“Astroworld”, il primo disco dell’età adulta di Travis Scott.

Pochi rapper riescono a polarizzare l’attenzione attorno a sé come Travis Scott. Il ragazzo di Houston, emerso dal mare del web nel 2014 con il mixtape: “Days Before Rodeo” e, consacratosi l’anno successivo con il suo primo disco ufficiale “Rodeo“, ha visto esplodere la propria popolarità negli ultimi due anni, sia per motivi musicali sia personali. Musicalmente parlando, il suo penultimo album: “Birds In The Trap Sing McKnight” e il joint album con Quavo: “Huncho Jack, Jack Huncho“, lo hanno consacrato come uno dei personaggi più rilevanti della scena rap USA. A livello personale la relazione e la figlia avuta con Kylie Jenner (la sorella più piccola di Kim Kardashian), gli hanno consentito di diventare un fenomeno pop.

Giunto all’apice di questo percorso, ecco “Astroworld“. Con tutti i riflettori puntati addosso, Travis Scott era di fronte ad un bivio: o andare alla ricerca del successo commerciale facile, magari ricalcando l’onda del fortunatissimo singolo, “Butterfly Effect“, oppure cercare un’evoluzione coerente e innovativa rispetto al percorso fatto fino ad ora. La scelta è ricaduta sulla seconda opzione.

Le collaborazioni sono uno dei punti di forza del disco, che al suo interno vede: Frank Ocean, Drake, Juice World, Quavo, Takeoff, Swae Lee, James Blake, John Mayer, Kid Cudi, Stevie Wonder, Tame Impala, Thundercat, 21 Savage, The Weeknd etc. Un esercito di collaboratori che vengono sfruttati dall’artista, per caratterizzare singolarmente ciascuna traccia in modo specifico.

In tal senso, ogni artista presente all’interno del disco si è piegato alla volontà di Travis, che in questo modo è riuscito a manipolare le canzoni per renderle coerenti con un idea di disco, ma anche singolarmente differenti l’una dall’altra. Seguendo la visione del parco divertimenti, ogni canzone è una giostra. Ciascuna di esse dovrà avere una caratterizzazione propria, ma saranno tutte inserite all’interno di un contesto dove la forza risiede nell’insieme.

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Proprio l’idea di composizione si dimostra centrale all’interno del progetto, che prende forza dall’insieme di tutte e diciassette le sue parti, e come tale ha senso. L’idea di architettura e quindi di costruzione di un album vero e proprio – che non sia semplicemente una playlist -è una delle chiavi per comprendere “Astroworld“.

Travis Scott ha costruito pezzo per pezzo il suo parco divertimenti, dapprima creando delle fondamenta solidissime (a livello di concept e direzione generale del progetto), per poi arricchirle con un impianto sonoro e stilistico, che fosse del medesimo livello. Come durante un viaggio i paesaggi si modificano alla vista dell’osservatore, così si dipana l’album. Momenti di psichedelici con cambi di produzione e batterie elettroniche, si alternano a sezioni più acustiche, per essere poi seguite ancora da altre più “classiche”. Autotune e rappato più tradizionale si alternano in modo indistinto, senza pestarsi i piedi. Ogni canzone è un viaggio nella mente dell’autore e della sua psiche, spesso compromessa da sostanze di ogni tipo, che lo portano a volare lontano dalla realtà. Eccezion fatta dal momento di lucidità “Coffe bean“, dove per la prima volta Travis Scott parla a cuore aperto della relazione con Kylie Jenner.

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Astroworld” assomiglia al suo autore, eclettico e fuori dagli schemi. Travis Scott è il simbolo di una generazione e di un momento storico, in cui tutto sembra già visto e sentito, ma dove tutto è possibile. Solo così è forse possibile inquadrare un disco in cui convivo coerentemente i Migos e Stevie Wonder, James Blake e 21 Savage, Gunna e John Mayer.

Il rapper di Houston è finalmente riuscito a perfezionare il suo stile, coniugando le mille influenze che sembrano coesistere senza problemi nel suo essere. Proprio per questo, si può affermare che “Astroworld” sia il primo disco dell’età adulta per Travis Scott.

“La flame he is in his head, the world is yours”

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