È fuori il titolo del terzo album in studio del rapper di Chicago, Earl Sweatshirt. Scopriamolo assieme con la nostra recensione di Some Rap Songs.

Sono passati tre anni, tre lunghissimi ed interminabili anni dall’uscita di I Don’t like Shit, I Don’t go Outside: An Album by Earl Sweatshirt. Ciò che è successo in questi tre anni viene descritto proprio in quest’ultimo disco, in queste quindici tracce per una durata totale di soli 24 minuti.

Il titolo può ingannare, perché Some Rap Songs contiene molto più che, semplicemente, alcune canzoni rap. Troviamo infatti, a livello tecnico, un fenomeno inspiegabile che lui come altri pochi artisti riescono a gestire e a sfruttare. Se andiamo ad analizzare ogni singola traccia, si possono denotare dei dettagli comuni tra cui basi composte semplicemente da canzoni molto vecchie campionate e messe in loop in una qualità non molto alta, kick composti da batterie – probabilmente anch’esse campionate – e come se non bastasse ogni tanto sembra quasi che il disco salti o s’incanti.

Eppure, unendo questi fattori alla sua voce, registrata con un microfono evidentemente – e volutamente – non-professionale, ad un mixaggio tra le varie canzoni eseguito egregiamente otteniamo un ottimo prodotto che, se non perfetto, riesce comunque a trasmettere una sensazione di angoscia, oppressione e depressione che l’artista ci vuole comunicare. Esattamente le stesse sensazioni provate in questi ultimi tre anni, a detta dello stesso Earl, alimentate ancor di più dalla morte di suo padre Keorapetse Kgositsile – poeta ed attivista politico sudafricano – scomparso a gennaio di quest’anno.

Earl Sweatshirt è molto legato ai suoi genitori, come dimostrato anche nella traccia numero tredici di questo album, Playing Possum, al cui interno sono presenti campionamenti di sua madre che parla di lui e una poesia letta da suo padre ad un congresso a Berlino nel 2009.

Ciononostante, in questi ultimi tre anni il rapporto tra Earl e suo padre non era molto stretto. In un’intervista concessa al magazine americano Vulture, Earl spiega che il campionamento del suo discorso venne usato senza il suo permesso e voleva essere una sorpresa per riconciliarsi con suo padre. Ma poi, il 3 gennaio, al cantante arriva la fatidica notizia della scomparsa di Keorapetse, causando un profondo shock tale da fargli cancellare alcune date in Europa e molto altro, come la sua chiusura verso il mondo esterno, verso i suoi colleghi della Odd Future e verso il resto della sua famiglia.

La solitudine portata da questo grave evento e la sua consecutiva uscita – comunque molto difficile anche per via della morte di un altra persona a lui legata, questa volta il suo amico e collega Mac Miller – saranno i temi portanti delle quindici tracce di questo Some Rap Songs. In sostanza, Some Rap Songs è un (auto)prodotto che riesce a trasmettere perfettamente ciò che ha passato Earl in questi ultimi anni anche se, unica pecca a livello tecnico, la formula enunciata prima potrebbe risultare ridondante e quasi ripetitiva alla lunga.

L’unica speranza è che non debbano passare altri tre anni per poter acere un eventuale prossimo progetto di un artista così visionario e al contempo così forte, perché al rap game servono esperimenti come i suoi, servono canzoni come le sue e servono testi come i suoi. In poche parole, nella scena rap – ed in quella musicale in generale – servono artisti come Earl Sweatshirt

Thebe Neruda Kgositsile – questo è il suo vero nome – è un’artista che riesce a spiccare tra gli infiniti artisti copia-incolla ed è un vero peccato che sia così sottovalutato in America e all’estero. Potete ascoltare il suo ultimo album Some Rap Songs al link Spotify qua sotto:

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