Recensione di “Nasir”, l’undicesimo album in studio di Nas e l’ultimo degli album rap targati Mr. West.

Sarò sincero: dopo essermi follemente innamorato di “The Life Of Pablo” di Kanye West, ho faticato a trovare un disco che fosse all’altezza di questo. Sono dovuti passare due anni per avere qualcosa per cui sentirmi completamente soddisfatto: ha iniziato “Daytona” di Pusha T (come non amarlo se campiona “Drugs” di Lil’ Kim?), hanno proseguito Ye e Kid Cudi con i loro album ed, ora, Nas ha dato il colpo finale. Questi quattro album interamente prodotti dal rapper di “Runaway” sono perfetti: ottima la scelta di proporre soltanto sette tracce e di rifinirle fino alla perfezione.

Ognuno di questi progetti porta con sé una particolarità e la loro pubblicazione è capitata nel momento giusto: in questi tempi dominati dalla trap che ha distorto e banalizzato il senso ultimo della musica, questi quattro rapper sono tornati per ricordarci che quello che ci viene propinato non è la normalità.

Già dal titolo, possiamo capire che “Nasir” si concentra sulla vita di Nas: un racconto che si snoda lungo sette brani intrecciati ai sette vizi capitali… aspetta, aspetta! Cosa c’entrano i sette vizi capitali? Beh, Mr. West, qualche giorno prima dell’uscita del disco ha twittato un immagine contenente l’elenco dei sette vizi e, confrontando ciascuno di essi con le tematiche affrontate nei brani di “Nasir”, ben si capisce a cosa si riferisse il rapper.

Il progetto si apre con la trionfale “Not For Radio” in cui il beat contiene il campionamento di “Hymn To Red October“, tratta da un film degli anni ’90 ambientato in tempo di Guerra Fredda. Così come il coro canta dell’amore per la propria Patria (in quel caso, l’Unione Sovietica), Nas rappa dell’amore per la comunità afro-americana il cui “black pride” fa da filo conduttore tra le barre, insieme al compiacimento che il rapper prova per la propria carriera. Il peccato collegato a questo brano è la superbia: l’ammonimento sotteso è molto chiaro… orgoglio per le proprie origini ma, al contempo, umiltà.

Cops Shot The Kids” denuncia l’ira (altro peccato) e la ferocia con cui i poliziotti bianchi amano approcciarsi alla popolazione afro-americana per terrorizzarla, usare violenza ed assassinare i suoi membri. Un beat abrasivo che mi ha ricordato molto “Yeezus” fa da contorno ad una delle tracce più profonde di “Nasir”: il pianto di una madre che ha appena perso il proprio figlio, la quotidianità della morte e quella che sembra essere una sete insaziabile di sangue degli agenti di polizia sono gli episodi che Nas ci racconta con le proprie barre, cercando di urlare più forte che può quello che ha vissuto in prima persona e quello che la comunità nera continua a vivere ogni giorno. Non può che ricordarci “This Is America” di Childish Gambino

In “White Label” (gola) e “Bonjour” (lussuria) troviamo Nas parlare di lusso e donne ma, al contrario di quello che siamo abituati a sentire oggi, il rapper non si dimentica di tutta la strada che ha dovuto fare per conquistare tutte queste cose.

In “Everything” torna un Nas più introspettivo che si trova a che fare con l’avidità. La chiave di lettura di questa traccia ci viene fornita dal coro cantato da Ye e da The-Dream: siamo di fronte ad una sorta di inno alla libertà nel quale i tre artisti riflettono sulle potenzialità di cui la vita dota ognuno di noi e delle possibilità concesseci. Nas contesta fortemente le persone che lo circondano, in quanto “some people have everything they probably ever wanted in life/and never enough“… ad ognuno di noi saranno fischiate le orecchie.

Ci avviamo verso la fine con la seconda migliore traccia del disco, ovvero “Adam and Eve“. Se, nel brano precedente, Nas ha invitato i propri ascoltatori a far buon uso delle proprie potenzialità e delle proprie opportunità, qua li esorta a non accontentarsi: “la mela non cade mai lontano dall’albero” (ecco il collegamento con il titolo), cioè lavorare sodo per distinguersi e migliorare rispetto a chi ci circonda. Never settle! Se pensiamo al vizio capitale collegato, cioè l’accidia, comprendiamo ancor meglio il messaggio della canzone.

Chiude “Simple Things“. Il rapper fronteggia chi lo invidia per la sua longevità nel rap game, per la sua abilità nello scrivere, per le sue “album plaques” e la sua capacità di conquistare le donne. Ma, alla fine della giornata, tutte queste cose non contano dato che occorre godere delle piccole cose: “Everybody sayin’ my humility’s infectious/I just want my kids to have the same peace I’m blessed with” (“Tutti dicono che la mia umiltà è contagiosa/Voglio soltanto che i miei figli abbiano la stessa pace con la quale sono stato graziato“).

I punti di forza di “Nasir” sono diversi: barre impegnate, basi hip hop magistrali, introspezione e un nostalgico profumo di anni ’90 nell’aria. Dopo queste sette tracce e dopo gli altri album prodotti da Kanye West, possiamo tranquillamente cestinare i sedicenti album “rap” usciti in questi anni. Non possiamo non apprezzare questo ritorno ai temi cari alla comunità afro-americana, questa sana ode alla ricchezza che non sfocia nella mera ostentazione ma ricorda il duro lavoro fatto per ottenerla, l’umiltà di una persona che ha le carte in regola per definirsi ed essere definita una “icona”.

“Nasir” è arrivato per condurre il rap “back to the roots” e il mio consiglio è di ascoltare, diffondere e comprare questo album: l’arte va sostenuta.

Forse, la realtà non è fatta soltanto di “b*tches, drugs and money” ma è anche fatta di crudeltà, sacrificio ed impegno. “Nasir” ce lo ricorda e noi lo ringraziamo.

 

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