In occasione dell’uscita del suo nuovo singolo “Joga Bonito” insieme ad Axos e Nerone, abbiamo realizzato un’intervista a Ensi.

Quando la Warner ci ha passato il nuovo singolo di Ensi, solamente leggendo i nomi sapevamo di stare per ascoltare una traccia di un certo livello. Pitto Stail (che ha prodotto il pezzo), Axos e Nerone sono alcuni tra i nomi più caldi degli ultimi anni ed Ensi non ha bisogno di presentazioni.

Il risultato non ha difatti tradito le nostre attese e non poteva essere diversamente. “Joga Bonito“è un brano rap nudo e crudo, come si poteva metaforicamente intendere dal titolo, il quale richiama una campagna pubblicitaria ideata dalla Nike un po’ di anni fa, avente come obiettivo l’eliminazione della simulazione e del gioco sporco dal calcio.

Abbiamo parlato di questo progetto e non solo con l’artista piemontese, ecco cosa ci siamo detti:

Una domanda scontata ma necessaria: come è nata “Joga Bonito”?
«È nata da una session in studio. Oggi siamo in un’epoca dove si pianifica tutto, si ragiona per tempo sulle cose perché tutto sembra così “incredibilmente importante”, quando in realtà ci dimentichiamo che ogni tanto bisogna andare in studio a divertirsi e fare musica con le persone con le quali si condivide qualcosa: il brano è proprio il risultato di questo. “Joga Bonito” è nata qualche mese fa, eravamo in studio con Axos, Nerone e Pitto Stail, ascoltando i beat ne abbiamo trovato uno che ci è piaciuto subito e abbiamo iniziato a scrivere e a trovare il concept. Abbiamo poi lavorato per curare l’uscita, soprattutto nelle ultime settimane, scegliendo di pubblicare il singolo ad agosto, nel dramma discografico più totale (ride, ndr), in controtendenza con tutto quello che succede oggi. Ma alle volte la musica deve parlare per te e in questo periodo mi piacerebbe far uscire più musica in questo modo, alla fine io ho un percorso radicato nel tempo e non devo presentarmi tutti i giorni.

Non sono come quegli artisti che fanno un singolo al mese e levano tutte le foto di Instagram come quasi a ripresentarsi, come se la “novità” fosse qualcosa di sacro e prestigioso. Io, al contrario, ci tengo a ribadire la mia storicità. È vero che in passato non ho quasi mai fatto uscire robe tra un disco e un altro, ma questa volta ho voluto fare diversamente. Il pezzo ci è venuto naturale, le nostre uscite discografiche sono nell’aria ‒ anche se io forse sono un po’ più avanti ‒ e abbiamo deciso di farlo uscire così.»

Quindi il brano sarà nel tuo nuovo disco?
«Ci sto ragionando, non lo escludo perché a me piace molto. Però non è detto, devo rifletterci e devo capire se starà bene nella tracklist o no. Io ci ragiono molto su come suona un disco nella totalità, non penso solamente alla bellezza del pezzo da solo. Mi interessa fare un disco che abbia un fil rouge che lo collega. Chi conosce la mia discografia sa questa cosa.»

Come hai conosciuto Axos, Nerone e Pitto Stail?
«Con Nerone e con Axos c’è un rapporto che si è instaurato soprattutto nell’ultimo anno, abbiamo una visione comune su tante cose e condividiamo tante cose al di là della musica, quindi posso dire che sono dei miei amici, ci siamo incontrati strada facendo e si è creato un ottimo rapporto. Li stimo molto come rapper, ognuno ha un suo stile: Axos ha una penna molto profonda e un’attitudine che mi piace molto, un po’ dark se vogliamo, mi aggrada perché non è mai banale nelle liriche. Nerone è un campione mondiale di freestyle, uno di quello che temerei a trovarmi di fronte (ride, ndr). È uno che ha dimostrato di essere forte anche liricamente, come tutti i freestyler. Sono quindi contento di averli tirati in mezzo. Pitto invece l’ho conosciuto proprio in studio andando a registrare delle strofe da lui. Ascoltando le sue produzioni e frequentandolo un po’ di più ci siamo trovati abbastanza in linea su tante cose e quindi da qua l’idea di far uscire questo pezzo.»

Qualche tempo fa hai deciso di pubblicare il remix di “Tutto il mondo è quartiere” con diversi rapper italiani di seconda generazione. L’attualità politica è quella che è e tu, a tuo modo, senza andare in televisione, hai detto la tua tramite la musica, con un gesto importante. Ad oggi credi che la scena si debba imporre maggiormente o al contrario credi che questa situazione sia normale, nonché specchio della società e della cultura italiana?
«Un velo d’indifferenza sicuramente c’è, basta vedere il fatto che quando succedono delle cose, anche magari importanti, spesso ad alzare la voce e a schierarsi sono sempre i soliti. Chi ha tanto da mettere in gioco sul piatto tende a non esporsi, forse per paura di perdere quello che ha. Però io arrivo da un’altra generazione, ho sempre visto la componente sociale di questa musica, perché quando ho iniziato a seguirla era composta quasi solo di quello, se il rap non diceva qualcosa sembrava quasi non fosse rap.

Nonostante questo a me piace il rap che “non dice nulla”, in questa musica è necessaria una base di “intrattenimento” e spensieratezza, però mi dispiace pensare che molte persone che non affrontano certi temi pubblicamente probabilmente non sentono nemmeno l’esigenza di farlo. È un po’ come hai detto tu, alcuni non dicono nulla per non perdere pubblico, evitare la polemica e non essere travolti dall’occhio del ciclone ‒ basti pensare al caso di Gemitaiz con Salvini, nel quale mi schierai anche io ‒ altri forse non sentono minimamente il tema sulla loro pelle.

In Italia soffriamo queste “emergenze”, ma parlare di emergenza razzismo credo sia sbagliato, secondo me c’è un’emergenza civica. Leggevo il pensiero di un comico che seguo molto che si chiama Emanuele Pantano, il quale fa satira e anche un po’ black humor, e riguardo questo discorso ha fatto un paragone, dicendo che se su un aereo c’è troppo carburante il pilota non parla di emergenza carburante. Il concetto di emergenza fa infatti rifermento a qualcosa di momentaneo e inusuale, ora invece siamo di fronte a qualcosa di diverso, che ha a che fare con le nostre coscienze secondo me. Anche gli ultimi casi, come l’atleta colpita a Moncalieri, sono un po’ lo specchio di questo, aleggia nell’aria un velo di indifferenza e le teste calde e gli esempi negativi vengono messi in risalto.

Io confido nei tantissimi ascoltatori ma anche nei rapper stessi affinché prima o poi dicano qualcosa, forti del potere mediatico che hanno. Spesso però mi sembra che i miei colleghi non abbiano così interesse nello schierarsi. Non so se sia una colpa però credo che oggi sia davvero doveroso parlare.»

Un po’ come sta accadendo negli Stati Uniti ultimamente…
«Esatto! Ma ti ripeto, io non sono solo questo, io amo il rap che non dice nulla, non dico che se non salvi il mondo mi stai antipatico, ma in un momento come questo mi sarei aspettato una presa di posizione diversa da alcuni. Però insomma, credo anche che debba essere una cosa che ti senti di fare e di dire, ripostare solo una notizia per strappare due like con questo velo di buonismo gratuito mi sembra addirittura stupido. Il punto poi è che spesso dico queste cose senza rendermi conto che alcuni artisti, che hanno molto più hype di me, magari non se la sentono proprio addosso questa tematica, la loro vita è fatta di altro. E se non vedi il problema direttamente, non lo tocchi con mano, non esiste.»

Qualche tempo fa Mosè Cov, che è da pochissimo entrato in Warner, mi ha parlato un sacco bene di te. Secondo te riuscirà a trovare il suo posto nella scena?
«Al giorno d’oggi nel rap italiano sembra sia tutto possibile o impossibile, non c’è una regola che fa funzionare o meno un artista. Io l’ho invitato nel remix di “Tutto il mondo è quartiere” ancora prima che firmasse per Warner e lo conosco da ancora prima. Andavo nel loro studio a Maciachini a Milano, nei quartieri all’interno di cantine e li andai a conoscere. Li c’è una bella energia, loro sono italianissimi, milanesi, parlano con l’accento di Milano ma hanno quasi tutti origini straniere. Spero davvero possa trovare il suo ruolo all’interno del gioco perché è meritevole, altrimenti non lo avrei nemmeno chiamato nella mia traccia. Mi sembra un ragazzo che abbia qualcosa da dire e forse è quello che sta mancando un po’ ultimamente nella nostra scena.»

Al giorno d’oggi continuano a non mancare, seppur siano quasi tutti nell’underground, i contest di freestyle. Allo stesso tempo molti dei ragazzi che hanno successo non hanno mai fatto una battle. Secondo te il freestyle è ancora fondamentale nella costruzione artistica di un rapper?
«No, oggi non serve più, senza ombra di dubbio. E lo dico io, che sono da sempre legato a questo universo e che devo solo ringraziare il freestyle per la spinta che ha dato alla mia carriera.Nonostante questo, mi capita di continuare ad avere a che fare con questo mondo, vengo invitato come giudice nelle gare di freestyle importanti, mi continua ad affascinare e non l’abbandono durante i miei concerti (anche se ne faccio meno e sono molto meno in forma di un tempo). Però mi sembra anche di capire che chi continua a fare freestyle sa che con questa disciplina non potrà farsi largo nel rap.

Quando ho avuto modo di incontrare questi ragazzi mi è sembrato come se molti fossero interessati a fare solo quello. Un po’ come la differenza che c’è nel calcio tra uno che fa gol e uno che è un fenomeno a fare i palleggi. In questo caso a volte mi sembra che chi fa “i palleggi”, vuole fare solo quello e sa che difficilmente lo porteranno altrove. Per noi, i più vecchi, il freestyle aveva una valenza diversa, era la base per tutti. Storicamente fino al 2005 era qualcosa di fondamentale, per chiunque. Nel 2012 con Spit è tornato un po’ sulla cresta dell’onda, però mi ricordo che prima, negli anni del 2theBeat, da Fibra ai Dogo, era un passaggio obbligato, come se il non saper improvvisare fosse una carta in meno. La storia è comunque piena di liricisti che scrivono benissimo e che non sanno fare freestyle: penso a Kaos a Marracash, a Gue Pequeno, o altri che non hanno mai palesato particolari abilità in freestyle, anche se una volta ho rappato con Gue fuori da un locale e posso affermare che è bravo. Questi artisti testimoniano come il non saper fare freestyle non sia ad oggi un limite.

In questo momento poi, a parte alcune gare “minori” ‒ solo per il nome, perché spesso sono le più veritiere ed il livello è veramente alto ‒ manca un torneo davvero grosso. Manca uno Spit o quello che è stato per noi il 2theBeat per questi ragazzi, un’occasione per concretizzare un cambio generazionale. Lo so per certo perché spesso questi ragazzi mi dicono che non si sentiranno ad un buon livello finché non avranno battuto me, ma non solo me in senso stretto, ma tutta la mia generazione. Al 2theBeat questo successe, Kiave aveva battuto Esa, io avevo battuto Tormento, la nostra generazione si era imposta su quella più vecchia e abbiamo avuto modo di prendere il testimone e di portarlo più avanti, di farci sentire.»

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Il tuo ultimo disco, “V”, fu accolto bene sia dalla critica che dal pubblico. L’impressione che poi ho avuto io è che fosse uscito un vero e proprio classico. A qualche mese di distanza, sei soddisfatto di quello che hai raggiunto con questo album o hai qualche rimpianto?
«Io sono contento davvero perché riesco a guardare con distacco la cosa, senza farmi mangiare dall’ego. Sono felice perché “V” è un disco che mi ha dato un riposizionamento importante dopo tre anni di assenza dal mercato, tre anni tra l’altro fondamentali per il cambiamento di questo genere, basti pensare al ruolo nettamente inferiore che nel 2014 ‒ quando uscì “Rock Steady” ‒ aveva Spotify. Mi sono dovuto un po’ ritrovare una posizione in questo gioco, sicuramente la mia faccia non era sconosciuta quindi non mi sono dovuto ripresentare dall’inizio, però è stato un album di riconferma totale, ho visto veramente un grande entusiasmo da parte di chi ha seguito il progetto, sia dei colleghi che degli addetti ai lavori ma soprattutto del pubblico. Un pubblico tra l’altro del quale vado molto fiero, dai ragazzini più giovani che mi hanno conosciuto col freestyle a quelli che oggi magari hanno la mia età e mi seguono da quando ho iniziato e continuano a vedere in me qualcosa di forte.

Io ho sempre dichiarato che “V” è stato il mio album migliore di sempre e lo dico ancora adesso. Sono anche contento di aver appeso al muro un disco d’oro, di aver raccolto numeri importanti su Spotify, nonostante questi non siano gli unici punti di riferimento ai quali penso quando faccio musica. Sicuramente abbiamo avuto un po’ di problemi per la prima parte di tour, motivo per il quale ho deciso di non calcare la mano sull’estate, avendo anche il progetto di Real Rockers che sta andando molto bene. L’idea per il prossimo anno è però quella di pubblicare un disco nella speranza di fare meglio di quello che ho fatto con “V”, consapevole dl fatto che sarà un disco molto meno personale, perché ho meno da raccontare ora. Voglio in un certo senso anche sfruttare anche questo momento storico, questa ondata di interesse verso il rap.

Per concludere, credo comunque che il disco sia piaciuto perché forse mancava qualcosa del genere in quel periodo. Non voglio essere spocchioso però come hai detto tu, in un’epoca di dischi “istantanei”, “V” era un disco rap che toglieva lo sfizio a chi ama questa musica in toto, perché c’era un po’ di tutto. Era quasi una playlist a vederlo adesso dal di fuori, ma sono comunque riuscito a mantenere un concept. Ho cercato di fare un album come se fossi un fan del rap che volesse ascoltare un disco vario e completo.»

Grafica di Matteo Da Fermo.

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