Il nostro punto di vista sul nuovo lavoro di MezzoSangue.

Correva il 2014 quando un giovane MezzoSangue in “Sangue” rappava “Qua spaccate tutti man, ma chi è che costruisce?”. Nel 2018, un rapper considerato agli antipodi lirici e musicali dall’artista romano, Vale Lambo, nella title track del suo nuovo disco “Angelo”, dice “Pecche nun pensat e fa coccos e divers, e ruoss Invec e magnà sul vuj Chest vonn e tu staj facenn o juoc lor Lor nun von crià vonn sul distruggr” ovvero “Perché non pensate di fare qualcosa di diverso, di grande, questo vogliono e tu stai facendo il loro gioco, loro non vogliono creare, loro vogliono solo distruggere”. Ancora, in “Numero 1” rappa “c stann ancor e valor, chest è sul na passion, sisi sfunn, ma po? c t riman alla fin?” ovvero “ci sono ancora i valori, questa è solo una passione, sì, spacchi, ma poi? Cosa ti rimane alla fine?”.

Nonostante questi “spunti lirici” abbastanza simili ‒ per quanto il “contorno” sia diverso ‒ l’artista napoletano incarna, nell’immaginario comune, quanto di più “nuovo” possa esistere, mentre l’autore di “Nevermind” è considerato l’ultimo paladino di un certo tipo di rap, che per comodità potremmo definire old school. Cosa voglio dire? Chiunque giri un po’ sui social avrà infatti notato le prime critiche, decisamente più pungenti e diffuse rispetto allo scorso disco, rivolte al nuovo progetto di MezzoSangue: “Tree – Roots & Crown”.

L’album, uscito per l’etichetta The Wolf, in realtà ‒ gusti a parte ‒ rappresenta perfettamente lo stile al quale ci ha abituati il rapper. Quelli che hanno giudicato il lavoro come “tutto uguale” non hanno, a mio avviso, mai capito a fondo il modo di fare musica di questo liricista.

Un personaggio come lui ‒ autentico o no, non è questo il punto ‒ mostratosi al grande pubblico per la prima volta nel 2012 con una strofa per il contest “Captain Futuro” di Esa nella quale, con il passamontagna in testa (un look praticamente inedito nel rap italiano), arrivò a parlare di “V per Vendetta”, non avrebbe potuto avere un percorso musicale “standard”.

Non stiamo parlando di un artista da instore e comparsate in televisione. Sin dai suoi primissimi brani, infatti, era limpido il suo approccio alla musica e alla vita. Con questo non voglio dire che questo disco sia esule da critiche e osservazioni, ma che queste andrebbero contestualizzate. Sarebbe potuto essere un disco con più collaborazioni? Sarebbe potuta essere più chiara la distinzione concettuale tra i due dischi (Crown” e “Roots”)? Forse sì. Tuttavia, se il disco è così com’è, dubito sia stato un caso. È un album indubbiamente personale – intendendo per “personale” il modo di scrivere viscerale e istintivo dell’artista – e forse altre voci (oltre quella di Rancore) sarebbero state di troppo.

Allo stesso tempo è un disco che non avrebbe potuto incarnare la spontaneità del primo mixtape né tantomeno la brillantezza di Soul of a Supertramp. Se gli ascoltatori che hanno criticato il disco poche ore dopo la sua uscita fossero andati oltre l’hype creato dall’attesa del lavoro, avrebbero potuto più o meno supporre queste dinamiche.

Due delle critiche più diffuse, poi, sono quelle che hanno giudicato “Tree – Roots & Crown” come un prodotto “vecchio” o “monotono”. Questo può essere in parte vero, considerato anche che con ogni probabilità stiamo parlando di un album maturato prima del 2018, ma in ogni caso, siamo proprio sicuri sia una critica? Siamo sicuri che l’obiettivo di MezzoSangue sia rincorrere le tendenze musicali o parlare di qualcosa che non sente come proprio?

Sarebbero potute essere osservazioni sensate per artisti come Vegas Jones o Sfera Ebbasta, non per MezzoSangue. Io non sono un critico musicale, né voglio tanto meno apparire come “l’avvocato” di MezzoSangue, semplice quello che mi piacerebbe arrivasse a qualcuno di voi è la capacità di indossare diversi filtri d’analisi a seconda dell’artista che ci si trova davanti.

“Vorrei rifarmi una vita, dirti che tutto è normale
Vorrei parlarti di fica, che i soldi li so contare pur io
Dirti che hai ragione, che so’ io che sbagliavo, strano
Sogno un futuro, me ne sbatto dei bravo”
(Mezzosangue – “Umanista”)

Non si può avere lo stesso approccio argomentativo quando si parla di artisti che fanno “musica happy meal” (come è stata definita da alcuni) e verso coloro che, nel bene e nel male, hanno dimostrato di fare musica più complessa e sicuramente destinata a durare nel tempo. È inevitabile che nel primo caso gli standard di riferimento siano totalmente diversi e, quindi, è inutile e stupido giudicare MezzoSangue monotono: sono quelli i suoi temi, risulterebbe fuori luogo rappando altro, esattamente come un qualsiasi trapper alle prese con temi di politica e società.

“Io do valore a certe cose, bravo tu che te ne fotti
Bravi tutti dentro bolle di niente, pronti a morirci
Non t’ho chiesto di sentirmi, t’ho chiesto di sentirti”
(Mezzosangue – “Io Sono Mezzosangue”)

MezzoSangue farà musica per sempre? E se sì, la farà sempre in questo modo? Non possiamo rispondere a queste domande, quello che però possiamo dire è che dischi come  questo fanno bene ad una società con sempre meno punti di riferimento e ad una scena che troppo spesso preferisce rincorrere la moda del momento piuttosto che far riflettere i più giovani.

“Tree – Roots & Crown” è un disco non facile, che va ascoltato ed apprezzato per quello che è, non per quello che avremmo voluto che fosse.


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