Il rap in rosa è davvero rap di serie B o dobbiamo questa idea ad una certa dose di ignoranza?

Nei giorni scorsi, hanno destato scalpore le parole di un certo Drefgold, esordiente in questi anni nella scena rap italiana. In un’intervista, questo ragazzo (quasi mio coetaneo) si è lasciato andare a certe esternazioni molto discutibili sul passato della cultura hip hop e, in particolar modo, sul rap femminile.

Drefgold ha infatti commentato la scena femminile italiana come incosistente, ancora work in progress. Secondo lui, infatti, non esistono esponenti femminili della scena rap che valga la pena di menzionare o valorizzare perché ancora, questa “sezione” non ha trovato una propria identità. Non soddisfatto di queste dichiarazioni, Drefgold ha anche definito “babbi, coi vestiti 20 taglie più grandi” gli esponenti del rap maschile dei decenni passati.

L’ignoranza che queste parole trasudano ci danno un’idea della sterilità musicale e culturale che l’universo hip hop sta conoscendo in questi anni. Le mode che si sono imposte ultimamente hanno spinto soggetti come questo (o anche Cardi B) a considerarsi legittimati a dire qualunque cosa. Personaggi senza arte né parte, privi di umiltà e di qualunque conoscenza e cultura musicale.

Se guardiamo alla scena femminile del Bel Paese, vari sono gli esempi di donne che, quanto a flow e beats, non hanno nulla da invidiare ai propri colleghi. Basta pensare a Leslie, la prima rapper italiana ad essere messa sotto contratto da una major come la Universal Music. Dando un ascolto a brani come Oh My Goodness e alla serie di S/N (una serie di freestyle utilizzati dalla rapper per creare hype attorno al proprio disco), non potrete fare a meno di notare basi degne del rap a stelle e strisce, rime taglienti e una delivery da paura.

Altro personaggio destinato sicuramente a far parlare di sé è Priestess. Classe 1996 e sotto contratto con la Tanta Roba Label, questa rapper di origini pugliesi ha avuto l’onore di aprire il concerto di Pusha T a Milano mostrando ai propri rivali di sesso maschile come ci si mangia un palco. Una bad attitude invidiabile unita ad un’incredibile presenza scenica la rendono sicuramente una delle rapper più promettenti della nuova generazione. Vedere per credere!

Se ci spostiamo poi Oltreoceano, possiamo notare come il rap femminile abbia conosciuto un lento e lungo percorso di affermazione, che affonda le proprie radici negli anni ’70. Risale al 1978 uno dei primi singoli incisi da una donna: stiamo parlando di To The Beat Y’All di Lady B. Dedicatasi alla radio, la rapper non ha mai pubblicato un disco e occore aspettare gli anni ’80 per vedere le donne diventare una vera e propria forza commerciale.

In quel decennio, infatti, Queen Latifah, MC Lyte e il duo Salt-N-Pepa presero ad appropriarsi delle classifiche americane con hit come Push It, Ladies First e Cha Cha Cha: Lyte, in particolare, è nota per aver pubblicato il primo album rap femminile da solista della storia (Lyte As A Rock, 1988).

Tuttavia, le icone più note del rap femminile fecero la propria comparsa negli ’90. Da Brat, Lil’ Kim, Foxy Brown, Missy Elliott ed Eve iniziarono proprio allora a sfornare diversi progetti che le portarono ad acchiappare numerosi dischi di platino. Queste rapper riuscirono ben presto ad ottenere la riconoscenza ed il rispetto da parte dei loro colleghi, divenendo delle trendsetter.

Dopo un vuoto di circa cinque anni (2005-2010), il rap femminile ha ripreso vita grazie a Nicki Minaj, responsabile di aver “riaperto le porte” a questo genere: grazie a lei quindi la scena musicale si è ripopolata di ragazze toste ed in gamba, come Tink, Lady Leshurr, Rapsody e Young MA.

Queste sputarime si sono appropriate del porno rap (Hard Core), del mafioso rap (La Bella Mafia), dell’hardcore hip hop (Broken Silence) e lo hanno fatto, spesso, meglio degli uomini. Si sono imposte come icone della moda, smerciato milioni di copie e sfondato anche nel mondo degli affari al pari dei loro colleghi. Hanno cambiato il modo di concepire la musica rap, R&B e pop, scioccato mezzo mondo con le loro cover provocanti (Lil’ Kim e Nicki Minaj sopra tutte) e contribuito alla creazione dell’identità della comunità black.

Vero è che il loro successo è arrivato con almeno un decennio di ritardo rispetto agli uomini, per via dell’ignoranza e del sessismo imperanti dentro e fuori la comunità black. Peccato che spesso queste donne sputino barre più dure dei loro omologhi maschili.

Lo stesso fenomeno ha interessato l’Italia: partite in poche nei decenni precedenti (La Pina, in primis), le rapper stanno diventando parte integrante della comunità hip hop italiana, avendo anche loro qualcosa da raccontare e qualcosa da lasciare alla cultura. Possiamo dire che non sono ancora del tutto emancipate, ma di certo sono proiettate verso un futuro brillante.

Come amanti della musica, siamo quindi chiamati a valorizzare anche loro non perché abbiano bisogno di un’attenzione particolare, ma perché i loro lavori hanno fatto la storia e continueranno sicuramente a farla, in Italia e all’estero. È giunto quindi il momento, cari rap addicted e non, di approcciarsi al rap femminile con lucidità ed onestà intellettuale. Andate ed ascoltate perle come The Notorious K.I.M. di Lil’ Kim e This Is Not A Test di Missy. Oppure andate a vedere qualche concerto delle rapper nostrane e chiedetevi: ne vale la pena?

Secondo noi, sì.

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