Abbiamo avuto modo di confrontarci con Rokas, giovane rapper emergente che ha recentemente pubblicato il suo album d’esordio “Nemico del cuore”.

Classe ’92 di Sarzana, milanese d’adozione, Alberto Sanlazzaro è finalmente riuscito a far puntare i riflettori su di sé ritagliandosi un piccolo spazio nel mare magnum dell’odierna scena musicale italiana. Rokas ha infatti recentemente pubblicato “Nemico del cuore”, primo album ufficiale che – speriamo – possa definitivamente sancire l’inizio della sua carriera artistico-musicale.

Già dal titolo è intuibile individuare l’argomento centrale alla base del lavoro prodotto: l’amore. “Nemico del cuore” mostra così la propria essenza di concept album, in cui l’amore è trattato dallo stesso artista in un’ ottica fortemente personale ed introspettiva. All’interno del disco sono presenti due featuring con alcune notevoli promesse della scena indie-rap italiana: mi riferisco alla seconda ed alla terza traccia che hanno visto rispettivamente la collaborazione di Testacoda e de I miei migliori complimenti, nome d’arte del milanese Walter Ferrari.

Le produzioni musicali sono state affidate a diversi producer quali Rayless, Luke Giordano, Abathingboi, Manfree e Kanesh. Il lavoro di registrazione, mix e master si è invece svolto sotto la supervisione di Icaro Tealdi (Icarus Studio Recordings). Ho infine avuto il piacere di poter intervistare Rokas. Sperando di suscitare in voi il massimo interesse, ecco quanto ci siamo detti:

Vorrei cominciare questa intervista chiedendoti di elencare i tuoi modelli artistico-musicali di riferimento. Qual’è il background di Rokas? C’è un cantante, un duo o un genere musicale specifico in cui ti rispecchi e che ti influenza maggiormente nella composizione dei tuoi brani? La musica è sempre stata presente nella tua vita?
«I miei modelli di riferimento sono parecchi, molto legati a diversi periodi della mia vita. Dal rock indie punk al blues, dal soul alla motown, senza scordare il cantautorato italiano. Poi sono passato al rap: un sacco di old school, ma prettamente di artisti americani. Con gli italiani ho cominciato tardi, quindi i “classiconi” non li ho mai ascoltati troppo. Ho tante influenze più che artisti preferiti, mi piace essere stimolato quando ascolto. Attualmente sono molto concentrato sulla musica Black, Drake, The weeknd, Tory Lanez , Asap da un sacco. Ma potrei citarti Frank Ocean come i Suicide Boys, Lana Del Rey, Sahbabii, Lil baby, Francis and the Lights e Bon Iver. A volte mi capita di immedesimarmi in uno di questi artisti e pensare: “ma come gli sarà venuto in mente quella cosa?!”  Poi sì, vengo da una famiglia di musicisti quindi  la musica era sempre presente in casa: io suonavo la chitarra ma la usavo come bongo, non era proprio la mia strada diciamo».

Come ti definiresti artisticamente parlando? In quale filone musicale rientra Rokas?
«È un po’ difficile auto definirsi, solitamente sono gli altri a farlo. Spesso in maniera anche piuttosto discrezionale e soggettiva. Principalmente ti direi “rap” con delle influenze verso il “contemporary R’n’b”».

Veniamo ora a “Nemico del cuore”, il tuo album d’esordio. Cosa ti ha portato a “buttarti” in questo progetto musicale? È stata impegnativa come cosa?
«Ti dirò di no! Ho un processo di scrittura un po’ strano: scrivo molti concetti, molte frasi, a volte anche solo parole. Magari succede che mentre parlo con qualcuno, sono in giro, sento della musica e mi viene in mente qualcosa, che poi mi appunto. Poi nel momento in cui ho una produzione sotto il tutto si collega in maniera abbastanza spontanea. Avevo scritto molto nel periodo precedente a “Nemico del cuore” senza però mai concludere in niente di serio. Quando poi ho cominciato a fare le prime canzoni è uscito tutto abbastanza velocemente, trovando un filo conduttore con ciò che avevo scritto in precedenza».

Perché, secondo te, qualcuno dovrebbe essere spinto ad ascoltare questo lavoro?
«È un buon modo per farvi i fatti miei. Ve lo consiglio!».

Riusciresti a fornire una panoramica a 360° di “Nemico del cuore”?  Al primo ascolto ho come avuto la sensazione che si trattasse di un concept album. Sbaglio?
«All’inizio non voleva esserlo. Paradossalmente lo è diventato perché il processo di scrittura è stato molto veloce ed in un breve lasso di tempo. Quindi tutti i pezzi sono abbastanza collegati. Il risultato è un breve viaggio che ripercorre le fasi di una relazione: l’inizio, i momenti di spensieratezza, le litigate, le sofferenze, le prese di coscienza. Sono tutti gli step che portano ad un’ accettazione finale, con o meno quella determinata persona».

Cos’è l’amore per Rokas?
«È solo un nome che dai a qualcosa quando sei particolarmente felice. Sono un romanticone eh, però se ci pensate quante volte avete detto “sei l’unico/a che amo”, “con te provo cose incredibili”. Stesso copione con il nuovo partner e via dicendo. Non sto sminuendo l’argomento, credo solo che talvolta si enfatizzi eccessivamente l’evolversi degli eventi. Alla fine chi sa essere felice è quello che sta anche meglio».

Concentrandomi per un momento sulla penultima traccia dell’ album, “Bansky”, vorrei chiederti: ti andrebbe di spiegare il perché di questo titolo? È insito un implicito omaggio al famoso writer inglese? Hai visto cosa è recentemente successo alla sua famosa opera “Girl with balloon”?
«”Bansky” è un pezzo molto di strada, però non strada quartiere, più da cantare a squarciagola ubriaco (io l’ho fatto, provateci). Mi è sempre piaciuto come artista, per un mix di cose: molto comunicativo, intellegibile e provocante.Nel brano sembra che mi creda chissà chì e tiro in mezzo chi vuole prendersi troppo sul serio, anche se parlo di situazioni difficili che mi sono successe come rimanere senza un posto dove stare.  “Faccio il verso” a chi dice Bansky senza saperlo pronunciare correttamente, ed io per primo spesso e volentieri sbaglio a dirlo. Parlo di amore, l’apoteosi della condivisione, e poi dico che scelgo sempre me per primo. Sì, ho visto cosa è successo recentemente alla sua opera: avvenimento perfettamente in linea con quello che Bansky è artisticamente parlando. Ho letto la notizia ed ho riso un sacco».

All’ interno del disco sono presenti anche due tracce con “I Miei Migliori Complimenti” e  testacoda, interessante promessa della scena indie-rap. Come sono nate queste collaborazioni?
«È stato il primo pezzo del progetto. Eravamo a casa di Walter e abbiamo fatto tutto in una sera, tutto molto naturale. Walter lo conosco da molto, ho sempre apprezzato e sono sempre stato fan de “I miei migliori”. Tra di noi ormai c’è molto più di un semplice rapporto professionale. Per Testacoda è necessario aprire una parentesi gigante: lo conosco da tanto, ci passo quasi tutti i giorni insieme. Quello è il suo primo pezzo in assoluto. La prima volta che mi sono accorto di quanto fosse bravo è stata una sera in macchina, dove si mise a cantare “Love Scars” a voce piena, identico a Trippie Redd. L’unico problema è che la sua voce non aveva l’auto-tune, né mix, né effetti, e suonava comunque uguale! In quel periodo aveva iniziato a scrivere da poco e io ero rimasto sconvolto da come potesse cantare così bene e scrivere in quel modo: sembra che ti metta le mani negli organi e te li rovesci tutti».

Cosa ti aspetti dal futuro? Hai già delle idee o collaborazioni varie che puoi svelarci?
«Non mi piacciono le aspettative, sono il primo motivo di delusione in qualsiasi cosa. Come quando vai a vedere un film e alla fine era bello solo il trailer, oppure quando vedi una tipa sui social e dal vivo fa schifo. Voglio solo divertirmi! Di collaborazioni nel nostro campo mi piacerebbero molto con Generic Animal, Naska, Santii, Orfedi. Vi sono poi già molti progetti con alcuni degli artisti con i quali ho avuto modo di collaborare in passato. Se penso all’estero mi piacerebbe collaborare con Juls, un produttore ghanese di Londra, e anche con Drake, o The Weeknd… però prima devo controllare nell’agenda se ho tempo libero!»

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