Il 27 gennaio, in occasione della tappa abruzzese dello “Straniero Tour” di Davide Shorty, presso il Beat Cafe di San Salvo (Ch), abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con l’artista siciliano.

Poco prima dell’esibizione, Davide Shorty si è gentilmente offerto di rispondere ad alcune domande e chiarire diversi aspetti della sua carriera, senza dubbio meritevole di maggiore spazio nella scena italiana. Con il prezioso aiuto degli amici del Beat Cafe, tra un aneddoto e un altro, abbiamo realizzato un interessante scambio di battute.

Ecco cosa ci siamo detti:

È già da un po’ che ti seguiamo attraverso i social nelle tue tappe italiane: come sta procedendo lo “Straniero Tour”?
«Lo “Straniero Tour” sta andando bene. Beh, vedere le persone che cantano insieme a noi è un dono! Non mi sarei mai aspettato che, ad un certo punto della mia vita, le persone avrebbero cantato dei cazzi miei insieme a me. Tu sei lì a scrivere della tua vita, successivamente esci con un disco, poi magari sali su un palco, e la gente è lì con te a cantare le tue storie, perché ci si rivede, in un modo o in un altro. Ed è proprio quello l’aspetto più gratificante.»

Considerando il tuo percorso fino ad oggi, sei rimasto legato a qualche data in particolare?
«Ad esempio quella di Bari, precisamente ad Acquaviva delle Fonti dove ho rincontrato mio fratello Gio Sada, è stata molto figa; anche un’altra, quella del BIKO di Milano che è stata davvero bella. Vorrei ricordare anche quella del TPO a Bologna in cui sono stato ospite di Claver Gold. È stato memorabile sia quello che è successo lì sul palco, ma anche e soprattutto ciò che è accaduto dopo nel backstage. Ci siamo messi a fare freestyle, è stato proprio Hip Hop! Probabilmente quella sera ho tirato fuori uno dei freestyle più belli della mia carriera. C’era tutta la bella scena Hip Hop, un sacco di gente “strafiga”: c’erano E-green che faceva beat box, Ghemon, Gianni KG, Rancore, Moder e chiaramente Claver, secondo me uno dei veri poeti della scena italiana.»

Torniamo di nuovo a te. Nonostante la tua esplicita, ed ora predominante attitudine soul, sei ben consapevole di far parte di quella schiera di artisti che espande la propria musica sino ai confini del rap, e forse, è anche per questa ragione che ad oggi sei un componente della famiglia “Macro Beats”. Com’è successo? E se c’è qualcuno, chi ti ha influenzato su questa scelta?
«Il principale link con Macro Beats è stato Ghemon. Ci conosciamo da ormai circa 10 anni e, più o meno, tramite lui ho conosciuto Macro Marco. Il nostro primo contatto risale a 12 anni fa, io avevo 17 anni, mi ero fatto un interrail in Italia e mi sono beccato con lui a Roma, dove all’epoca ero ospite di Taiyo (Hyst). C’eravamo conosciuti tramite lo storico MSN. Da quel momento ci siamo spesso tenuti in contatto. Organizzai alcuni suoi concerti in Sicilia e c’era l’idea di fare dei testi insieme, ma poi non se ne fece più nulla perché, o per un motivo o per un altro, non ci si incrociava mai. Ci siamo rincontrati solo dopo X Factor. Io, appena uscito dalla gara, una volta mi ritrovai in una festa insieme a Gianluca, che mi fece conoscere Macro e mi mise in contatto con il suo manager, che adesso è anche il mio. Effettivamente, in quel periodo ero alla ricerca di un manager e quando mi presentò Filippo, che era seriamente interessato a prendermi nel suo roster, accettai subito. Io ovviamente ero “super preso bene” e lo stesso Filippo, poi, ha praticamente chiuso il  collegamento con Macro. È una bellissima realtà, soprattutto dopo aver rotto con Sony che, comunque, essendo major label ti “costringe” a seguire certe “regole”…».

Straniero”, il titolo del tuo nuovo album, è un riferimento autobiografico piuttosto inequivocabile. Ci parleresti un po’ di questo disco? Qual è stato il tuo rapporto con Palermo e cosa ti ha spinto a lasciare la tua città?
«Sono partito giovanissimo da Palermo per trovare fortuna, artisticamente parlando, andando a vivere a Londra. L’ho fatto perché in Italia, o almeno nella mia città, purtroppo ti “tarpano le ali”. Mi sentivo inespresso perché Palermo è una città che ti giudica. Se sei estroso o creativo non ti considera seriamente e finisci con l’essere bollato come diverso. Tu vivi lì, ci cresci e sei attaccato alla tua “Terra”. Ma la terra è fatta anche delle persone che la abitano e quelle che trovi lì sono molto spesso distruttive e, purtroppo, annichilite da un sistema che le ha rese completamente delle macchine, degli automi incapaci di sfuggire alle frustrazioni della vita quotidiana. Tutto ciò mi ha sempre spinto e mi spinge tuttora per continuare ad essere l’artista che sono oggi. Poi, come sai, sono comunque tornato e ho avuto la fortuna di fare un album come lo sognavo, completamente in italiano. Anche se questo è successo dopo un percorso artistico ben definito, ovvero dopo aver fatto gavetta. Nel mentre ho scelto di fare un talent perché volevo sfruttare quel genere di visibilità per poter essere me stesso anche in seguito, per essere in un certo senso più forte e non permettere a qualcun altro di plasmarmi.»

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Proprio lì in Inghilterra ti sei riunito con una band – Retrospective for Love – formata da musicisti, alcuni dei quali siciliani, con un progetto musicale davvero interessante. Com’è andata a Londra?
«Siamo felici di esserci uniti. Considera che per la maggior parte ci siamo incontrati all’università a Londra; bassista e chitarrista infatti erano miei compagni di studi. Anche Leslie l’ho conosciuta all’università, mentre il batterista all’inizio era italiano poi è cambiato con uno inglese. Gaba era il mio vecchio producer, il dj dei tempi in cui facevo solo rap ed è anche pianista. Insomma ci vogliamo bene e suonavamo insieme, ora però siamo un attimo in pausa.»

Mi ricollego alla questione “Palermo” per farti un’ultima domanda. Sappiamo che hai collaborato più volte con Johnny Marsiglia, anche lui palermitano come te, ad esempio in “Dentro Te” di “Straniero” e nel singolo “Clessidra” uscito recentemente. Qual è il vostro rapporto?
«Io e Johnny siamo praticamente cresciuti insieme, parallelamente ma insieme. Eravamo rivali, ci sfidavamo in freestyle e io le prendevo puntualmente da Johnny “Killa” perché lui era una mina nelle battles. Tuttavia dopo aver superato le nostre rivalità, ci siamo “innamorati” artisticamente l’uno dell’altro. Ci piacciono le stesse robe, siamo due ragazzi di quartiere, abbiamo un background molto simile e ci vogliamo tanto bene. E lo stesso vale per Big Joe, un altro palermitano con cui ho precedentemente collaborato: è stato proprio lui infatti a produrre “Mothership” dei Retrospective for Love. Insomma, è venuto tutto in modo molto spontaneo e libero, come in “Clessidra”: quando infatti loro mi chiesero di scrivere il ritornello, ho aspettato un bel po’ prima di buttare giù qualcosa. Riflettere in quel lasso di tempo mi ha permesso di creare una piccola strofa che arrivasse come un vero pugno alla bocca dello stomaco. All’uscita del mio pezzo erano felicissimi. Insomma, ora non posso fare altro che augurargli il meglio per questo nuovo disco che uscirà a breve.»

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