Axos si reinventa per l’ennesima volta, decodificando con Corpus il suo concetto di poesia applicata al rap.

Axos sta continuando a rivoltare la scena come un calzino. Con l’eccezione che questa volta non parliamo di numeri, cifre o certificazioni ma di modi di fare, d’essere e di coinvolgere. Qualche giorno fa era presente al sold out di Frah Quintale all’Alcatraz, mescolandosi al pubblico in visibilio per uno dei rookie migliori dell’anno. Mentre mi accorgevo di questo paradosso secondo il quale è raro che in Italia un artista dimostri amore per un altro, mi chiedevo come sia possibile che un artista come Axos non abbia ancora raggiunto un traguardo simile, dato che il suo percorso artistico è riuscito a coinvolgere gente di ogni tipo sotto lo stesso concetto: l’amore, per la musica, per la sofferenza o per qualcuno poco importa. Chi ascolta Axos solitamente è un tipo passionale che tende a dimenticare la superficialità del mondo materiale nel lasso di tempo di una canzone.

Axos stesso è un tipo particolare. Sparisce per un anno quasi senza lasciar traccia per poi tornare con un progetto che – in realtà – non può esser etichettato come ogni altro prodotto musicale. Più simile ad un EP, Corpus vuole essere il capitolo successivo dell’ottimo Anima Mea, pur non tracciandone una continuità concettuale. Mentre Anima Mea poteva riferirsi con tutta probabilità ad una ricerca interiore dell’artista, frammentata e complessa, Corpus vuole restituire una visione più concreta e materiale della sua interpretazione del mondo, sintetizzabile per immagini.

Se fosse un visual album, Corpus avrebbe una precisa sequenza a livello stilistico su quattro piani narrativi. L’idea è quella di contestualizzare il tutto in un sabato sera dove ci si sente particolarmente ispirati ma in contrasto con sé stessi. Sapete, tutti quei pensieri che balenano nella mente nei momenti di euforia, quasi senza un perché, in grado di alternare riflessioni profonde ad altre quasi superficiali.

Per dar voce ai suoi pensieri però Axos ci ha abituato a seguire un fil rouge molto interessante. Con Corpus infatti si conferma per l’ennesima volta l’importanza dell’elemento femminile dentro i suoi testi, parole chiave per sviluppare la sua poetica come l’anima, la vita, la morte, la sofferenza, la perdita e la conquista sono una presenza costante, necessaria per la sua affermazione ideale. Herekè (città turca dove vengono realizzati pregiati tappeti in seta da cui prendono il nome) rappresenta quindi l’incipit di questo breve racconto in cui tutti possiamo rispecchiarci, con rime che trovano la loro espressione più alta nella parte conclusiva del testo

“mentre io mi spello, tu fra metti hype nel carrello”

Con l’apice raggiunto negli ultimi versi:

“non mi preoccupa la fuga dei cervelli,
ma la fuga nel cervello
perché da lì non si torna, non si torna più”

La storia continua con i due pezzi centrali del Corpus (che per rafforzare la nostra teoria può riferirsi sia ad una raccolta completa di opere sia ad un campione scientifico rilevato dal linguista) con l’Amore Sopra che continua a mantenere la forma compiuta e ordinata del suo incipit, Herekè, attuando però variazioni sul tema importanti.

Il brano è paragonabile al momento in cui vi trovate in auto in direzione del luogo da raggiungere – sia esso un concerto o un locale anonimo – e questo sarebbe idealmente la colonna sonora del viaggio stesso, avendo sì continuità con il precedente stato d’animo ma con più elasticità tematica e stilistica. Axos sbrana la strumentale martellante di DJ 2P e Adma e sviluppa in modo completo il concetto de L’amore sopra prendendo una seria posizione nei confronti delle battute d’arresto nella sua vita. Come se ci dicesse chiaro e tondo:  Sui tagli mettete sopra l’amore piuttosto che il sale, col primo si guarisce con il secondo rimangono le cicatrici.” (in questo contesto ricordiamo ai nostri lettori come l’attitudine e le rime di Axos siano confermate ad ogni barra, distinguendolo per temi e stili da qualsiasi altro artista della scena).

Arriviamo così a Dry, il penultimo capitolo del nostro clip immaginario. La forma inizia a sciogliersi, così come i contenuti. L’alcol è iniziato ad andare in circolo, e la dimensione collettiva con tutte le sue conseguenze trova presto spazio rispetto all’intimità inaccessibile dei momenti precedenti, che passa temporaneamente in secondo piano fino a tarda sera. Giungiamo così al ritorno a casa, dove l’euforia svanisce lentamente e le idee tornano ad assumere contorni inediti, inibite dall’influenza dell’alcool che solo apparentemente sembra esser sparito. Salendo i gradini di casa c’è una sensazione che si ingigantisce all’interno, come un magone, dalla difficile definizione persino per chi lo vive. Accendi la luce di casa e c’è soltanto il cane ad aspettarti, la casa in disordine e qualche grammo d’erba sul tavolo.

Ecco, 5 minuti fotografa proprio il momento in cui la fai su e sguinzagli tutte le sensazioni precedentemente descritte in un flusso inarrestabile di vita.

Questo è l’ultimo pezzo conclusivo del nostro videoclip, epilogo di una storia tormentata di un ragazzo con una storia comune, la cui sensibilità può esser nascosta agli altri ma non a sé stesso. 5 minuti è un pezzo che rompe qualsiasi schema e qualsiasi forma adottata prima. Il ritornello è il fulcro centrale ma piuttosto che spezzare il ritmo lo alimenta, in un climax ascendente che si manifesta come lacrime nelle battute conclusive del pezzo. Prima però, vi sono le similitudini con delle Lei che hanno scritto la storia, tra le pagine di un libro o tra le note di un cantautore: la Marina di Zafon,la Giulia di Venditti, la cura di Battiato, la Linda di Battisti.

Prima delle barre conclusive che sono la sintesi viscerale di tutto quello che voleva essere il nostro racconto.

“Ritorno a casa solo il cane mi aspetta,
tu mangi il cuore lui le scarpe ma è meglio così
Non ho più voglia di parlare no, ti prego lasciami in silenzio
Che penso ad un testo in cui parli anche tu
Di notte ancora a letto cerco il tuo seno ma non ci sei più”

Una potenza espressiva degna dei migliori autori della nostra epoca, rafforzata dall’intensità con la quale è ritmata.

Ecco, Corpus non è sicuramente un progetto che farei ascoltare ai più adulti per fargli capire quanto è speciale il rap, tantomeno a qualcuno che non apprezza il genere per spiegargli perché riteniamo che questo genere abbia una marcia in più. Però fa bene a chi scrive, ed a tutti coloro che lo recepiscono, perché spiega come – a volte- con gli artisti si creino dei rapporti di simbiosi dai quali è molto difficile fuggire.

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.