Nel 2012, a qualche mese dallo scioglimento dei Co’Sang, il rapper napoletano ha pubblicato il suo primo disco solista. Siamo andati ad analizzare “L1” di Luchè qualche anno dopo.

Quando uscì “L1” di Luchè il mondo dei social non era sviluppato come oggi, ma nonostante questo non mancò occasione di fungere da canale di amplificazione di odio. Moltissimi hater si sentirono infatti giustificati nel gridare tutte le offese possibili all’ex membro dei Co’Sang, pur non conoscendo il motivo dello scioglimento del gruppo, accusandolo di essere un traditore solo per aver pubblicato un disco solista poco tempo dopo la chiusura dei rapporti tra Ntò e Luchè.

Questo, come è logico pensare, penalizzò tantissimo la promozione del disco. Tra gli addetti ai lavori invece i giudizi erano essenzialmente di due tipologie: da un lato c’erano quelli che sostenevano che con questo album il rapper avesse fatto il passo più lungo della gamba, realizzando un lavoro tutto in italiano, dall’altro c’erano coloro che apprezzavano lo sforzo lirico e musicale svolto.

Ricordo che addirittura qualcuno definì l’artista il “Kanye West italiano”. All’epoca mi sembrò un paragone forzato ma col senno di poi devo ammettere che non era poi così tanto fuoriluogo, sia per i suoi meriti musicali che per quelli imprenditoriali. Difatti, oggi, sei anni dopo “L1” ‒ un’eternità per la musica e altrettanto per Luchè ‒ sono i traguardi a parlare per l’artista, che è riuscito ad affermarsi nella scena italiana ma anche con le sue attività sparse tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti.

Tornando a parlare del disco, invito tutti voi a riascoltarlo, dimenticando per un attimo il fatto che sia stato registrato nel 2012. Quello che più colpisce, a mio avviso, è il livello delle produzioni. Alla luce dei dischi pubblicati negli anni successivi si capisce subito come con “L1” Luchè (che è comunque anche un producer) avesse iniziato un lavoro di costruzione del suono senza eguali nel rap italiano.

In quell’anno, come oggi avviene con la trap, nella scena mainstream italiana i beat erano davvero tutti uguali ed era quasi un’eresia discostarsi da un certo tipo di sound, per non parlare dell’inserire strumenti suonati nelle produzioni. Per fare un esempio basta citare il brano “Appena il mondo sarà mio”, nel quale questo sforzo è palpabile dall’inizio alla fine, con tanto di assolo di chitarra.

Mettendo da parte il discorso legato ai beat, questo disco è importante per almeno altre due motivazioni: la prima, come abbiamo detto, è la scelta della lingua italiana, una scelta coraggiosa e “pagata” a caro prezzo dagli attacchi social al rapper; la seconda è la volontà ad esporre liricamente, per la prima volta, il lato più vulnerabile ed umano dell’artista, parlando senza paura delle proprie emozioni e delle proprie relazioni.

Questo è particolarmente palese in brani come “La risposta”, “Ti voglio” con Da Blonde e “Lo so che non m’ami” con Emis Killa, tracce che ancora oggi reputo dei capolavori di scrittura, sui quali sono certo si siano ispirati molti artisti negli anni successivi.

La traccia che però io reputo emblematica di tutto il disco è “Dimmi che mi capirai”, nella quale Luchè rappa una delle migliori strofe della sua carriera, rispondendo anche a mio avviso, in maniera velata, alle critiche che probabilmente si aspettava.

“Da una fogna di umiliazioni
A una fontana di emozioni
Sono molto più di uno show
Non so perché continuo ad amare
Le stesse strade su cui faccio un frontale con me stesso
Il riflesso di chi non sarò
Dimmi cosa hai imparato a diventare famoso
Che la gente vuole solo una foto
E che sei un fortunato e se magari guadagni un po’ troppo
Diventi automaticamente un capro espiatorio
La solitudine non ti lascerà mai solo
Morire giorni interi vivendo una volta sola
Come cadere da uno scoglio in un mare di dubbi
Imparo a perdere amando
Perdendo punti non è bello
Vedere sangue scivolare sullo scivolo su cui volavi
Senza mani
In sella ad un cavallo bianco
Punto alle stelle
Tu scusami se sulle spalle
Ho un grado da generale”

Ma quindi che disco è “L1” di Luchè?

È un disco di qualità (nonostante Luchè lo abbia più volte reputato acerbo), grazie anche a featuring importanti come quelli dei Club Dogo, Marracash e Emis Killa, ma è anche un album coraggioso, fatto nel momento più delicato e importante della carriera di Luchè, il quale non ha avuto paura a sperimentare musicalmente e liricamente.

Dopo 6 anni possiamo dire con certezza che ci aveva visto lungo.

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Pescarese di nascita e bolognese d'adozione, amo il rap, la letteratura e i film di Sorrentino. Tra un esame e uno spritz cercherò di darvi spunti interessanti e non troppo noioisi riguardo l'hip hop.