“Day 69”, un guazzabuglio che farà storcere il naso a parecchie persone.

Definire una categoria di artisti in base alla piattaforma attraverso la quale sono emersi è un’operazione abbastanza riduttiva e priva di significato di per se. Tuttavia, l’etichetta di Soundcloud Rappers è ormai entrata nel linguaggio più comune per identificare molti rapper usciti nell’ultimo anno. Accomunati (non in tutti i casi ma spesso) da una scarsa abilità tecnica, argomenti dallo spessore praticamente inesistente, giovane età e gusti estetici altrettanto discutibili, questi sono in grado di fare concerti, view e avere un pubblico sempre più grande è sempre più giovane. Tra i vari Lil Pump, Trippie Red, Smokepurp, Lil Skies, Lil Peep, XXXTentacion, l’ultimo artista partorito da questo network è 6ix9ine.

6ix9ine è un ragazzo di Brooklyn di ventun anni, all’anagrafe Daniel Hernandez, diventato estremamente popolare negli ultimi mesi sia per la sua musica sia per una serie di problemi giudiziari. La sua fama è dovuta infatti – oltre alla musica – ad una serie di vicende che riguardano la diffusione di un video pornografico, nel quale lui e un suo amico hanno un rapporto sessuale con una ragazzina di quattordici anni. A questo bisogna aggiungere un aspetto estetico che non gli permette di passare inosservato, capelli color arcobaleno e tatuaggi con scritto “69” su tutto il corpo tra cui faccia, mani e petto. Definirlo un ragazzo problematico è abbastanza riduttivo.

La musica è diretta conseguenza di questo personaggio: “Day 69” è un guazzabuglio di problemi. Per quanto possano fare la loro bella figura pompate nello stereo di una macchina, é altrettanto fuori discussione che la musica di 6ix9ine sia priva di qualsiasi tipo di consapevolezza artistica. L’intento è quello di stupire, di scioccare il pubblico, portando alle estreme conseguenze l’immagine della forza bruta e della violenza, tipica di una parte dell’immaginario machista legato alla figura del rapper.

“I don’t funk with no old hoes, only new hoes
Put my dick in her backbone, I pass her to my bro”
(Gummo)

“Need the drugs, I’m the Xan man, I’m the damn man”
(Kooda)

Queste tematiche sono assolutamente classiche nel mondo del rap, fatto anche da una buona dose di ignoranza. 6ix9ine non va distante da quello che fanno moltissimi rapper, tuttavia in lui manca qualsiasi gusto per la sperimentazione, qualsiasi piacere per la struttura del testo e per la composizione. L’esasperazione della figura machista va di pari passo con l’esaltazione del blocco, sia all’interno dei testi che da un punto di vista visivo. I video sono l’esaltazione della vita nel crew e nelle gang di cui 6ix9ine è la voce verso il esterno. Per mezzo della quale viene espressa tutta la rabbia dei quartieri più disagiati delle città.

Ciò non di meno, non toglie che nelle undici tracce che compongono “Day 69” manca un approccio creativo alla materia, è un continuo urlo sempre più forte, sempre più violento. Le canzoni sono riassumibili nella triade: donne, droga, denaro. Il rapporto con gli altri in particolare (donne o persone in generale), viene sempre filtrato da un occhio crudo e rabbioso che tuttavia fa assomigliare il ragazzo ad un bulletto di quartiere senza cervello, più che ad un gangster. Le stesse produzioni sono pensate con questa logica, basi potenti e batterie aggressive, su misura per far saltare in aria un qualsiasi impianto audio.
A questo punto diventa sorprendente, notare la presenza su un progetto tanto banale di Offset su “Kooda remix”, e di Young Thug e Tory Lanez su “Rondo”: la speranza è che i featuring siano solo il frutto di una transazione ben pagata e non di una dimostrazione di stima reciproca.

“Day 69” nasce da un vuoto culturale che sta inglobando il rap ma forse anche la contemporaneità in generale. La necessità di scioccare con progetti dallo scarso spessore artistico, ma dal l’estetica sempre più controversa e difficile da digerire sta pervadendo la scena musicale. 6ix9ine è l’ennesima dimostrazione del mondo paradossale in cui vive al momento l’industria musicale ma più in generale culturale, un mondo in cui l’assenza di contenuti diventa contenuto e argomento di discussione.

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Brianzolo trapiantato a Venezia per motivi scolastici, studente per necessità, scrivo di rap per passione. Non conosco differenze tra undeground e commerciale, ma mi sveglio ascoltando Nas e mi addormento con Kanye nelle cuffie e pensando alle Kardashian.