Quali sono stati i modelli di ispirazione musicale per Dj Fede? Quali sono le sua opinioni sulla trap e sugli artisti di seconda generazione? Scopriamolo insieme!

Mi è stata data la possibilità di intervistare Dj Fede, noto alle cronache per aver recentemente pubblicato il suo undicesimo album: “Best of”. Non mi dilungherei più di tanto sulla descrizione del disco, che potete trovare, in caso ne foste curiosi, qui.

Sono invece felice di aver potuto realizzare un’intervista a 360°: le tematiche sulle quali abbiamo avuto modo di confrontarci spaziano da alcune di carattere prettamente tecnico, legate per esempio all’attività di scouting, ad altre che possono costituire un utile spunto di riflessione su argomenti quali la costante presenza della tecnologia nelle nostre vite – al punto da comportare una “fuga dalla realtà”- e sul ruolo della musica rap in un potenziale processo di integrazione e di lotta al razzismo ormai dilagante.

Non sono certo mancate domande concernenti il percorso artistico di Federico Grazziottin, che mi ha fornito una dettagliata panoramica delle sue influenze musicali. Il Dj piemontese, nelle vesti di maestro che si rivolge ai discepoli più giovani, ha inoltre voluto dare qualche consiglio a chiunque brami di intraprendere la medesima carriera.

Sperando di suscitare in voi il massimo interesse, ecco cosa ci siamo detti:

Nell’intro e nel ritornello della prima traccia, “Il cielo su Milano”, si coglie un chiaro riferimento ad “Aspettando il sole”, brano storico di Neffa ed exemplum per tutte le successive generazioni. Partendo da questa constatazione di fatto, vorrei chiederti come ti sei avvicinato all’Hip hop e quanto Neffa o artisti di simile rilevanza, se ti va di elencarli, abbiano influito sul tuo percorso artistico.
«Ho iniziato a seguire la musica con la “M” maiuscola a partire dall’acid jazz, che a un certo punto si è mischiato con l’Hip Hop. Da lì mi sono avvicinato progressivamente al genere e, nel corso degli anni successivi, ho ossessivamente ascoltato e studiato tutto ciò che mi “capitava a tiro”; lo stesso discorso valeva per il funk. Se ci ripenso, ho dedicato veramente una quantità di tempo smodato alla attività di conoscenza, e ricerca, della musica. Il periodo era proprio quello dei Sangue Misto e del primo disco di Neffa, ma erano anche i tempi degli OTR, dei Sottotono e degli Articolo 31. Seguivo veramente di tutto, non mi è mai piaciuto essere troppo selettivo; desidero capire le cose in maniera più ampia possibile. Chiaramente il mio “secondo ascolto” era riservato solo a ciò che mi colpiva di più. Sicuramente Deda, come MC e produttore, mi faceva impazzire. Neffa si sentiva che “aveva una marcia in più”, come anche Tormento».

La particolarità di questo lavoro è quella di essere caratterizzata da un roster composto da artisti esponenti di stili, generi ed attitudini musicali eterogenee. Tecnicamente parlando, come funziona l’attività di scouting per un produttore e dj? Quali sono i criteri che bisogna adottare nella scelta? E, per concludere, è risultato dispendioso -in questo caso-  selezionare i vari artisti?
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Non ho mai adottato criteri particolari, è “un colpo di fulmine”. In seconda battuta cerchi di capire altre cose: margini di miglioramento, quanto la persona è affidabile, se può essere in grado di rappare su certi beat ecc. Per esempio quando ho portato in studio per la prima volta Fred De Palma ho da subito intuito che aveva qualcosa che avrebbe potuto funzionare su un pubblico ampio: era già bravo ma non sapeva ancora come le cose “andassero fatte”. Ripenso anche al primo ascolto del disco “Sotto La Cintura” dei OneMic, fatta da Rula e me, che ci ha immediatamente spinti a produrre l’album per “La Suite Records”: si capiva che erano tutti super talentuosi anche se ancora ancora alle prime armi e “grezzi”. Ho lavorato in radio per tantissimi anni: ci sono delle regole riguardo ciò che può essere trasmesso e ciò che non può passare, ho ascoltato una quantità di musica enorme. Credo che questi fattori, insieme ad un po’ di attitudine, siano le peculiarità che mi portano, molto spesso, ad individuare il rapper che avrà poi successo».

Soffermandomi in particolare sui beat prodotti per “Dj Fede-Best of” volevo chiederti: come avviene la creazione di una base per un dj come te? Da cosa prendi spunto?
«Ascolto tanta musica e mentre girano i dischi, ad un certo punto, trovo il momento giusto, quello che può diventare un sample perfetto per creare un beat. Tutto nasce da qui. Piuttosto semplice se sei dotato di enorme pazienza: a volte ascolti dischi per ore senza sentire nulla da campionare e magari le canzoni non sono nemmeno tanto belle, ma del resto – come dico sempre- se non cerchi non puoi trovare».

Per anticipare l’uscita del disco hai pubblicato sul tuo canale YouTube, il 24 Maggio scorso, “Resta ciò che sei”, pezzo in cui è presente Esa. A proposito avrei due domande da porti: la scelta è stata casuale o c’è un motivo in base al quale hai deciso di affidare a questo brano la funzione di preannunciare il tuo nuovo lavoro? In seconda battuta volevo domandarti cosa significhi, secondo te, “rimanere se stessi” e quanto sia importante esserlo in una società come la nostra sempre più “plastificata” ed impositrice di valori e modelli spesso devianti per i giovani.
«La scelta era tra il pezzo con Tommy Kuti e quello con Esa. Tommy aveva fatto uscire da troppo poco tempo il suo disco quindi ho preferito pubblicare prima “Resta ciò che sei”, ma presto vedrete anche il video con Tommy e quello con i “Romanderground”. Riguardo al concetto di “rimanere se stessi”, direi che è un po’ adolescenziale: la gente cambia, che lo voglia o meno. Il tempo che passa, le esperienze di vita ed il trascorrere del tempo cambiano e forgiano gusti, caratteri e  pensieri prima più “grossolani”. Molti degli MC che hanno giurato amore e fedeltà eterna al rap ora fanno tutt’altro a livello musicale. Ecco, non credo che non siano più loro stessi, ma essendo cambiati loro è mutata anche la loro percezione della musica che, di conseguenza, si è spostata verso altre sonorità.

Per chi ha la mia età è un valore un poco più importante; gioventù spesso coincide con volubilità. Io per esempio ho fatto una scelta: quella di non cambiare il mio modo di produrre, nonostante le cose nella musica siano molto mutate. Non è una critica a chi lo ha fatto, ognuno deve fare ciò che si sente».

All’interno del disco sono presenti due tracce in cui collabori con Ghali e Tommi Kuty, entrambi esponenti della “new school” della scena rap nostrana ed accomunati dal fatto di essere immigrati di “seconda generazione”. Secondo te può la musica, ed il rap soprattutto, essere un mezzo per avviare, e perfezionare, definitivamente quel processo di integrazione che, seppur in una società multietnica come quella odierna, difficilmente riesce a funzionare e che è continuamente osteggiato dai più? E, continuando, perché in Italia non abbiamo così tanti rapper di “seconda generazione” come accade invece in tutti gli altri paesi (vedi Usa e Francia)?
«Non credo che se uno è razzista possa cambiare le sue convinzioni sulla musica, al contrario manterrà sempre la propria distanza. Non credo nemmeno che il rap, soprattutto per quello che rappresenta oggi, possa avere un ruolo nel processo di integrazione, anche perché i concetti di appartenenza e fratellanza mi pare che siano abbastanza svaniti, come quello di “scena”. Penso che mischiare le culture possa servire a fare musica migliore, questo sì! Puntare su politiche di inclusione sociale e su quelle che non contrappongono chi è italiano di seconda generazione da chi lo è di origine: ecco ciò che ci serve in questo momento. Per risponderti, non ritengo vero che in Francia e in Usa, in termini di percentuale, ci siano molti più rapper di seconda generazione. In Italia chi non “viene fuori” è perché non è bravo: quelli talentuosi alla fine emergono; la buona musica cammina con le proprie gambe. Sopratutto nell’era di Youtube, Spotify ecc..».

Quali sono gli artisti della nuova scena che più ti piacciono e con i quali vorresti, se potessi, collaborare in futuro?
«Non amo la trap, anche se devo dire che mi piace suonarla nei club, sul dancefloor è molto efficace. Quindi, nonostante io ascolti quasi tutto, non ci sono nuovi rapper che mi “fanno impazzire”. Ma qualche eccezione l’ho trovata nei Romanderground, in Lazza – che è molto bravo – ed in Quentin40, che ha uno stile unico: anche se negli USA tagliare le parole nel rap non è una novità, lui qui è stato il primo a farlo e gli riesce molto bene. Preferirei collaborare con rapper “storici” magari un po’ più in ombra in questo momento, piuttosto che con artisti giovani e più famosi solo per avere un po’ più di visibilità».

Puoi spiegarmi il brano con Vacca, “Soli”? Sbaglio o è un pezzo altamente introspettivo?
«Bisognerebbe chiederlo a lui! La mia percezione è che lo sia. Sicuramente il beat lo ha portato verso quella strada e lui deve averla seguita: il risultato resta comunque per me eccellente».

Ed invece riguardo al brano con Tusco, “Viva la fuga”? Due sono le barre che mi hanno maggiormente colpito: “Umanità in fuga dalla realtà, non c’è nessuno che non lo fa” e “la cosa più dura della realtà probabilmente sta nell’ affrontarla”. La tecnologia purtroppo asseconda questo tentativo di evasione dalla realtà. Cosa si può fare per fermare un processo del genere? Hai soluzioni concrete da proporre?
«Vorrei innanzitutto dire che Tusco secondo me è un “liricista” veramente fortissimo: il suo stile legato al gioco di parole mi piace molto; se non hai -come lui- una buona proprietà di scrittura ed un ampio numero di vocaboli a disposizione non puoi fare questo tipo di rap. Per rispondere alla tua domanda, credo che la proiezione di una realtà falsata attraverso social network quali Facebook e Instagram crei delle frustrazioni incredibili. Le persone guardano i profili degli altri e la sensazione è sempre che tutti stiano facendo qualcosa di “figo”. Chiaramente non è così nella realtà, ma questa è la percezione deviante che può creare grosse frustrazioni soprattutto in chi conduce una vita normale e per certi versi monotona. Non mi pare, purtroppo, che a oggi ci siano grandi possibilità di inversione di rotta».

Qual è la tua opinione sulla scena trap italiana?
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Come ti dicevo prima, il genere non mi piace molto. È un momento di passaggio, secondo me tra 5 anni si sarà estinto. Chi è nella musica da qualche lustro come me sa che le mode vanno e vengono. Ora è all’apice del successo quindi sembra che sia indistruttibile, ma sparirà come è accaduto per il crunk o per altre mille “mode passeggere”. Chiaramente gli artisti più capaci di questo genere rimarranno proprio per il loro talento e saranno in grado di continuare a cavalcare il music biz. La cosa che meno mi piace, e che mi rattrista, è la totale assenza di contenuti».

Che consigli puoi dare a quei giovani che, vedendoti, sognano un giorno di diventare dei beatmaker o dj?
«I
l mio consiglio è quello di studiare ed essere sempre competenti e preparati in ciò che fate. Bisogna veramente faticare per tanti anni prima di raccogliere qualcosa di concreto. Se, per caso, vi capiterà di avere un buon posizionamento subito, continuate a studiare. Se non si è preparati non si dura lungo».

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