Abbiamo contattato il producer italo-americano Marco Polo per parlare di musica e di nostalgia.

Quante volte capita a ciascuno di noi di convivere con la nostalgia? Per definizione: “Stato d’animo corrispondente al desiderio pungente o al rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano”. Ci capita spesso pure nell’Hip-Hop, sia da ascoltatori che da artisti. Molti sono i brani dove la nostalgia appare come protagonista principale.

Marco Polo è uno di quegli artisti senza tempo, che la nostalgia l’ha vissuta sulla sua pelle, tanto da decidere di inciderla su un disco con la speranza di riuscire ad essere più forte della nostalgia stessa. È il caso di “Port Authority”, un disco uscito undici anni fa – che sono davvero tanti –  ma che suona come se di tempo ne fosse passato il doppio, come se appartenesse a quella Golden Age tanto agognata dai più. Lo si sente dalle produzioni, dagli artisti che ci stanno dentro e dal mood generale che il disco trasmette. Alcuni di voi invece lo ricorderanno per l’Ep realizzato insieme a Bassi Maestro e Ghemon: “Per La Mia Gente”. Questa volta di anni ne sono passati sei ma la qualità e lo spessore restano intatti.

Siamo riusciti a contattarlo via mail in quel di N.Y. – dove Marco ha ormai una residenza stabile – luogo d’ispirazione costante per ogni artista che si rispetti e che ha dato i natali a monumenti come Nas, i Mobb Depp e Jay-Z. Abbiamo parlato di un po’ di passato, di un po’ di presente e di un po’ di futuro.

Ciao Marco! Sono passato undici anni dal rilascio di “Port Authority”. La nostalgia è tornata a farti visita, nella tua musica e nella tua vita?
«La nostalgia – sia la canzone che il concetto stesso – ha sempre fatto parte della mia vita. Produrre musica per me è un mix tra ciò che ho imparato dal passato e ciò che vorrei fosse il mio futuro. Infatti, sono sempre alla ricerca di nuovi vinili che mi aprano le porte a nuovi suoni e ad una diversa tipologia di ispirazione».

Ti abbiamo visto in studio con Tek degli Smith’N’Wessun. State lavorando a qualcosa?
«Si! Tek e Steele saranno nel nuovo album mio e di Masta Ace (!) che uscirà questa estate. Sono molto contento».

Come ti fa sentire il tuo lavoro in questo momento della carriera?
«Provo tanta gratitudine al riguardo. Mi sento benedetto ed ispirato nel fare ciò che amo, potendo anche permettermi di pagare i miei conti con la musica. La miglior sensazione possibile».

Ora che l’Hip-Hop è divenuto un trend mondiale, ti ci rispecchi ancora? O pensi che questa eccessiva esposizione abbia modificato la sua essenza?
«Credo decisamente di far parte della cultura Hip-Hop. Penso che la gente – guardando me ed il mio nome – mi riconosca immediatamente in quanto producer. Spero di essere considerato come uno dei più grandi, un giorno. L’Hip-Hop è in continuo cambiamento. Nessuno può fermare l’evoluzione. Io penso soltanto a concentrarmi sulla mia e sul modo di esprimerla attraverso la musica».

New York è quindi uno dei fulcri di questa evoluzione. C’è stato un episodio in particolare che ti ha fatto pensare: “L’Hip Hop è veramente cambiato”?
«I tempi sono ormai cambiati. New York è cambiata molto da quando mi sono trasferito qui, sedici anni fa. Niente rimane uguale ma l’underground qui sarà sempre presente!»

Tornando a “Port Authority”. Il disco suona come un classico golden age, nonostante sia uscito da undici anni. All’interno sorprende una presenza di MC come Roc Marciano, ai tempi non ancora molto conosciuto. Come hai scelto le collaborazioni? Pensi che questo progetto abbia ottenuto i giusti riconoscimenti?
«Ti ringrazio. Mi sono semplicemente fatto il culo. Volevo lavorare esclusivamente con MC che stimo e molti di loro li ho raggiunti perché sono degli amici prima di tutto e poi – cosa più importante – perché i miei beats parlano direttamente agli artisti».

In Italia in molti ti conoscono per l’EP realizzato insieme a Bassi Maestro e Ghemon, che consideriamo come un classico. Segui ancora la nostra scena? Ti piacerebbe lavorare nuovamente con un artista italiano?
«L’Italia è molto speciale per me. Scorre nel mio sangue. Mia madre è nata a Napoli, mio padre in Calabria. Con Bassi siamo molto amici e sono sempre in contatto con artisti italiani come Kiave, Mistaman, Ghemon e mio fratello Mocce che mixa la maggior parte della mia musica».

Qual è il tuo beat o il tuo sample preferito della tua discografia? Preferisci ancora usare l’analogico o ti sei adeguato al digitale nel processo creativo?
«Il mio beat preferito è sempre l’ultimo che ho fatto, e cambia il giorno dopo, e quello dopo ancora. A volte è difficile per me sentire la mia roba vecchia perché penso sempre che si possa fare di meglio. Sono un perfezionista nel mio lavoro. Per quanto riguarda la produzione, attualmente uso sia l’analogico che il digitale, non è un problema. L’unica cosa che conta è il risultato finale, che la musica sia ben fatta».

Sarebbe bello se -infine- ci consigliassi un rapper o un producer di N.Y. che reputi talentuoso ma che è ancora sconosciuto.
«Attualmente sono a lavoro con due giovani rappers di New York: Jay Lonzo e Marlon Craft. Sono veramente forti e credo che dovreste dargli un ascolto».

Gli spunti di riflessione che nascono da questa chiacchierata sono veramente tanti, i particolar modo perché vengono dettati da un artista che questo movimento lo ha visto nascere, crescere ed evolvere in prima persona. Non esistono faide, non esistono disappunti. Esiste solo l’Hip-Hop ed esiste la musica, divisa in due distinte categorie: quella fatta bene e quella fatta male. Sta a noi decidere.

Di seguito vi postiamo due brani dei rapper consigliati da Marco Polo che riteniamo davvero validi, specialmente in prospettiva. Mentre Lonzo reincarna il mood newyorchese viaggiandosela alla grande su beat prettamente campionati, Craft è un artista più versatile ed elastico nell’attitudine e nella scelte della produzioni. Di quest’ultimo potete trovare su YouTube una serie di freestyle su alcune delle strumentali che hanno fatto la storia dell’Hip-Hop (E NON) e.. Wow! Aldilà delle visualizzazioni che ne testimoniano il merito, il ragazzo è davvero forte.


Grafica di Matteo Da Fermo.

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Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.