Com’è cambiato il rap con l’avvento di Instagram?

O sarà che sono onesto, che vedo ancora qualche cosa di più grande in queste barre a tempo, oltre lo stile, l’abbigliamento, le fighe, fare i soldi, le fisse, l’atteggiamento ma non fa per me”

Altro giro, altra corsa. Il rap game in Italia è ormai divenuto un fenomeno mediatico e sociale a tutti gli effetti grazie ai pionieri dei nuovi suoni che hanno saputo astutamente importare dall’estero in Italia conquistando così il mercato ed i grandi numeri. Sia chiaro, a guadagnarci non sono stati soltanto i giovani ma anche i veterani i quali, nonostante la loro esperienza pluriennale, mai avevano fiutato in modo così concreto le possibilità di trovarsi un posto fisso sotto le luci dei riflettori. Fattore che ovviamente ha permesso anche una crescita esponenziale della competitività all’interno del rap game che ha alzato non poco l’asticella a livello qualitativo, quantitativo ed estetico.

Oggi che il rap in Italia è divenuto a tutti gli effetti un business redditizio però è triste pensare che i canoni che lo distinguevano dall’arte di plastica siano praticamente scomparsi. Non che si parli di legge astratte, di silenti compromessi, ma semplicemente del fare la musica in un certo modo. Una ampia fetta di ascoltatori si è avvicinata a questo genere perché raccontava qualcosa di diverso con dei mezzi differenti da quelli abitudinari, con prospettive capovolte ed analisi lucide della realtà cui ci troviamo.

Se i Club Dogo destavano scalpore per ostentare il loro materialismo, lo facevano, consapevoli però di essere dei fuori legge nel mercato del nostro paese. Esser invitati alle Invasioni Barbariche, storico talk show di La7 con Daria Bignardi, significava esporsi ad una “lapidazione” pubblica. Così come fece scalpore “Applausi per Fibra” suonata per la prima volta al TRL Show a Padova nel 2006 .Ora mi direte che è normale che l’evoluzione faccia il suo corso e che non dovremmo considerare un male la diffusione del rap. Ed io sono più che d’accordo.

Il problema è che ciò che è andato perduto è anche ciò che fa da carburante per questa musica, ovvero l’ispirazione, le liriche, gli incastri, la rabbia, le metriche, i flow, gli switch nei beats, i sample. Tutto rischia di perdersi adesso più che mai, ora che il confine con la musica popolare è molto sottile. Autotune, stile e nuove metriche vanno anche bene sino ad un certo punto.

È importante capire perché oggi si dia più importanza ai capi firmati di quell’artista piuttosto che ai suoi contenuti. Instagram, ancor più di Facebook, poiché quest’ultimo appartiene oggettivamente ai mezzi necessari ed utili per la diffusione del rap, ha oggi sostituito il luogo d’incontro reale nel quale confrontarsi e crescere. Il ragazzo che ascolta X, il quale dimostra di esser bravo tecnicamente ma parlandomi sempre degli stessi luoghi comuni, proponendo gli stessi identici contenuti, non troverà alcuna possibilità di immedesimarsi nelle sue parole, poiché il suo status di giovane stella del rap game italiano può interessare sì, ma fino ad un certo punto. Quindi si preferirà cercare il modello di Levis o di Carrera indossato dal suddetto artista per potersi atteggiare e sentirsi anche solo per una sera un astro nascente di non si sa cosa.

Le eccezioni ovviamente esistono, e non tutti gli artisti vivono di apparenze. È il caso di Marracash e di Caparezza i quali si sono più volte apertamente schierati contro questa moda distorta non disdegnandone comunque l’uso poiché mezzo necessario per arrivare a tutti.

Prima di Instagram, prima dell’outfit, prima del mainstream – e no, non stiamo parlando degli anni ’90 –  il rap era semplicemente più autentico. Non c’entra nulla la nostalgia, l’invidia per i ragazzi che ce l’hanno fatta o qualsiasi altro tipo di complotto. Questa scena si sta dimostrando unita, forse adesso un po’ meno, ed ha contribuito enormemente a portare tutto questo ad un livello mai visto in un paese come l’Italia. Ma adesso che le gratificazioni sono molteplici vengono meno le rime, le parole, i concetti e le profondità. Per carità, i pezzi friendly sono sempre esistiti ed hanno sempre fatto parte del rap, ma ciò non significa piegarsi a banali prodotti che andranno velocemente dimenticati per la loro inconsistenza. Anche “In Da Club” era un pezzo party ma.. di che parliamo?

Così come la moda del singolo che pian piano sta sostituendo l’importanza dell’album, del progetto, del lavoro che ci sta dietro le quinte. L’album è l’anima, la fotografia istantanea del tuo artista preferito in quel determinato momento e non devi fermarti al singolo da condividere sui social o con i tuoi amici a scuola. 

Il mio più grande augurio è che il tempo porti con sé anche il concetto di meritocrazia. In questi mesi dove ogni brano di qualsiasi artista può diventare una potenziale hit c’è bisogno di strade maestre, dischi complessi e, perché no, di singoli strutturati, per insegnare alle nuove leve che ascoltano il rap italiano quanto importante sia questa disciplina che noi di Rapologia riteniamo come una delle risorse più importanti da cui attingere.

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