Dopo anni di monopolio pop (con qualche sprazzo di rock) un artista proveniente dal rap, Anastasio, ha vinto l’importante talent di Sky. Cosa dobbiamo aspettarci ora?

È successo. In pochi lo avrebbero immaginato mesi fa, ma con lo stupore di quei milioni di persone che non reputano il rap degno di esser definito musica, proprio un rapper – Anastasio – ha vinto l’ultima edizione di X Factor in Italia.

A dire il vero qualche addetto ai lavori avrebbe potuto immaginare un successo simile anche qualche tempo fa, buttando un occhio alle classifiche di vendite e di ascolti streaming degli ultimi anni. Non è un segreto, infatti, i talent cavalchino le ondate musicali del momento ed è anche giusto così, dovendo “consegnare” artisti alle major, che ovviamente devono fatturare, non fare beneficienza. In questo il rap è sicuramente attualmente una forza, capace di portare molti soldi.

Tale dinamica, seppur sia sempre stata più evidente in Amici, non è secondaria anche in X Factor. D’altronde se Manuel Agnelli ha da poco ammesso di aver lasciato il talent perché non voleva più esser trattato come un pupazzo, un fondo di verità nelle nostre parole dovrà pur esserci.

Questo significa che non siamo felici per la vittoria di un rapper (anche abbastanza talentuoso) in una così importante kermesse? Potremmo dire di esserlo a metà.

Anastasio non è affatto incapace liricamente e tecnicamente ma ciò che dà fastidio a chi il rap un po’ lo conosce è che sta venendo eretto a salvatore del rap italiano, giudicato addirittura da alcuni l’Eminem italiano.

L’artista campano a nostro avviso pur avendo diverse abilità non è affatto diverso da decine e decine di emergenti, dei quali parliamo quotidianamente sul nostro portale. Anastasio, in altre parole, è il rapper perfetto per chi è lontano dal mondo del rap, per chi vuole sentirsi esperto di musica ma non lo è.

Per questo siamo felici a metà. Perché un rapper ha vinto un talent che non può per sua conformazione dare la giusta considerazione e dignità ad un genere naturalmente molto variegato. Non a caso non sono pochi coloro che credono che, se proprio volessimo far entrare il rap nei talent, bisognerebbe dare vita ad un format ad hoc. È un po’ ciò che accadde quando Il Volo, il gruppo dei tre ragazzi tenori, vinse Sanremo. La loro vittoria e la loro musica secondo molti professionisti del settore della lirica era volta a proporre al pubblico più ampio ciò che lo stesso avrebbe voluto ascoltare, ovvero una versione più pop della lirica.

Il caso di Anastasio è in parte diverso, ma fino a un certo punto. Non abbiamo davvero nulla contro questo ragazzo, anzi, siamo felici che stia vivendo un sogno, ma teniamo a cuore la salute del rap italiano, troppo spesso deriso o commercializzato nel modo errato.
È pura retorica dire “negli altri Paesi non funziona così” ma è anche pura verità. Anche in nazioni a noi confinanti, con il passare degli anni lo zoccolo duro della società ha imparato a conoscere il rap, senza snaturarlo. Da noi invece si fa fatica a compiere questo passo.

La questione dei famosi like di Anastasio a Salvini, Trump e CasaPound è la conferma di tale dinamica. Posto che troviamo non giusto ma sicuramente normale al giorno d’oggi analizzare i social di un personaggio ormai molto conosciuto (lo fanno i datori di lavoro prima di assumere persone, figuriamoci i giornalisti in queste occasioni), qualunque sia la posizione politica del giovane rapper – che comunque non ha mai rinnegato l’appoggio di quei singoli articoli o pensieri ai quali ha messo like – vi possiamo garantire che non è invece normale avere determinate posizioni politiche e fare un certo tipo di rap.

Il fatto che la percezione di milioni di italiani sia che ogni rapper possa appoggiare la destra (in questo è complice sicuramente la situazione politica italiana) non equivale al fatto che questo possa essere considerato nella norma.

Non siamo nessuno per dare lezioni di educazione civica ma basta conoscere le radici del rap e dell’hip hop, oltre all’attualità dello stesso, soprattutto negli Stati Uniti, per capirlo.

Seppur in Italia siano stati pochi gli artisti ad essersi esposti pubblicamente parlando di politica, o scontrandosi con determinati personaggi – le frasi di Gemitaiz e Salmo sono sicuramente quelli che hanno fatto più scalpore – l’averlo fatto, perdendo anche numerosi fan, testimonia la naturale propensione del rap a dover esporsi su determinati temi. Che vi piaccia o no è così. D’altronde Paola Zukar (non proprio una a caso) scrisse:

«Molti dei discorsi che stiamo facendo rispetto al rap, riguardano in realtà il sistema Paese. Il rap non produce comportamenti peculiari, né virtuosi né viziosi. Il Paese è questo qui. In questo senso il rap di adesso è davvero un osservatorio privilegiato, un laboratorio in cui possiamo far esplodere tutte le contraddizioni italiane»

«Bisogna continuamente sottolineare che il rap non è nato in Italia. È una forma d’arte profondamente americana. Si può in parte tradurre, e c’è chi sa farlo bene, e chi meno bene. Ma ci sono delle premesse fondamentali per poter apprezzare questa cultura nella sua versione originaria. Non sai l’inglese? Non segui l’evolversi del rap in America? Non ne conosci minimamente la sua musica o i suoi protagonisti? Non puoi apprezzare, non puoi capire il rap nella sua totalità, ti mancherà sempre un pezzo. Te ne farai sempre un’idea parziale».

Concludendo, non siamo infelici che il rap si stia cementando nel mainstream; siamo però preoccupati per le conseguenze che questa situazione potrebbe avere a livello di percezione sociale (per i motivi che abbiamo spiegato) e a livello di industria musicale, sempre attenta a trovare il nuovo personaggio di turno, rischiando però spesso di saturare il mercato o di traviarlo.

Staremo a vedere.

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