Recensione di “Scorpion”, il nuovo album di Drake

Drake

Nonostante tutto, Drake è riuscito ancora una volta a fare bingo con il suo nuovo album: ecco la nostra recensione di Scorpion.

Solitamente un libro non si giudica dalla copertina. Tanto meno se parliamo di un disco Hip-Hop, dove la creatività si è sviluppata sotto ogni aspetto, facendo confluire in sé influenze e visioni differenti da quelle dei protagonisti del genere. Basti pensare alla silente partnership stretta con il mondo della moda, ormai in simbiosi con la musica stessa. Nonostante diversi artisti – anche di spessore – puntino ormai molto sull’estetica da dare in pasto al pubblico, Drake ha invece deciso di seguire il processo inverso.

Una scelta fuori dagli schemi per gli stilemi di oggi, un po’ come il ritorno al classicismo dopo le ardue scelte del futurismo: il suo volto, una firma in basso, ed una scelta monocromatica del colore.

JUNE 29 2018 ?

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Drake è uno degli artisti più influenti della nostra generazione, in grado di smuovere migliaia di persone pur di vederlo dal vivo. O di sorprenderle, come successo di recente al Wireless Festival. Una delle qualità principali della sua musica è sempre stata quella di sapere vendere il suo personaggio nel modo corretto, raccontandosi in modo inedito attraverso una sapiente miscela tra un liricismo ricercato e delle melodie in grado di fare scuola, oggi universalmente riconosciute in quanto “alla drake”. In questo discorso vengono ovviamente escluse le hit internazionali come “Hotline Bling” e “God’s Plan“, le quali sono frutto di dettagliate manovre commerciali. I numeri parlano da soli.

Questa volta Drake aveva addosso diverse aspettative dettate principalmente dalle accuse rivoltegli di non essere autore dei suoi stessi successi e dalle dure accuse che Pusha T gli ha intentato nel beef che li ha visti coinvolti. Sono state ripagate queste aspettative? Sì, almeno in buona parte.

Con “Scorpion”, Drake ha dimostrato al mondo intero di essere un artista indiscutibilmente abile nel suo mestiere. Come a dirci: “Non ho bisogno di nulla se non del mio stesso nome”. E quindi via con un album lungo ed intenso, volto in maggior parte all’introspezione ed alla narrazione del proprio personaggio. Attenzione però, il disco non vive esclusivamente di momenti alti ma ne contiene molti, come l’inedito vocals di Michael Jackson in “Don’t Matter Me”, la provocante “Talk Up” o l’intima “14 March”, al contrario di altri episodi più piacioni e “filler”, “Blue Tint” e “Ratchet Happy Birthday” docet.

Ma non pensiate che Drake vi racconti qualcosa di troppo diverso dai classici stilemi del momento del tipo: soldi, p*ttane, tour life, business e vita da star. Lo fa, ma a suo modo, strizzando l’occhio al gusto del pubblico pur mantenendo il suo personalissimo stile. I singoli estratti da “Scorpion” sono soltanto un lato della medaglia, forse quello più noioso. È in ben altri pezzi che esce fuori il lato di Drake che è stato in grado di affascinare una generazione intera.

Il resto del disco è l’ennesima conferma di un artista che ha fatto di sé stesso un genere a sé stante, in grado di influenzare e far parlare di sé a qualunque costo. Un ragazzo ambizioso che ha fatto della musica la sua arma per il successo, iscrivendosi direttamente nella storia del suo Canada in quanto persona che ne ha influenzato in modo positivo le sorti economiche e sociali. Quale altro artista potrebbe dire lo stesso?

Sicuramente questo progetto non vive dell’ispirazione esclusiva che ha accompagnato Drake nella realizzazione di classici come “Nothing Was The Same” o di biglietti da visita  raffinati come “Do Not Disturb” in “More Life“, ma “Scorpion” merita di essere annoverato tra le cose più belle che Drake sia riuscito a fare nella sua illustre carriera, aldilà dei gusti.