Un’intervista a Tommy Kuti tra “Italiano Vero”, il suo primo disco targato Universal, seconde generazioni e tanto altro ancora.

Conosco Tommy Kuti da diversi anni, dalle jam di Brescia e dai primi dischi autoprodotti che mi girava su Facebook, e mai mi sarei immaginato un giorno di chiamarlo io per realizzare un’intervista. Già ai tempi, vi parlo del 2011/12, Mista Tolu (utilizzava questo nome d’arte) risaltava rispetto ai suoi coetanei per devozione alla musica – creava in autonomia le strumentali su cui rappava e tutto ciò che ci girava attorno – e argomenti trattati e, di anno in anno, è sempre riuscito a migliorarsi arrivando fino all’importante firma per l’Universal, entrando a far parte del roster della Big Picture Mngmnt di Paola Zukar.

Così, in un pomeriggio di marzo, ci siamo trovati in un bar della zona per bere un pirlo – non nominate mai in presenza di un bresciano quell’altra parola – e per fare una chiacchierata sul suo primo EP in major, sulle difficoltà delle seconde generazioni, sull’Africa e su tanto altro ancora che troverete qua sotto nella mia prima, incredibile, intervista a Tommy Kuti.

Da rapper di provincia, in poco tempo, sei entrato in major: mi puoi raccontare meglio quel giorno in cui hai capito che saresti diventato un artista dell’Universal Music?
«Preferisco raccontarti gli step. Nel novembre del 2015 ho fatto “Afroitaliano” con Pankees, due anni prima che uscisse, e subito dopo averla realizzata ho pensato che fosse un pezzo interessante. Così, l’ho mandato a Paola Zukar, con un messaggio audio di merda su Facebook, dicendole “Oh senti la mia roba” (ride, ndr). Lei comunque la conoscevo già, dal 2011, quando dopo il mio primo demo le avevo scritto dicendole “Per me voi di Universal dovete produrre gli artisti neri, di seconda generazione, perché loro sono il futuro e spaccano” e lei mi rispose “È vero, ma non sarai tu, perchè non spacchi. Continua a fare la tua roba e teniamoci in contatto“. Ecco, pochi anni dopo con “Afroitaliano” ci siamo risentiti e mi ha chiesto di produrre altri brani “interessanti” come quello e perciò sono tornato a casa e ho fatto “Cliché”, “Hassan” e “Il Disco di Tommy”. Il marzo successivo abbiamo fatto una listening session e da lì mi ha proposto in Universal, con Fibra che appena ha sentito “Clichè” ci ha scritto la strofa senza che nessuno glielo chiedesse. Ad ottobre 2017 ho firmato, poi è uscito “Armstrong” e tutto il resto.

La realtà è che non mi sono preso bene quando ho scoperto che avrei firmato quanto quando mi è arrivata la strofa di Fibra: mi son detto “Figa, che cazzo è successo alla mia vita?!“. Cioè tu pensaci, io prima di ciò non avevo neanche un pezzo con i rapper più famosi di Brescia e, invece, è arrivato lui ed è stata una figata: ero a casa con la mia famiglia e abbiamo tutti iniziato a ballare, fu bellissimo!»

Quindi la maggior parte dei brani di erano già pronti da un paio di anni?
«Sì esatto, tranne “The Way I Am” e “Forza Italia”.»

E allora come mai da “Armostrong” a “Italiano Vero” è passato così tanto tempo?
«Stavo cercando me stesso (ride, ndr). No, la realtà è che avevo tanti pezzi ma stavo cercando di capire che storia volessi raccontare attraverso il mio disco, che poteva uscire in mille salse. Credevo che siccome mi ero trasferito a Milano avrei potuto trovare nuove influenze e realizzato nuovi pezzi. Però, poco dopo, ho capito quale tipologia di storia volessi raccontare con “Italiano Vero”, perché a me piace l’idea che un disco racconti qualcosa, crei immagini e che ti porti in un universo ben preciso, piuttosto che un insieme di canzoni fighe.

Io sento una certa missione nella musica che faccio, sento un desiderio di trattare alcuni temi in particolare e quindi, sì, il mio disco deve essere un viaggio con una missione ben precisa.»

E quale sarebbe la tua missione?
«Rappresentare i ragazzi di seconda generazione come me, far capire all’italiano medio che nonostante il razzismo e la TV che ci fa vedere gli sbarchi dalla mattina alla sera, ci sono un sacco di ragazzi di diverse etnie che si sentono italiani a tutti gli effetti.

Uno magari dice che è banale, ma mi rendo conto che se io non ne parlo davvero nessuno lo fa! Quando è uscito “Afroitaliano”, Roberto Saviano ne ha parlato nelle sue interviste ed è iniziato a crearsi qualcosa, quindi credo che avere un impatto social e poter contribuire in qualche modo alla tua comunità e al proprio Paese sia una cosa migliore rispetto le view e il successo.

Io da piccolo potevo associarmi solo ai rapper americani che vedevo in TV, ma la mia vita non è quella e adesso, invece, tanti ragazzi di seconda generazione possono in qualche modo sentire una persona, come loro, raccontare qualcosa che li può rappresentare.»

Ho trovato “Italiano Vero” un disco vario, dalle sonorità diverse: ci sono pezzi con beat più attuali come “Cliché” o “Il Disco Di Tommy” e altri, invece, con sonorità più melodiche e legati alle tue origini. Come mai questa scelta?
«La mia scelta di avere diverse sonorità è dovuta al fatto che mi annoiano i dischi monotono e monotematici. Mi hanno proprio stufato i miei colleghi della trap che fanno dischi con dieci/dodici canzoni uguali: per fortuna non ne fanno di più! (ride, ndr).

Il mio target audience non voglio sia solo gente da club, voglio che le mie parole vengano comprese da tutti perché il mio obiettivo non è relegarmi alla trap o al mondo del rapper, bensì divulgare i miei messaggi attraverso la musica. Io ascolto un sacco di rap, seguo tutto ciò che esce, però a volte faccio fatica a definirmi rapper perché ciò che è diventato definirsi tale spesso non mi rappresenta al 100%. Per questo motivo ascolto anche altri generi, credo che la musica possa fare molto di più che divertire e basta, soprattutto per una musica che fa parte dell’hip-hop: il rap può svegliare le coscienze.

Mi capita spesso che mi scrive gente di estrema destra che mi dice “Ho ascoltato i tuoi pezzi e forse esageriamo e sbagliamo ad essere razzisti” o “Grazie per avermi spiegato queste cose perché altrimenti io non lo avrei mai capito“. Ciò mi fa rendere conto che, a volte, in Italia non è questione di razzismo, ma solo di ignoranza. In America c’è la cattiveria nei confronti dei neri, qui da noi invece no, c’è principalmente ignoranza e cerco perciò, anche tramite la mia musica, di costruire un ponte per divulgare il mio messaggio.»

A proposito di questo tema, avevo una curiosità: quando Salvini ti ha citato, come ti sei sentito dopo che il “rappresentate” del razzismo in Italia ha tirato in mezzo proprio Tommy Kuti?
«In realtà me lo immaginavo che prima o poi sarebbe accaduto, visto che la portata della musica e dei miei social stava aumentando sempre di più. Ho sempre sperato di poter avere un confronto con lui per dirgli che non lo reputo un cattivo politico, quanto piuttosto un uomo che approfitta dell’ignoranza e dei problemi sociali per vincere le elezioni. Sono dell’idea che lui non sia così come fa sembrare, ma che dica quelle cose soltanto per ottenere dei voti.»

Secondo te, dopo queste elezioni, potrà cambiare qualcosa (in meglio o in peggio)?
«Mah, è veramente preoccupante questa situazione visto che ci sono i grillini che fanno i vaghi sullo Ius Soli, quelli della destra che non lo vogliono e così via. Io sono molto disilluso sulla politica in generale, non mi sento rappresentato dalla classe politica. Sono preoccupato per come potrà vivere mio fratello quando crescerà o quando avrò dei figli in questo Paese. Però vedremo, incrociamo le dita…»

Nell’ultimo periodo stanno venendo fuori diversi rapper di seconda generazione, tipo Ghali, Laioung, Mosè COV, Suerte e penso che voi abbiate un grosso potere tra le mani, ossia quello di poter far arrivare la vostra voce ad un numero di persone elevato, simili e non simili. Avete mai avuto modo di parlare, tra di voi, di questi argomenti?
«Sì, con alcuni di loro ne ho parlato. Io però ho avuto un percorso differente, con un impegno sociale più esplicito anche in passato e, per questo motivo, mi sento molto più impegnato su questi temi rispetto ad altri, senza però togliergli nulla, sia chiaro. Ho amici che vivono giornalmente questo disagio: io stesso l’ho vissuto da giovane, mentre altri sono cresciuti musicalmente a Milano, in un conteso multiculturale più aperto, e ciò è diverso rispetto a vivere nella campagna bresciana dove hai davvero a che fare con i leghisti e non solo!»

Mentre cosa ne pensi delle seconde generazioni degli altri stati come, per esempio, la scena francese?
«Lì sono più forti, più uniti. Qua dopo la crisi economica del 2008 il 90% dei miei amici di seconda generazione se ne è andato in un altro Paese e così l’Italia si è persa una generazione che avrebbe potuto mediare tra italiani e stranieri. Non è assolutamente paragonabile a ciò che avviene in Francia,  lì ce ne sono tanti, con potere d’acquisto, mentre qua siamo più svantaggiati.

In Francia, come in tutta Europa, i ragazzi di seconda generazione mischiano il rap con la musica tradizionale, chiamata spesso “afro trap” e secondo me spacca veramente tanto, ma gli italiani credo non siano ancora pronti…»

Tu sei molto legato all’Africa e di recente ho visto che sei stato nella tua Nigeria: è stata solo una vacanza o anche un’occasione per parlare di musica?
«Sì, ho realizzato qualche progetto con artisti nigeriani ma non abbiamo ancora capito come farli uscire. Sono andato lì per scoprire le origini dell’afro trap che, proprio grazie ad un gruppo nigeriano, i P-Square, e alla loro canzone “Shekini”, ha iniziato a girare in Europa. Però, devi sapere che l’origine dell’afro trap è da far risalire agli anni Settanta proprio in Nigeria per merito di Fela Kuti, il musicista nigeriano più famoso – imparentato alla lontana con me – che ha dato via a quel suono che adesso sta piano piano arrivando nel nostro continente.»

Come è la scena in Nigeria?
«Ci sono tanti artisti che collaborano con gente americana, tipo WizKid ha fatto brani con Drake, Chris Brown e non solo. La Nigeria sta spaccando a livello internazionale e il mio sogno sarebbe riuscire ad affermarmi in quel mercato, molto più grande di quello italiano, ma prima di risultare interessante per loro ne devo fare di cose…»

Ma tu sei bresciano e sei molto legato a questa città. Ti ho sempre visto girare alle jam e alle serate di freestyle e, per questo motivo, volevo chiederti se per te c’è qualcuno che potrebbe fare, più o meno, il tuo stesso percorso.
«Guarda, lo spero veramente. Conto su Yank ma sono curioso di vedere cosa Brescia può offrire, sono veramente fan di questa città. C’è gente come Mr. Rain, Frah Quintale, Slava, Galup che sta portando Brescia fuori, ma c’è anche Real Talk, Davide Turcati che sta spaccando come stylist dei rapper, insomma, c’è una bella realtà!

Sì, sono convinto che ci sia veramente molto, ma molto, talento. Tuttavia, sono anche dell’idea che la principale ragione per la quale è difficile emergere nella propria città è un po’ l’assenza di comunità, di unione. C’è una sorta di invidia tra i rapper che gli impedisce di supportarsi a vicenda e riconoscere il merito e il successo di qualcuno. Secondo me è un po’ triste, io sono da sempre contento del successo dei miei concittadini e se altra gente avesse questa energia, sarebbe utile per tutti!»

Ok, il pirlo è finito, perciò è tempo di farti l’ultima domanda. Prima mi hai raccontato gli step che ti hanno portato in Universal. Quali sono invece gli step dopo “Italiano Vero”?
«Il primo è senza dubbio farlo arrivare a più gente possibile e affermarmi con questo progetto. Poi in futuro si vedrà, chissà cosa potrò realizzare con il prossimo disco…»

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