Il 31 agosto scorso, a sorpresa, è stato pubblicato Kamikaze di Eminem, il suo nuovo album: un attacco frontale all’ordine costituito, il risveglio del gigante, ma anche un monito per l’intero movimento hip-hop.

Un po’ tutti avevamo capito, già in tempi non sospetti, che ad Eminem l’ondata della nuova scuola incarnata dal fenomeno mumble rap piacesse davvero poco. Il veterano proveniente dal Michigan, in questi anni di assoluto splendore per il controverso genere, l’ha dimostrato non solo a parole ma nei fatti, in modo netto e quasi inequivocabile: fin dal crepuscolo di questo cosiddetto movimento, il nostro non aveva mai accostato il suo nome a quello dei vari Future, Lil Uzi Vert e compagnia biascicante, e nei dischi aveva rinnovato puntuale il suo religioso impegno nel mantenere l’abilità lirica al centro del discorso deontologico più caro all’hip-hop.

Per quanto Revival – l’ultimo album, che avrebbe dovuto segnare un ritorno all’epica degli anni d’oro, e invece ha deluso in primis le aspettative del suo stesso autore – avesse in qualche modo teso la mano allo stile dell’ultima generazione in un paio di tracce (le quali forse, a posteriori, hanno contribuito alle fredde reazioni di pubblico e media), era già allora chiaro che Eminem volesse riproporre con forza gli elementi che, da una ventina d’anni a questa parte, lo annoverano tra i più grandi di sempre: ricerca dei contenuti, vocabolario e metrica.

Il primo dei tre punti sopraelencati, purtroppo per lui, è oggetto di dibattito tra gli stessi fan da tempo immemore: tra chi dice che Marshall Mathers abbia esaurito gli argomenti dopo The Eminem Show (datato maggio 2002) e chi sostiene, in un’ottica diversa ma interessante, che il nuovo Eminem – ripulito dalle droghe e con più anni sulle spalle – stia oggi raccontando il suo mondo da un altro punto di vista, è senza dubbio evidente che il talento più cristallino della 8 Mile Road abbia scelto di sciogliere le riserve con questo nuovo disco e mescolare le carte, trattando l’attualissimo tema della decadenza artistica in ambito rap con l’irriverenza che gli riconoscevamo ai tempi in cui i suoi capelli a spazzola splendevano del celebre biondo platino.

Kamikaze di Eminem

Kamikaze di Eminem è quindi il risultato del rimpasto spirituale appena citato, ed era prevedibile – ancora una volta, com’è da sempre nel suo stile – che fosse destinato a dividere. Il disco (fin dalla sua copertina, un rispettoso tributo al fondamentale Licensed to Ill dei Beaties Boys, 1986) non è altro che un attacco frontale alla ristagnante pochezza perpetrata oggigiorno dal rap più facilmente accessibile, quello che finisce su radio e network televisivi, fatto di poche doti ma smodata ambizione, aizzato dalle major discografiche che ormai preferiscono investire su macchiette facilmente vendibili invece che sulla competenza, senza sfavillanti distrazioni di contorno.

A ringraziare Eminem per questo atto di coraggio, che soltanto un personaggio della sua caratura avrebbe potuto compiere con la certezza di smuovere le coscienze, non saranno quelli che hanno venduto l’anima allo stomachevole conformismo, bensì quei cultori che non si sono mai rassegnati alle fanfare del declino, e che ancora riconoscono in Kool Herc e Grandmaster Flash i padrini di una forma d’intrattenimento che non merita di finire nelle mani di custodi irresponsabili.

Nelle tredici tracce che si susseguono alla velocità della luce, Eminem torna a fare i nomi di chi non gli aggrada, si toglie più di un sassolino dalla scarpa e trova anche il tempo per tirare le somme su un’esperienza cruciale della sua vita, quella con i D12, capitolo ormai irrevocabilmente chiuso e salutato con una buona dose di amarezza dal membro più popolare del gruppo; c’è spazio per collaborazioni molto ben confezionate, con l’astro nascente Joyner Lucas e l’eterno Royce da 5’9”, e ai seguaci di più vecchia data viene strappato un sorriso nostalgico nell’interludio che vede protagonista Paul Rosenberg, un tempo stratega esclusivo della carriera di Marshall, oggi uno dei più potenti funzionari dell’industria, a capo della storica Def Jam Records.

Kamikaze di Eminem serve dunque alla sua discografia (e, forse, all’intera comunità rap) per tracciare una linea di demarcazione: l’hip-hop degno di essere chiamato tale sta da questa parte, dall’altra c’è tutto il resto, sia che si tratti di bieca riforma od insindacabile feccia. Pare essere arrivato il solenne momento – non solo per il disorientato pubblico, ma anche per gli stessi artisti – di prendere posizione, e decidere a quale partito sottoscrivere la propria adesione: se accettiamo l’hip-hop alla stregua di uno spicciolo bene di consumo, senza radici né valori ai quali devolvere anima e corpo, allora ogni singola parola di derisione e scherno sbraitata da Eminem in questa dichiarazione di guerra è rivolta a noi; se, al contrario, vogliamo sobbarcarci l’impegno comune a ristabilire gli egregi canoni entro cui l’hip-hop ha facoltà e dovere di esprimersi, Eminem vuole farci capire che è con noi, ed è disposto a farsi condottiero indefesso della crociata.

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