Abbiamo letto “Io sono. Diario anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle”, la prima fatica letteraria dell’artista della Macro Beats.

C’è una frase di Dargen D’Amico appartenente ad un suo brano del 2008 ‒ “Moderata crisi” ‒ che recita:

«La depressione che vivi, è coi numeri negativi
Io voglio lo zero e lo voglio adesso
Lo spazio bianco, non sono triste
Sono solo stanco di cose già viste»

Per quanto sia difficile parlare di un libro molto personale come quello di Ghemon, credo che queste barre possano in un certo senso essere una buona chiave di lettura di tutta l’opera. Infatti, una discreta parte di essa ha come sfondo il tema della lotta contro la depressione che ha attanagliato il rapper: cadute e ricadute con questo scenario alle spalle.

Probabilmente ‒ come è d’altronde scritto nel sottotitolo ‒ la parola “diario” per definire questo lavoro è più che corretta: non mancano confessioni di alcun tipo, da quelle riguardanti la musica come passione e lavoro chiaramente, passando per Tinder e il complesso universo passionale dell’artista, arrivando ad ulteriori aneddoti di qualsiasi tipo.

Difatti, pur essendo sviluppato in ordine cronologico a partire dall’infanzia di Gianluca, il libro potrebbe tranquillamente essere suddiviso in un altro modo, “separando” l’ascesa musicale e professionale dell’artista, il mondo amoroso, amicale e familiare ed infine le branche argomentative restanti. Tutto quello che in altre parole ha contribuito a costruire quella che è la sua persona oggi, in un perenne mutamento individuale (da cui l’espressione “Diario di tutte le volte che ho cambiato pelle”).

Ma come ho appena detto, è l’importante e delicato tema della depressione ad essere l’argomento per eccellenza di tutta l’opera, andandosi ad incastrare solidamente negli altri aspetti appena citati. Ciò non è casuale, sia perché una persona che ha sofferto di tale patologia non potrebbe fare a meno di parlarne in un’autobiografia (forse) e sia per il modo in cui è nato questo scritto.

Come spiegato nel volume, infatti, quasi un anno fa Ghemon è stato invitato a parlare in pubblico, assieme ad una scrittrice, del suo modo di raccontarsi attraverso la musica. Prima di quel momento non aveva parlato mai della sua bestia nera a nessun tipo di audience: il farlo, oltre che essergli stato d’aiuto  ‒ per dirla con le sue parole di “Fantasmi pt. 2”: «Niente è tanto personale che non si può raccontare» ha fatto nascere l’interesse di autori e giornalisti per la sua storia, arrivando così a far nascere le interviste in cui parlò del tema prima, e questo libro con la HarperCollins poi.

Potrei occupare lo spazio restante di questo articolo citando curiosità ed aneddoti presenti nel libro, ma non credo che avrebbe senso fino in fondo. Quello che mi preme evidenziare è il coraggio che ha avuto Ghemon nel mettersi a nudo in questi capitoli, come anche nelle tante interviste rilasciate negli scorsi mesi. Se ci pensate non è automatico farlo, è pieno di libri “vuoti” editi da artisti di ogni tipo, nei quali spesso si gira attorno agli argomenti (quando ci sono) senza centrarli oppure ci si affida totalmente a ghostwriter che danno vita a quanto di più lontano possa esistere dalla parola autentico.

Oltre che non essere scontato, spogliarsi di ogni dettaglio (o quasi) della propria interiorità scrivendo un libro, a maggior ragione se si è un personaggio pubblico, può essere un’arma a doppio taglio. Nei commenti sottostanti una recente intervista video al rapper, ad esempio, mi ha colpito leggere questo:

Per fortuna commenti come questo si contano sulle dita di una mano negli articoli e nelle interviste riguardanti il cantante, ma rimangono pur sempre osservazioni da parte del pubblico sulle quali potrebbe essere intelligente riflettere.

Io ormai scrivo da diverso tempo online e mi è capitato più volte di esser stato bersaglio di critiche, velate o meno. Al di là di qualsiasi frase politically correct che potrei dire ed evitando citare la classica espressione che dicono molti di coloro che sono in qualche modo esposti sul web, ovvero «No, io non leggo i commenti», la realtà è che tutti leggiamo le critiche che ci vengono poste e talvolta alcune di esse possono arrivare in qualche modo a colpirci, più o meno incisivamente.

Se io, che scrivo di argomenti che non hanno a che fare direttamente con la mia persona, vengo colpito da quello che talvolta mi viene detto, quanto può effettivamente esser colpita una persona “colpevolizzata” di essersi semplicemente messa a nudo?

Ed è proprio qui la differenza tra Ghemon e tanti altri artisti. Gusti musicali e antipatie o simpatie a parte, è oggettivo che negli anni il rapper non sia mai sceso a compromessi ed abbia sempre messo tutta la sua persona nella musica. Apparirà retorico dirlo, considerato l’abuso dell’espressione “scendere a compromessi”, ma farei fatica a trovare un modo di dire più azzeccato per parlare di questo artista.

D’altro canto lui stesso rappava così nella title track de “La rivincita dei buoni”:

«Avrei voluto costruirmi un personaggio e studiarmi le facce
Per una firma in calce sotto ad un contratto
Ma ho capito che ogni cosa a suo tempo
Ed ogni storia ha uno spazio
E qui ce n’era troppo sotto per tentare il salto»

Sin dai suoi primi lavori, Ghemon non ha mai messo da parte le sue emozioni e il suo bisogno di raccontarle (con le parole e con la musica in senso stretto) per far spazio ad un immaginario più vendibile e solido, ma al contrario ha trovato il modo per rendere le sue debolezze dei punti di forza, nella vita prima che nella musica.

Questo è “Io sono. Diario anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle”: una sincera presa di coscienza, una lunga confessione. È un’opera preziosa che lo diventa ancora di più se contestualizzata nella nostra contemporaneità nella quale, ahimè, scarseggiano validi punti di riferimento per i più giovani ma anche per tutti coloro che, ad esempio, si sono trovati in situazioni simili a quella dell’artista e hanno bisogno di un appiglio per sentirsi meno soli nelle naturali debolezze che ognuno di noi porta dentro.

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