Il rap è sempre più sulla bocca di tutti e nelle classifiche: questo contribuisce a mantenere ­­‒ in teoria ‒ il livello qualitativo alto. Anche il giornalismo di settore vive lo stesso stato di salute?

Con ogni probabilità, tu che stai leggendo in questo momento, avrai imparato nel corso degli anni passati alle scuole superiori a realizzare i famosi “saggi brevi” (o lo starai facendo ora), al fine di poterne realizzare uno alla prima prova degli esami di Stato. Può essere quindi considerata una “skill” di base questa, se di mestiere o di hobby si vuol fare il giornalista musicale, il “blogger”, il “content editor” o in qualsiasi altro modo si voglia chiamare chi parla di musica ad un pubblico più o meno ampio.

Nella pratica, però, non è scontato che chi parla di rap in Italia ‒ in determinati contesti ‒ abbia effettivamente queste abilità. Non è scontato perché buona parte dell’informazione e della critica musicale di questo genere, viene svolta su Instagram. Il social network di Zuckerberg, per chi non lo sapesse, ha un limite di 2200 caratteri per le didascalie di ogni post, equivalente a poco meno di mezza pagina Word, per capirci. Nemmeno il miglior professore di letteratura potrebbe valutare le abilità di riflessione e critica di uno studente sulla base di pochissime righe.

Sia chiaro, il giornalismo musicale non è fatto solo di critica, ma anche di semplice informazione, spunti di riflessioni, aneddoti, interviste e così via. Se però, ad esempio, si vuole recensire un disco, mi sembra abbastanza palese che qualche riga non basti. La colpa non è, chiaramente, del social network di Zuckerberg, che nasce come piattaforma di condivisione foto, ma probabilmente dell’eccessiva tendenza al rendere tutto più  “smart e immediato”, anche ciò che per definizione necessita di esser sviluppato in maniera più ampia.

Quello che accade è che i portali che parlano di rap cercano di modellarsi sulla base del loro target (al giorno d’oggi composto da molti ragazzini) al fine di acquisire popolarità, fare informazione, e perché no, guadagnare. In questo non ci sarebbe nulla di male, fino a che non si arriva all’essere “obbligati” ad essere troppo concisi, cadendo in una sorta di “populismo contenutistico”, una dinamica che in altre parole porta gli autori a scrivere ovvietà, non avendo a livello pratico spazio per sviluppare le proprie idee o peggio, volendolo fare di proposito.

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In teoria infatti il limite dei 2200 caratteri può essere “aggirato” ‒ tramite il link accessibile dalle Instagram Stories con lo swipe oppure spezzando il testo in più post ‒ ma non si possono rendere meno “pigri” i lettori. È questo il punto. Al di là delle accuse di “furbizia” ai miei colleghi, il problema vero è un altro. Chiunque faccia il mio stesso “mestiere”, infatti, sa benissimo dopo quanti secondi un utente decide di rimanere su una pagina o andare via dalla stessa e sa benissimo anche quante persone di quelle che mettono like ad un post su Facebook vadano effettivamente ad aprire il suddetto. A questo quadro già di per sé drammatico si è andata ad aggiungere poi la recente scelta effettuata dal social volta a diminuire ulteriormente la visibilità dei contenuti delle pagine.

Qualcuno di voi mi potrebbe dire “eh ma ci sono gli Youtubers”. Vero, ma spesso (per fortuna non sempre), con tutto il rispetto per loro, parlano in modo abbastanza ovvio, difficilmente portano avanti spunti di critica e di riflessione interessanti, anche perché YouTube è una piattaforma di intrattenimento e se si cade nel noioso o in qualcosa di particolarmente sviluppato, il ragazzino che sta guardando clicca altrove.

Proprio qualche settimana fa, una “certa” Paola Zukar ci ha detto: «Le informazioni e gli articoli che si trovano sul web spesso sono anche ben fatti ed interessanti, ma talvolta è tutto troppo semplificato».

Quello che ha detto la manager di Fabri Fibra è, in altre parole, il fulcro del mio discorso. Per quanto retorico possa sembrare affermarlo, dire “una volta non era così” è inevitabile. Ai tempi di Aelle e simili, essendoci dei magazine con diverse pagine di approfondimenti, gli articoli erano sicuramente sviluppati ben oltre i limiti dei caratteri di Instagram o delle logiche di “clickbait”.

Dall’altro lato, chi fruiva di queste letture era interessato a farlo. Usando un termine comune nel marketing, il lettore poteva essere definito una sorta di “co-creatore” di contenuti, non aveva un atteggiamento passivo e anche l’atto di sborsare del denaro conferiva valore agli autori ed al prodotto finale.

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Come uscire da questo circolo vizioso?

La musica al giorno d’oggi, per fortuna, è accessibile praticamente a tutti, esattamente come buona parte dell’informazione che gli gravita attorno. A mio avviso, invece, la critica musicale dovrebbe essere elitaria, non nel senso di accessibile solamente a coloro che hanno tre lauree, ma nel senso di realizzata da persone competenti, in maniera completa, nei confronti di tutti coloro che hanno tempo e voglia di fruirne.

Non sono d’accordo con chi dice che la situazione in cui si trova l’informazione del nostro settore sia il semplice segno dei tempi. Pensate se nel mondo dell’arte, che non pecca sicuramente di modernità ‒ in cui sono ancora molto presenti e diffuse riviste di settore di buon livello ‒ tutta la critica fosse riassunta in degli articoletti o in delle didascalie di Instagram: sarebbe a dir poco imbarazzante.

Dare vita a riflessioni esili ma “attraenti” può solamente fare male a questo genere in Italia. Forse è una guerra persa, ma mi piace pensare di no, d’altronde il successo di Murubutu ‒ da moltissimi inaspettato per via della sua musica “non immediata” ‒ può essere una prova del fatto che il popolo del rap italiano non sia poi così tanto inetto.

Grafica di Matteo Da Fermo.

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