip, imprescindibile ma spesso anche lontano dalla realtà.

 

La sfida più grande che un uomo possa intraprendere è ovviamente una persa a prescindere: quella contro la morte. Per il fenomeno socioculturale che l’hip-hop è stato, soprattutto negli anni ’90, la sfida contro la morte, o più precisamente, la fatalità, era una costante.

 

“My shit is deep
deeper than my grave
G I’m ready to die and nobody can save me”

Il modo in cui Notorious B.I.G. affronta l’impresa è contemporaneamente molto sfrontato ed umano, specie quando Biggie sfiora l’istinto suicida, in questa ed altre occasione. Di conseguenza questa retorica si è poi configurata spesso anche in termini di sopravvivenza in senso stretto: il clima di New York raccontato in Illmatic e The Infamous fa da paradigma. Era la stessa dimensione dei Blocks di Queensbridge a riferire quel clima di giungla urbana che contraddistingue i migliori lavori di quegli anni.

Quando AZ in Life’s a bitch scrive:

“So, until that day we expire and turn to vapors
Me and my capers will be somewhere stackin’ plenty papers
Keepin’ it real, packin’ steel, gettin’ high
‘Cause life’s a bitch and then you die”

Proietta il discorso su un altro piano; il ritmo è serrato la morte scandita dallo scorrere indefinito del tempo; emerge la percezione di questo come un elemento limitato e riuscire a sfruttare ogni occasione con ogni mezzo diviene la via per restare al passo e sopravvivere. Il sound greve e glaciale di The Infamous si presta ancora meglio a dipingere il quadro di quella realtà, accompagnato da una narrazione inquieta, che vive di ritmi forsennati, ammonisce a stare in campana a prescindere.

 

È naturale e logico quindi che la cifra della sopravvivenza diventi il tempo: cercare di sopravvivere a questo è essenziale per ingannare e trascendere la fatalità. In fondo sopravvivere al tempo è anche il motivo per cui un artista diventa tale.

Oggi i termini della sopravvivenza hanno raggiunto anche un altro livello: mentre gli artisti hip-hop si prestano a moda, cinema, sponsor e quant’altro, con i canali social e comunicativi che si moltiplicano, 24 ore probabilmente sembrano ancora meno nella giornata di un artista.

La scelta di quanto prestarsi è soggettiva: c’è chi non fa altro, chi lo fa in parte, chi bene e chi peggio, ma si tratta di una costante non di accidenti. Seguendo questa corrente e distaccandosi dall’ambiente spietato dei quartieri popolari, si trovano facilmente nuovi esempi:

 

In questo caso Tyler, the Creator si scaglia contro chi vuole approfittarsi della sua posizione distogliendolo da ciò di cui si occupa. Il suo tono di voce grattugiato è perfetto per scandire un ritmo calzante che esplode nel “Tic toc” finale.

Danny Brown invece riporta il discorso in termini di prontezza e fatalità: ma più che rimanere all’erta il suo messaggio appare stordito e paranoico nel raccontare una realtà paradossale, estenuante e soprattutto inarrestabile nel suo scorrere. Il ritornello dà un senso di irrequietezza alla traccia, incentivato dal flow sempre ossessivo di Brown.

Il tempo, dunque, è spesso una lente con cui valutare i propri rapporti: Wasted Times di The Weeknd pezzo in cui si parla delle ultime due relazioni dell’artista, sfrutta un tono più melanconico che esasperato ed il tempo sprecato diventa l’unità di misura della frustrazione:

“Wasted times I spent with someone else
She wasn’t even half of you
Reminiscin’ how you felt
Reminiscin’ how you felt
And even though you put my life through hell
I can’t seem to forget ‘bout you, ‘bout you I want you to myself

Tuttavia il tempo in un rapporto umano può non essere sprecato, ma talvolta richiesto: la pretesa di tempo è anche una prerogativa dell’essere umano, una prerogativa ancora un po’ arrogante ed infantile ma anche questa molto umana. A Gemello, ad esempio, è quello ad interessare: “tempo e amore”, come al più genuino degli infanti.

 

Il tempo è una costante imprescindibile per il genere umano: presenta una sfida affascinante per quanto impossibile, apre a grandi possibilità o illude in modo fantastico, insegna ad essere pronto e con un po’ di fortuna, a volte, addirittura si lascia gestire.

Grafica di Lorenzo Alaia e Ciro Maria Molaro.

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