L’importanza di essere Metro Boomin.

Ci sono alcuni beatmaker che definiscono un momento storico attraverso le loro produzioni. Dr. Dre e Dj Premier ebbero questo ruolo nei 90s per esempio, disegnando la blueprint sonora della West Coast e della East Coast. Metro Boomin fa parte di questa categoria. Con questo non significa dargli maggiore, minore o uguale importanza, ma posizionarlo tra coloro i quali hanno dato una sterzata al genere. È indubbio infatti che il giovane (ha ancora 25 anni) producer di Saint Louis abbia creato l’ossatura della scena trap contemporanea. Le sue produzioni lastricano le classifiche BillBoard degli ultimi anni, con i pezzi per Future, Young Thug, 21 Savage etc. Perciò l’ascolto di Not All Heroes Wear Capes di Metro Boomin è quasi istruttivo.

Questo producer album raccoglie al suo interno il meglio (o il peggio a seconda dei gusti), della scena trap contemporanea (e non solo). Al suo interno si possono trovare: Gucci Mane, 21 Savage, Travis Scott, Young Thug, Gunna, Swae Lee, Offset, Kodak Black, J.Balvin, Drake e Wizkid. Osservando semplicemente questa breve lista di nomi, si può guardare alla musica da classifica, che domina le playlist di Spotify come Rap Caviar o Zona Trap. Ci sono grosso modo tutti i pesi massimi del movimento, avesse aggiunto Future, Lil Uzi Vert e i restanti due terzi dei Migos, la lista sarebbe stata completa.

A livello di composizione Not All Heroes Wear Capes di Metro Boomin suona omogeneo e coeso, tredici tracce per circa quaranta minuti di ascolto che filano liscissime. Non ci sono stacchi forti tra le diverse canzoni, ogni traccia finisce poi nella successiva, creando un filone pressoché unico dove momenti di calma si alternano a momenti più club. Gli stessi rapper hanno uno spazio adeguato alle loro caratteristiche. I fedelissimi hanno evidentemente più campo, ma nessun talento viene sacrificato, anzi. La costruzione complessiva del progetto risulta quindi molto armoniosa.

Il protagonista assoluto del disco rimane tuttavia Metro Boomin stesso, che crea un prodotto abbastanza lontano dalle logiche più strettamente commerciali. Strano da dirsi, ma è difficile all’interno di questo lavoro trovare una vera hit Block Buster (l’unica che realmente si può candidare a questo ruolo è 10 Freaky Girls con 21 Savage). Sampling e composizione si alternano in maniera equilibrata. La predilezione per la composizione da parte del beatmaker è evidente, con impalcature sonore a volte a più pompose, altre volte più minime, ma l’utilizzo dei campioni è ottimale per spezzare il ritmo di un disco che risulterebbe forse piatto senza di essi.

Con Not All Heroes Wear Capes Metro Boomin crea un compendio di cos’è la trap nel 2018, dando spazio e tendenze più mumble o cose più street, coinvolgendo nomi grossi e qualche esordiente, ma anche qualche sorpresa, per definire a che punto è il movimento.

Ma è abbastanza tutto questo? Probabilmente no. Non tanto perché Not All Heroes Wear Capes di Metro Boomin sia di basso livello (evidentemente non lo è) o perché i suoi interpreti siano scarsi (non lo sono), ma perché in un mondo dominato dalle playlist di Spotify e a dagli algoritmi che creano selezioni automatiche di brani secondo i gusti dell’ascoltatore, non è semplicemente un lavoro che aggiunge qualcosa. Metro Boomin ha provato a superare questo problema dando coesione al lavoro, di modo che ogni traccia suonasse simile ma diversa, quasi come fosse un dj set. Ma il risultato non è così convincente da superare il problema.

Da ascoltatore rimane in sospeso la domanda: “Che differenza c’è tra questo lavoro e il mio Daily Mix 3?“. Ai posteri l’ardua sentenza, ma tutto ciò dovrebbe far riflettere su cosa vuol dire fare un disco, soprattutto un producer album, nel 2018.

 

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Brianzolo trapiantato a Venezia per motivi scolastici, studente per necessità, scrivo di rap per passione. Non conosco differenze tra undeground e commerciale, ma mi sveglio ascoltando Nas e mi addormento con Kanye nelle cuffie e pensando alle Kardashian.