Gioco, esperienza e resistenza all’interno di Pedagogia Hip-Hop, libro che vi abbiamo voluto presentare.

Può l’hip-hop, cultura giovanile sorta nella periferia newyorkese, essere assunto a paradigma pedagogico della contemporaneità? È questo il quesito che Davide Fant, formatore e ricercatore specializzato nell’apprendimento esperienziale, pone al centro della propria opera: Pedagogia Hip-Hop (Carocci Editore).

Si tratta invero di una delle “letture hip-hop” più interessanti cui, fin ora, mi sono imbattuto. Centocinquanta pagine circa suddivise in tre parti principali: cultura hip-hop, pedagogia hip-hop ed  “esperienze”, terza ed ultima unità.

Pedagogia Hip-Hop

Un saggio ove viene ripercorso in maniera dettagliata il processo evolutivo storico-sociale che portò l’hip hop a subire una radicale trasformazione da genere di nicchia a fenomeno di massa. Vengono spesso citati quelli che furono i pionieri di tale movimento culturale, oltre alle motivazioni che spinsero tali soggetti a cimentarsi in una simile attività. È poi descritto il contesto sociale in cui si sviluppò la cultura della doppia acca: sorta essenzialmente in un’evidente situazione di precarietà alla quale i ragazzi del Bronx opposero, in risposta, il proprio ego creativo.

Non manca di certo un’accurata analisi delle quattro discipline nel loro insieme; Fant inoltre arricchisce il proprio saggio con curiosità ed aneddoti che rendono la lettura piacevole e scorrevole. Eravate, ad esempio, a conoscenza che molte delle coreografie cui i vari b-boy si sfidavano altro non erano che rielaborazioni creative del mondo in cui questi ragazzi erano immersi quotidianamente tra impulsi mediatici e fantasie adolescenziali riguardo al proprio passato e futuro? Avreste mai detto che il windimill, passo di break, consisteva in una rappresentazione corporea delle eliche degli elicotteri dei marines in Vietnam, immagini che in quegli anni venivano diffusamente trasmesse in televisione? Eppure queste danze apparentemente così innocue rievocavano i riti iniziatici dell’Africa nera ed i balli in cerchio degli schiavi nelle piantagioni, andando contemporaneamente a mettere in discussione anche situazioni di disagio molto attuali per l’epoca. Ci si trovava insomma dinanzi ad una pratica che presentava numerosi link sia con il proprio passato che con il drammatico presente che questi giovani delle periferie erano passivamente costretti a fronteggiare giorno per giorno.

Si tratta invero di un discorso che ben potrebbe adattarsi in senso lato all’hip-hop in tutto il suo complesso. Le pratiche esperite da questi giovani adolescenti rappresentavano al contempo sia un tentativo di evasione dalla realtà cui erano soggiogati, stimolati in ciò dalla propria vena creativa, sia un percorso di riappropriazione di identità culturale volto ad evidenziare le proprie radici etniche.

Nella seconda sezione di Pedagogia Hip-Hop viene affrontato il discorso sotto un’ottica pedagogica, oltre che socio-antropologica. Le attività svolte dai breaker o dagli MC del ghetto vengono infatti riformulate secondo un approccio di tipo ludico, l’hip-hop è quindi inteso come attività ricreativa utile per crescere e “reinventarsi”.

Si crea una dimensione atemporale ove tutto è concesso. Lo street name, il famoso a.k.a., di cui l’individuo si appropria per la composizione di tag o per l’ elaborazione di testi rap, rappresenta un tentativo di evasione della realtà. Viene dato vita ad un alter ego, il ragazzo del Bronx smette di essere tale per divenire, come dice Fant, un supereroe. Il writer che viene accusato dalla società intera di compiere un’azione illegale ben si assurge – in realtà – a “Robin Hood” in chiave moderna: egli cerca di rendere maggiormente ospitale la città, ridisegna lo spazio urbano in cui quotidianamente vive, non solo per trasformarla in un luogo quanto più vivibile, bensì per conferire alla stessa dimensione anche un surplus di magia, di incanto.

La tecnica del sampling effettuata dal Dj grazie al proprio campionatore assume allora una forte valenza pedagogica e storica, andando a contrapporsi alla tendenza contemporanea di relegare il proprio vissuto ad un “passato lontano”, reso così privo di significative connessioni con il presente, oltre ad indurre il soggetto a compiere un’anomala operazione di autoannientamento culturale ed identitario.

“Attraverso la pratica del campionamento si ha la possibilità di raffrontarsi con il proprio passato soggettivo, che emerge come arcipelago di elementi ancora vivi e pulsanti, suscettibili di nuovi riposizionamenti di cui esso è protagonista, in una dinamica aperta di continua ricodifica”.

L’hip-hop viene tout court presentato come efficace medium in grado di permettere la fuoriuscita dell’energia vitale presente in ciascuno dei ragazzi del Bronx. Nelle quattro discipline è la psiche dell’agente, in tutta la sua essenza più pura, che materialmente si realizza agli occhi dello spettatore.

Negli ultimi quattro capitoli dell’opera, all’ interno dell’unità “Esperienza”, vengono riportati dallo stesso Fant esempi di applicazioni formative – come i laboratori di scrittura rap o il “gioco dei riverberi” – basate sulle diverse manifestazioni della cultura hip-hop. È interessante notare come molte delle tecniche sperimentate abbiano riscosso notevole interesse da parte dei ragazzi attivamente coinvolti in queste attività, oltre ad essersi manifestata la potenziale efficacia delle suddette metodologie. Ciò rappresenta un’ulteriore conferma della forza e duttilità proprie di questa cultura. L’invito ad approcciarsi a simili pratiche è certamente rivolto a formatori ed educatori scettici o increduli: provare per credere.

Vorrei concludere suggerendovi caldamente di acquistare Pedagogia Hip-Hop di Davide Fant. È un libro davvero molto interessante che affronta l’argomento hip-hop, come detto inizialmente, in tutte le sue possibili sfaccettature. La narrazione, chiara e lineare, è poi abbellita dalla presenza di numerosi riferimenti a teorie davvero curiose ed inusuali le quali, un domani, meriterebbero una più approfondita trattazione: degna di nota, in questo senso, l’interessante speculazione, riportata da Fant, del ricercatore Jeffrey L. Decker che compie un parallelismo tra la figura di rapper “consapevole” e quella di intellettuale organico teorizzata da Gramsci.

Da ultimo mi sento di consigliare questa lettura in particolare ai neofiti del rap, il lettore meno esperto avrà modo di osservare analiticamente quello che è l’universo della doppia acca, aiutato in ciò da un professionista del settore.

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Grafica di Matteo Da Fermo.

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