Dutch Nazari può esser considerato l’anello di congiunzione tra lo storico cantautorato italiano e il rap nostrano?

Quando qualche anno fa tentai di spiegare ai miei genitori quale fosse la musica che ascoltavo tutti i giorni in cameretta, non fu una facile impresa. Mi sentii infatti dire da loro ‒ da sempre amanti del cantautorato italiano e della musica in genere ‒ che il rap sembrava tutto uguale.

Non provai a far cambiar idea a mia madre e a mio padre, però ciò che mi dissero mi appariva come una vera e propria assurdità. Credevo fossero solo loro a pensarla così, ma in realtà capii presto che moltissime persone lontane dalla mia generazione giudicavano in tal modo il rap. Persino Pif, che tanto anziano non è, nella storica puntata del suo format “Il testimone” con ospite Fabri Fibra ammise di ragionare nello stesso modo.

Non posso dire di conoscere la causa di questo schema mentale però nel corso degli anni ho maturato un’ipotesi a riguardo. Credo, in poche parole, che le persone cresciute con il cantautorato italiano facciano fatica ad entrare nelle leggi metriche e musicali proprie di un brano rap e arrivino quindi a concludere che ci si trovi di fronte a tracce “tutte uguali”. In realtà questo può essere vero a volte ‒ non è di certo facile scrivere in rima rispettando tutti i crismi e talvolta si può cadere nella monotonia ‒ ma questa non è la regola.

Avendo maturato queste riflessioni, mi sono sempre chiesto nel corso di questi anni quale potesse essere l’anello di congiunzione tra il vecchio cantautorato italiano e il rap nostrano dei giorni nostri.

Senza nulla togliere ad altri autori ed interpreti, credo che il rapper più adatto a ricoprire questo ruolo, ad oggi, sia Dutch Nazari, almeno secondo me. L’illuminazione l’ho avuta ascoltando l’ultimo disco (nonché il primo ufficiale) del rapper (Amore Povero) e più nello specifico la traccia “Proemio”. Più mettevo in repeat questo brano e più mi sembrava avesse qualche sfumatura che abbracciava il cantautorato in modo particolarmente rilevante. Il primo nome che mi venne in mente nel cercare similitudini fu quello di Lucio Dalla.

Alcuni frangenti di Proemio” (specialmente verso la fine del pezzo) mi ricordavano tremendamente il modo di cantare e di scrivere del cantautore bolognese. Una canzone che mi sembrava avere qualche punto di contatto con la suddetta mi sembrò la splendida “Anna e Marco”.

Vi sfido a dire, ascoltando le canzoni o leggendo i testi (qui e qui) che il mondo di scrivere (e anche di cantare) “per immagini” dei due sia dissimile. Qualcuno che mi conosce però mi potrebbe giudicare non imparziale, essendo io un grande estimatore di Lucio. Questo potrebbe essere vero, se non fosse che lo stesso Dalla è stato considerato da molti ‒ e da lui stesso ‒ uno dei primi “rapper” (sì avete letto bene) del nostro Paese.

Difatti, in occasione di un suo discorso all’Università di Lecce, 18 anni fa, disse che da un lato schifava tutti coloro che sostanzialmente scimiottavano il rap americano qui da noi (e come contraddirlo) ma che non disprezzava il rap in senso ampio, definendosi uno dei primi autori con quella metrica (ha citato a titolo esemplificativo “Disperato erotico stomp” e “Come è profondo il mare”).

Non è quindi vero il luogo comune secondo il quale Lucio Dalla fosse l’hater numero uno del nostro amato genere musicale: stanti i paletti della melodia, della coerenza e del contenuto di qualità, ne era un estimatore. Tornando a Dutch Nazari, nella mia testa non sono mancati i paragoni con altri cantautori che hanno segnato la storia musicale del nostro paese: da Tenco a De Gregori, le analogie ci sono, basta un minimo di attenzione per notarli.

Con le dovute differenze, ad esempio, non farei fatica ad immaginare De Gregori interpretare questa canzone:

Una critica che mi è capitato di leggere è quella che giudica questo “cantautorap” come un modo per portare un po’ di indie nel rap, per cercare di abbracciare entrambe le fan base di questi generi e dare vita ad un qualcosa di più vendibile e versatile. Credo che non ci sia nulla di più sbagliato. Con tutto il rispetto per i cantanti indie, la scrittura di Dutch (come quella di Willie o di Coez) è decisamente più articolata nonché molto più “cantautoriale” rispetto all’indie. I motivi, ancora una volta, credo possano ritrovarsi sia nelle succitate parole di Lucio Dalla, ma anche semplicemente ascoltando con attenzione le discografie dei maggiori cantautori italiani.

Questo è il mio semplice punto di vista, discutibile o meno, ma come mi disse Willie Peyote quando lo intervistai qualche mese fa, è da stupidi non riconoscere che questo tipo di rap è molto più “italiano” rispetto ad altri e per forza di cose prima o poi attecchirà su tutto il Paese, riuscendo a colpire più fasce di età e in maniera più solida rispetto ad altri sottogeneri. Il successo di diversi artisti ‒ da Carl Brave x Franco 126 allo stesso Willie ‒ ne è la conferma.

Ora vi rimane quindi solo una cosa da fare se avete avuto la pazienza di arrivare alla fine di questo articolo: aprite Spotify e fate ascoltare ai vostri genitori “Amore Povero” di Dutch Nazari, così capiranno, una volta per tutte, che il rap non è tutto uguale.

Grafica di Matteo Da Fermo.


 

Leggi anche 

“Cosa hanno in comune il rap, il cantautorato e la poesia?” 
• “Cosa hanno in comune il rap, il cantautorato e la poesia? – Secondo capitolo”

Commenti