Analisi di uno degli album U.S.A. più sottovalutati
del 2017.

L’industria discografica dell’Hip-Hop ha trovato finalmente il suo apice nel 2017. Il rap è stato ufficialmente riconosciuto come il genere più ascoltato negli U.S.A – scavalcando persino correnti musicali che fino a qualche anno fa sembravano intoccabili, come il rock – mentre in Italia è avvenuto un forte processo di implementazione nella (sub?) cultura locale seppur tramite strumenti e modalità dubbie e/o discutibili.  Ma tutto cambia e tutto si trasforma e per far sì che questo processo si compisse qualcosa doveva necessariamente cambiare poiché, essendo sempre esistito, sorge spontaneo chiedersi perché proprio adesso, perché proprio così, il rap stia vivendo un momento di diffusione planetaria su più livelli, sociali e culturali.

La storia dell’Hip-Hop è un romanzo affascinante, grazie al quale abbiamo imparato ad amare e scoprire nuove culture e nuovi personaggi a cui siamo inevitabilmente affezionati, sviluppando un senso di appartenenza fuori dal comune verso un micro-cosmo che forse contiene più anime del mondo intero. Questo è quindi stato soggetto ad evoluzioni, a catastrofi, a dibattiti, ad esportazioni, ad interpretazioni.  Chi lo ha messo al mondo non aveva consapevolezza di cosa fosse, semplicemente ne aveva necessità. Nessuno avrebbe mai pensato che un genere così giovane, storicamente parlando, potesse influenzare in modo così radicale almeno due generazioni. Per farlo ha dovuto reinventarsi, attingendo per il cambiamento dalle sue stesse radici, divenendo prima formula, poi materia. “Per sempre” può essere davvero tanto tempo, e per arrivare sin dove siamo arrivati oggi, di strada questa musica ne ha fatta tanta, e non sempre è stata in discesa come oggi accade.

Egoisticamente però, è un luogo comune pensare che questa nuova ondata di personaggi e di suono che gioco-forza vengono accostati a questa evoluzione sia un difetto esclusivamente “Made in Italy”.  Il vecchio contro il nuovo, l’Hip-Hop contro la moda. È necessario sottolineare che – come nostra cattiva consuetudine – l’Italia ha assorbito come una spugna questi modelli che adesso spopolano oltreoceano e che sono più che mai simbolo della generazione dei “social” che avanza. In America questo conflitto è molto più netto e più sentito rispetto a noi per il semplice fatto che lì questo genere c’è nato e l’intera popolazione, afroamericana e non, vi nutre un rispetto quasi religioso, similmente paragonabile a quello che materialmente portiamo noi in gran percentuale verso la chiesa e la religione. Il Vaticano è la sede del Papa, la figura chiave del cattolicesimo mondiale. Il Bronx è il quartiere/ghetto dove tutto è nato e che i cultori del genere considerano tuttora la “Mecca” dell’Hip-Hop.

Per rendervi conto di quanto aspro sia il conflitto generazionale, intellettuale e culturale, che va ben lungi dal fermarsi alla musica, vi basterà usare dei metodi infimi ma indici, malgrado, di verità. Su YouTube, brani di Raekwon, membro storico del Wu-Tang Clan, così come di Conway e Westside Gunn, o di Roc Marciano, membri esclusivi della Shady Records – label di Eminem, proprio lui(!) – faticano oggi a raggiungere persino il milione di visualizzazioni, considerando che le proporzioni americane, rispetto alle nostre, sono assolutamente ingigantite. Gli esempi portati non saranno sicuramente “must” o “classic” ma è triste pensare che ad oggi, numeri alla mano, il rap attiri molta meno attenzione della moda, molta meno attenzione di un personaggio costruito a tavolino che picchia la sua ragazza e viene idolatrato o qualcun altro che a 21 anni viene omaggiato per il semplice fatto di autodistruggersi con le sostanze stupefacenti.

Fortunatamente lo zoccolo duro in America resiste, seppur strettamente collegato ai capisaldi del genere o – tristemente annotando- all’usato sicuro del quale in U.S.A si fa un grande utilizzo specialmente in termini di vendite. Ne fanno però eccezione, seppur ristrette, artisti che hanno avuto il coraggio di continuare ad evolversi senza abbandonare le radici.

Questo è stato l’anno del mumble (rap?), l’anno di Instragram, delle mode, e delle strumentali in loop tutte simili tra loro nel 70% dei casi. Ma è stato anche l’anno dove questo cambiamento ha spinto verso la competizione, forse in stallo da troppo tempo, portando la quasi totalità degli artisti a mettersi nuovamente in gioco. Tra i tanti che lo hanno fatto uno di quelli che mi ha sorpreso di più è stato Big K.R.I.T., di certo non un esordiente col microfono in mano, che però è andato oltre ogni aspettativa con il suo ultimo progetto, destando negli ascoltatori una sorta di “Nostalgia Istantanea” per citare Dargen, ben miscelata ad una riflessione lucida e completa sull’Hip-Hop, su ciò che comporta e su sé stesso, dove la linea sottile dell’autocelebrazione sconfina nella consapevolezza dell’essere. L’album è “4eva Is A Mighty Long Time” ed è un doppio CD – scelta azzardata in un tempo in cui i singoli hanno più importanza dell’album – e sviluppa da una parte la persona e dall’altro il personaggio, rendendo l’ascolto quasi un album fotografico attraverso il quale percorrere storia e momenti, privati e collettivi.

“4eva is a mighty long time” di Big K.R.I.T.  – Disco 1

Il disco 1 è il disco di Big K.R.I.T. artista , freshman di XXL del 2011, cresciuto artisticamente sotto l’ala di Currensy nella sua “Pilot Talk Trilogy”. La sua discografia lo ha reso un artista affermato liricamente parlando, versatile e profondo allo stesso tempo, ma forse un po’ indeciso su quale strada prendere – attraverso i dischi precedenti, i quali lasciavano leggermente spaesati l’ascoltatore-  nonostante fosse davvero un piacere riscontrarne un tale livello di attitudine e di approccio. K.R.I.T. è originario del Mississipi, figlio di quel southern rap che è riuscito ad imporsi sulla mappa geografica statuintense del rap grazie ad artisti di massima caratura come Scarface o gli Outkast i quali furono i primi ad affermare – ai “The Source Awards” –  come anche il sud avesse qualcosa da dire ad un America impelagata in prima persona nelle faide, a tratti controproducenti, tra East e West Coast. Big K.R.I.T quelle radici le presenta forti nel suo D.N.A e questo può esser riscontrato sin dalle prime note dell’album, con delle produzioni accattivanti e varie, prima orientate sul boom bap poi influenzate da quel jazz che tanta morbidità ha regalato al suono del rap nel corso degli anni.

La prima traccia, “Big K.R.I.T”  introduce il suo essere artista, un flusso di coscienza alternato in due strofe dove Justin Scott, questo il suo vero nome, campiona sé stesso per chiedersi dove sia arrivato e successivamente ricordarci dove vuole arrivare. È una sorta di spoken words interiore – nella prima strofa – che sfocia successivamente nel classico suono southern con i suoi suon accattivanti ed affascinanti nella seconda.

“Yeah.. My creator give me the gift to create

And this mind of mine apply to our escape”

Il disco presenta esercizi di stile mai lasciati al caso, o comuni. “Confetti” è una dimostrazione di autostima, che vuole mettere alla prova lo stesso Big K.R.I.T affermandosi come tra i migliori liricisti, a ragion veduta, analizzando il suo ruolo totalmente differente da quello di copertina di molti altri personaggi.  La sua originalità si ripresenta così con “Substein IV”, habituè del rapper, dove la costruzione semantica del testo si basa sull’impersonificazione del sub-woofer, elemento fondante della cultura Hip-Hop al quale dedica una sorte di ode. Come da lui affermato infatti il “sub-woofer” è un marcatore di identità che difficilmente morirà poiché presente ovunque, dalle automobili di tutta l’America sino alle camere dei ragazzini.

La sperimentazione però non procede a lungo e si trasforma, in modo istintivo e quasi sorprendente, in un tributo artistico alla scuola che lo ha formato musicalmente, dagli artisti come CeeLo Green che in via eccezionale tornano col rapping (!)  in “Get Up 2 Get Down” sino a brani storici per la sua formazione individuale come “Back That Azz Up” di Juvenile, omaggiata in “1999” in collaborazione con Lloyd.

Ride Wit Me” ospita una mega strofa di Bun-B che, insieme a Big K.R.I.T., omaggia il compianto Pimp C, campionando il suo classico “Knockin Doorz Down”. Per rimanere in tema di culto dell’Hip-Hop bisogna raccontare un aneddoto riguardo ai brani in collaborazione con CeLo Green e Bun-B in onore di Pimp C. K.R.I.T. racconta che, una volta chiesta la collaborazione a Green, non si è permesso di chiedergli di rappare poiché una leggenda vivente come lui ha la libertà artistica di scegliere in totale autonomia. Non appena Big K.R.I.T. ne ha ricevuto la strofa si sorprese sentendo che, oltre a rappare, nelle ultime barre Green citava proprio Pimp C di cui avrebbe parlato nella canzone successiva. Se non è Hip-Hop questo!

Le tracce conclusive dell’album strizzano l’occhio invece a quella che sarà la parte più riflessiva dell’album, con temi e argomentazioni importanti che Big K.R.I.T. inizia ad analizzare in “Layup”, una delle tracce più belle in assoluto della prima parte del disco. Qui la strumentale ed un flow, accostato anche al cantato, ci ricorda quasi impulsivamente le sonorità importate dai Bone Thugs N Armony, storica crew scoperta dalla Ruthless di Eazy-E. Ma quella è un’altra storia. A tal proposito K.R.I.T. ha affermato che “Layup” è una traccia introspettiva, che ripercorre i tempi in cui le certezze erano davvero poche, dove crescere poteva risultar difficoltoso senza nessuno che ti indica la strada. Il termine usato del brano continua nelle sua similitudine col basket dove Big K.R.I.T usa la percentuale dei tiri riusciti per tirare le somme, in positivo ed in negativo, della sua vita e delle sue scelte fin qui.

Classic Interlude” è una perla che introduce al brano “Aux Corde”. Nello skit K.R.I.T. conduce un dialogo immaginario con un fan nella quale discutono del significato di attribuire il merito di “classico” ad un disco. Ne discutono la longevità, il contenuto ed il personaggio. Di come abbia perso il reale valore questa aggettivo che prima aveva bisogno di infinite benedizioni per essere utilizzata invitandoci così a ben ponderare i nostri giudizi. Non è un caso infatti che in “Aux Corde” Big K.R.I.T. ringrazia apertamente tutte le leggende dell’R’n’B e del Soul che, grazie ai loro “classici”, lo hanno introdotto ed istruito a quello che adesso è il suo mondo. È un’addio agli artisti che più lo hanno influenzato come B.B King e Foxy Brown sino ad arrivare a Barry White.

“Jill Scott forever golden, R.I.P. B.B King

Prince e MJ that we played, barbecue to death”

Get Away” infine ci fa da monito a ciò che ascolteremo nella seconda parte del disco, ovvero un Justin Scott in tutto e per tutto, nei suoi demoni e nelle sue fantasie, nelle sue libertà e nelle sue prigioni, prendendo le distanze fermamente da quelle che sono le mode o le cose futili di cui ora tutti quanti, in modo errato, ci preoccupiamo. KRIT ci ricorda quali sono le cose che contano veramente nella vita e lo fa con grande stile, campionando la bellissima “Sleepy People” di Betty Crutcher’s, brano del ’74 che esplora anch’esso in modo delicato, in chiave interpretativa differente, le profondità dell’uomo.

“4eva is a mighty long time” di Big K.R.I.T.  – Disco 2

Justin Scott” introduce la seconda parte dell’album con una strumentale delicata ed elegante prodotta da Dj Khalil. Se prima Big K.R.I.T. aveva dedicato i suoi versi al personaggio interpretato nel ruolo di artista adesso il focus principale è sulla persona che ci sta dietro. Justin Scott è stato sempre un amante della old school, in grado di restituire emozioni e sensazioni reali, non a caso questa seconda parte sarà fortemente permeata dall’attenzione ai versi ed ai concetti sviluppati che esplorano le contraddizioni e gli interrogativi che l’uomo si pone, sull’onda dell’ultima traccia del disco 1.

Scott ha trovato la ragione del suo essere nella musica. Questo è il concetto portante di “Mixed Message”.  Qui è forte il dualismo, spesso mal interpretato, tra i soldi – che sono considerati oggi come il traguardo ultimo al quale ambire- e Dio, la cui fede è l’unica soluzione per ottenere le risposte necessarie alle domande esistenziali che inquietano ognuno di noi.  Le contraddizioni continuano nelle barre all’interno delle strofe dove luci ed ombre sono messe in contrapposizione e vanno a delineare quella che sono le sfumature dell’artista in questione.

I love her and i hate her at the same time
I’m wack and dope in the same rhyme
I’m dull but i’m gloss in the same shine
It’s confusing on a sunny day

Splendida spiegazione del suo essere. L’intenzione è quella di restituire all’ascoltatore il processo creativo che porta l’artista a scrivere dei versi, spesso semplificato in un dovere, dimenticando le necessità di quest’ultimo..

Necessità che vengono assiduamente rivisitate in diverse chiavi interpretative, come quella che “Keep The Devil Off” ci offre. Il brano, prodotto da Big K.R.I.T. stesso, è molto personale ed intimo al contrario di quello che fa pensare la strumentale, permeata al massimo dalle sonorità southern con persino qualche influenza gospel. Scott riflette su quanto sia difficile tenere fuori di sé il male, e quindi resistere alle tentazioni che il mondo terreno offre. Il diavolo non sarà quindi inteso in quanto persona ma in quanto negatività generale. Bisogna porre attenzione su di sé prima che su gli altri, ognuno ha la necessità di trovare la propria cura ad un male di cui tutti siamo, più o meno, afflitti.

Non poteva di certo mancare l’opinione di Big K.R.I.T. sulle relazioni tra uomo e donna, da sempre al centro di molti dibattiti con differenti punti di vista.

Miss Georgia Fornia” aprirà un trittico di brani con sfumature diverse dedicate proprio al tema citato.  Il titolo del brano è però molto curioso e può esser interpretato in due modi: il primo riguarda la differenza di approccio e di prospettiva che c’è tra la scena alla quale appartiene che si trova in netta contrapposizione con quella californiana – in special modo in suoni e contenuti – mentre la seconda interpretazione, pur essendo strettamente collegata, riguarda i diversi luoghi di provenienza che accomunano lui e la sua ragazza ai tempi dell’adolescenza. I due mondi entrano spesso e volentieri in contraddizione, tanto per la musica quanto per le differenti mentalità dei due protagonisti.

In “Everlasting” lo storytelling la fa da padrone raccontando un inaspettato incontro con una donna in un ambiente non consono a quest’ultima. Nelle rime troviamo infatti le speranze che Big K.R.I.T. ripone nella possibilità di far funzionare un rapporto nonostante “lei” sia di una più alta classe sociale scorrendo tra le rime un flusso di pensieri, alcuni intimi ed altri un po’ meno, che passano per la sua testa nella fase che precede e che succede la conoscenza della ragazza. Vengono esplorati dubbi, gusti, affinità e differenze. La produzione molto morbida di Will Power accompagna dolcemente il tutto. Il brano è inoltre il lato opposto di “1999”, dove con le dovute differenze, viene tributato un altro tipo di approccio all’Hip-Hop, con un chorus vintage ed un approccio più soft rispetto alla sua antitesi.

Higher Calling” è la più matura delle tre tracce ed è incentrato sull’importanza del tempo che un uomo ed una donna dedicano al loro rapporto, su cosa significhi crescere insieme, sbagliare assieme o più semplicemente vivere insieme. Il tema è notoriamente molto caro a Scott che già in “Do You Love Me”, presente in “Cadillacta”,  aveva esternato la necessità di affrontare. Per l’occasione è affiancato dalla voce della storica cantante blues Jill Scott, curiosa la similitudine dei nomi, che ne ha curato il ritornello. Scott ci racconta quindi episodi intimi di una vita privata con il suo immaginario ed i suoi desideri volti a curare quel giardino dell’eden che con tempo e dedizione ha costruito.

“We could plant a seed and grow it, won’t nobody know it
‘Till you showin’, overflowin’, overdoin’, double soulin”

Week End Interlude” è anch’esso l’opposto di quello presente nel disco 1. Questa volta Justin utilizza uno skit radiofonico nel quale in modo ironico parla delle abitudini materialiste e spesso futili di cui spesso e (mal) volentieri ci preoccupiamo. La vita è un cerchio di cose, alcune importanti ed altri meno, dentro il quale abbiamo il dovere di saper scindere quelle indispensabili. La metafora qui utilizzata è quella dei night club dentro i quali le abitudini americane riversano stili e mentalità. Il week-end rivela ciò che siamo a seconda di ciò che facciamo.

Altro giro, altra corsa. Justin Scott ha acquisito nel tempo notorietà e fama grazie a Big K.R.I.T. ma è difficile comprenderne i sacrifici e le difficoltà che si celano dietro queste. Questo è quel che ci racconta “Price Of Fame”. Rischi di dimenticare chi sei e, di conseguenza, potresti persino rimpiangere la tua vita precedente. L’ansia, le dipendenze, la depressione sono dei vizi nascosti che accomunano molte vite d’artisti ma che spesso vengono affrontate nel modo sbagliato. Ciò che più è difficile è sfruttare la posizione che hai conquistato per costruire attorno a te un equilibrio di emozioni positive attorno al quale orbitare, il che non significa costruire muri insormontabili tra te ed il resto del mondo. Le mode che vanno oggi legate ai vari social sono spesso utilizzate per costruirsi un personaggio ed un autostima ma difficilmente corrispondono a quella che è la vita reale. Rimanere sé stessi è una strada lastricata e difficile da percorrere.

“I pray we ain’t devil let in
A lot of faces i don’t know
A lot of “where you been’s”?
Like you was really look
When i was in the wind”

Una delle tracce più intense e più complete del disco 2 è senza dubbio “Drinking Session” nella quale Justin continua a raccontarci di come i sogni possono facilmente trasformarsi in incubi. L’insoddisfazione e la frustrazione sono possibilmente attribuibili alla firma con la Def Jam, a causa della quale si sentiva come un animale in gabbia piuttosto che un artista libero di dare voce al suo mondo interiore. Creare per vendere. Da lì poi nascono tutte quelle emozioni negative che sfociano – ad esempio – nella dipendenza dall’alcool. Nasce quindi la necessità di entrare dentro il proprio dolore per dargli una forma e riscattarlo, per poi costruire dal suo fallimento le basi per un successo artistico ed individuale. Justin qui maledice le copertine dei magazine, i soldi, le attenzione dei fan, tutta carta straccia di cui farebbe volentieri a meno per riprendere in mano la sua vita. Le barre sono molto intense e la produzione sorprende per le sue contaminazioni jazz dentro il quale Big K.R.I.T. si perde. Ancora una volta la produzione è curata da lui stesso, il che indica quanto valore artistico ed umano questa traccia contenga.

“Yeah.. I got this ideas, I got a lot on my mind
And it’s so hard to put ‘em in a loto f songs
I try to put ‘em all in one, you know
Just what I’m feelin, what i’m going through
I’ve been drinking, so please.. bear with me”

Justin Scott prima ancora di essere un artista riconosciuto è un uomo di colore ed in quanto tale vive anche lui in prima persona le problematiche che affliggono la comunità afroamericana in America. Anche l’Hip-Hop nasce per dar voce a questo malessere, così come la totalità della musica black, e questa è l’occasione per dipingere il mondo dai suoi occhi, a suo modo, nella traccia “The Light”, in collaborazione con il jazzista Robert Glasper, il bassista Burniss Earl Travis II, il vocalist Kenneth Whalum III ed il noto producer Terrace Martin. L’obiettivo di Justin era quello di portare il processo creativo al suo ruolo primordiale, quando la musica era pensata per fotografare un’istantanea, che sia intima o sociale, con l’ausilio di musicisti esperti e professionali, i quali rappresentano anch’essi un altro modo di concepire la musica. KRIT stesso ha affermato come per lui sia stata una sfida dimostrare di saper rappare in questo brano, dato il peso specifico che questo aveva per la sua costruzione e per la tematica, di come sia stata importante offrire agli ascoltatori questo filtro per la società attuale, su come essa si sia evoluta. La traccia sconfina dai canoni precostituiti dell’Hip-Hop offrendoci un’opera di rara bellezza, con tante citazioni al suo interno che la rendono la ciliegina sulla torta di questo massiccio album. Nostalgia, frustrazione, amore e senso di appartenenza.

Bury Me in Gold” racchiude in sé il messaggio finale che Big K.R.I.T. ci ha voluto comunicare, non a caso è la traccia conclusiva dell’album. Ancora una volta il dualismo metaforico tra Dio e l’Oro è presente e si afferma come traguardo al quale ambire. Scegliere tra le due possibilità sta poi all’individuo. Il traguardo al quale K.R.I.T. ha ambito è però quello della redenzione, quindi quello di Dio. Utilizzando lo stereotipo del rapper attuale, pieno di collane e gioielli, Justin ci racconta come la sua determinazione e il suo desiderio siano paragonabili a quelli degli altri con la “sola” differenza che il suo oro risiede nel rimanere impresso nelle memorie e nella storia delle persone. Di quanto sia inutile ambire esclusivamente al materialismo quando le cose più belle della vita non sono cose. Piuttosto il vero valore della vita risiede nella famiglia, nei rapporti umani, nel sentimento. Ognuno insegue i propri sogni, la propria strada, ma siamo sicuri che le direzioni alle quali guardiamo siano quelle giuste?

“.. May God forgive my sins for a gold space”

4eva Is A Mighty Long Time è un album unico, maturo, complesso, sofisticato, a tratti filosofeggiante, a tratti spensierato. Dentro ci sta tutta la passione e l’amore verso una cultura che col tempo è andata ben oltre la comunità di riferimento, quale quella afroamericana, scuotendo prepotentemente le corde dell’anima di ogni essere umano che ne è rimasto affascinato. “Per Sempre” può esser davvero tanto tempo, quindi ogni volta che lo pensate riflettete bene a cosa state andando incontro. Non lasciatevi sfuggire quest’album ma soprattutto datevi una seconda possibilità. Big K.R.I.T docet.

 

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