Achille Lauro è un artista dai mille volti. Qui, proviamo a raccontarveli in breve.

Il contesto è il seguente. Sessione d’ascolto del nuovo album di Noyz Narcos che giunge alla traccia “R.I.P.”, in collaborazione con Achille Lauro. È una delle tracce che mi coinvolge maggiormente a livello emotivo, motivo per cui decido di scavare a fondo nel testo, nelle sue motivazioni. Scopro quindi che Noyz ha scritto il brano un paio di giorni dopo la scomparsa di Primo Brown e… Chi poteva riuscire ad immedesimarsi in un atmosfera tanto intima e delicata, non solo a livello artistico ma anche umano, se non Achille Lauro? Non è altro che l’ennesima conferma della sconfinata sensibilità di questo eclettico artista. Non pensate che queste affermazioni siano fuori luogo, di motivazioni ce ne sono tante e molte di queste difficilmente sono esprimibili a parole.

Achille Lauro nasce, artisticamente e non, nelle periferie di Roma, tra il sudiciume della povertà e la ricchezza derivante dallo spaccio, tra l’arricchimento spirituale e l’impossibilità di sognare, di guardare oltre a quelle strade, a quei marciapiedi. Oggi quel che sappiamo di Lauro è che la musica è solo uno dei business paralleli alla quale dedica il suo tempo. Un personaggio simile difficilmente si accontenta, difficilmente raggiunge i suoi traguardi senza poi guardare ai successivi.

Quello cui vogliamo dedicarci però non è una sua personale biografia quanto piuttosto un focus sulla sua arte. Sarebbe limitante limitare (pardòn) le sue creazioni al concetto di musica. Achille è uno degli artisti più profondi, concettualmente parlando, con i quali l’Italia del rap abbia mai avuto a che fare. Personalmente, credo che sia uno dei pochi artisti in grado di raccontare senza alcun tipo di filtro la storia della sua vita in un modo che può essere accomunato soltanto ai grandi, a coloro che anche inconsapevolmente sono destinati a scrivere pagine importanti della storia di un genere musicale. Perché la storia non la raccontano soltanto le autobiografie o i successi. L’importanza della storia di ogni artista si misura sulla sua capacità di rimanere impresso dentro coloro ai quali arriva con la sua arte, sia essa la musica, il cinema, la fotografia o la pittura.

Lauro Marini è un poeta di strada. Più volte ha specificato di non voler essere accostato alla categoria del rapper bensì a quella di chi produce arte. Eccola la prima distinzione fondamentale che lo contraddistingue: la sua smisurata ambizione. La sua musica si è sempre evoluta senza mai tradirsi, senza mai snaturarsi realmente. Parecchi anni fa veniva considerata come street, cruda, violenta. Perché lo era la sua vita, o almeno i suoi contesti. Oggi il sig. Lauro è riuscito ad sfondare le porte dei salotti borghesi strappando le loro tele monocromatiche e riempiendo questi quadri sociali asettici di forme squadrate, di colori accesi, di idee sovversive, di carnevali rivoluzionari, in un modo paragonabile a quello con il quale il Futurismo e le sue perversioni artistiche hanno influenzato mentalità ed abitudini dell’Italia post-guerra. La sua evoluzione non è quindi dovuta da una necessità commerciale, forse è tutto il contrario. Achille è diventato un culto strappando il dolore ed il suo passato dal suo cuore, trasponendolo su una tela gigantesca, paragonabile alle dimensioni del Guernìca esposta al Reina Sofia di Madrid.

Guernica

Il primo contatto con la sua musica è avvenuto con “Scarpe coi tacchi”. Al tempo il brano non mi suggeriva nulla che potesse essere cerebrale, molto che potesse reincarnarsi nell’istinto animale, nell’assenza di lucidità, nel risveglio dei sensi più nascosti. Neanche il tempo di assimilare che “Immortale” segna un punto di non ritorno nella personale concezione di rap del sottoscritto. E’ grazie ad alcuni suoi pezzi se la mia consapevolezza d’ascoltatore è stata plasmata sulla necessità di identificarmi in ciò che ascolto, di trovare delle risposte alle mie domande. E’ come se quel concept album avesse sdoganato i diversi livelli della mia (in) coscienza. Da” Lost for Life” a “Scelgo le Stelle”, da “Royal Street Rap” a “G”. Achille stava nel 2018 già quattro anni fa a livello di innovazione e di gusto musicale.

Achille non ha mai smesso di tracciare segmenti della sua vita attraverso la musica, neanche nei featuring.

Dio c’è” e “Ragazzi Madre” sono soltanto la naturale prosecuzione di questa presa di coscienza. La fama, i soldi, le donne ed i contratti non estirpano la nostalgia dal cuore, gli orrori che hai vissuto in prima persona, quella voglia di voler essere qualcun altro, o meglio, di voler vivere la vita che vuoi piuttosto che quella che puoi.  “Di Nuovo Maggio” ed “Ora e Per Sempre” non possono appartenere alla categoria della “musica di consumo”. Sono uno stato d’animo, una ferita aperta, una giornata grigia. Tanto che la fanbase di Achille Lauro non ha un target identificabile: non ci sta una supremazia di ceto, d’età, di sesso. C’è soltanto un macello di gente che si è ritrovata in quelle parole. Il suo è un seguito taciturno, legato da un filo conduttore che difficilmente viene notato esternamente.

Ragazzi Madre” può essere considerato “La Haine” del rap italiano. I blocchi, il bianco e nero, i protagonisti sono le persone comuni, l’amore e l’odio, la solitudine e la droga, l’ignoranza e la cultura. Molti ultimamente incolpano Lauro di aver venduto la sua musica, di non rappare più, di pensare solo ai soldi, alle radio e, più genericamente, a far parlare di sè. Le stesse accuse prive di fondamenta che si presentarono quando per la prima volta questo pischelletto dai capelli colorati e dal viso coperto si è presentato sui palchi, di Roma prima e d’Italia poi.

Come accadde circa 8 anni fa, Lauro  ha anticipato le prospettive ancora una volta, andando ben oltre i limiti della comprensione che la quotidianità cui siamo costretti ci ha abituato. Come Picasso ispirava l’arte dei suoi primi tempi all’impressionismo ed alla malinconia, Achille fece lo stesso facendo a pezzi il suo cuore, rendendolo martire dell’opinione pubblica. Come Picasso decise di stravolgere l’essenza delle forme e della sua mente, lo stesso ha fatto Achille mutando la sua arte , seppur soltanto in superficie, nel più grande Cirque Du Soleil a cui l’Italia abbia mai assistito: una rappresentazione estetica impeccabile che nasconde la vita d’impegno, di dedizione e di sacrificio che i circensi sposano. Del resto, anche un maestro della narrazione e del processo creativo come Federico Fellini affermò spesso come, quello del circo, fosse l’unico contesto nel quale si riconosceva davvero, così come dietro la Samba-Trap si nascondono brani di sofferenza che sono sempre sfuggiti alla critica, troppo impegnata dall’inquadrare la novità cui non è mai stata abituata.


Grafica di Matteo Da Fermo

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.