Dov’è arrivato il rap italiano nel 2017? Ce lo dice Night Skinny.

Premessa. “Pezzi” è un album importante, non solo perché Night Skinny è oggettivamente un produttore peso all’interno del nostro panorama, ma soprattutto perché il progetto rappresenta una sorta di resoconto di quella che è l’evoluzione attuale della scena rap italiana, dall’affermazione dei suoi stili all’impostazione dei suoni. Non che Skinny abbia la necessità di adeguarsi – poiché parliamo di un artista che privilegia il processo creativo – e di conseguenza sia uno di quei producer che detta i trend e non li acquisisce, ma il suo lavoro di pregevole fattura è intriso da contaminazioni recenti e non, che rendono il disco vario, complesso e pieno di sfumature, con strumentali che stanno tutte “al piano di sopra” rispetto alla media. L’hype al riguardo era molto e le aspettative sono state sì soddisfatte, ma solo in (buona) parte.

Il disco nasce secondo una precisa intuizione ed intenzione da parte del producer milanese di comporre una sorta di “Best Of” per quanto riguarda gli artisti, creando loro un tappeto sonoro di atmosfera, abbastanza omogeneo lungo la durata del disco, permettendogli di tirar fuori le proprie skills e le proprie attitudini in correlazione con le necessità di ognuno.  Un primo accenno di cambiamento, che non sempre coincide con l’evoluzione, si ha sin dai primi dettagli per quanto riguarda la lavorazione del disco. Skinny è infatti notoriamente apprezzato per il suo lavoro minuzioso e costante di ricerca del suono che lo ha reso tra i più raffinati e completi. Questa volta però il suo lavoro si è per così dire “limitato” all’utilizzo di campioni musicali disponibili su Youtube, alcuni noti altri meno, dai quali poi ha costruito melodie e beats. Scelta che lui stesso ha spiegato provenire dalla gran quantità di musiche ed artisti presenti sulle piattaforme streaming come Youtube e Spotify grazie alle quali è possibile trovare tanti spunti di ispirazione, nonostante la qualità dei campioni sia più bassa rispetto al solito. D’altra parte c’è da dire che tale scelta conferma la versatilità del producer che ancora una volta riesce con maestria ad imprimere il suo suono e le sue idee alle produzioni.

Il titolo dell’album mi ha incuriosito sin da subito, affascinante nella sua essenzialità e misterioso nella sua interpretazione. Una volta colto  per intero però – “Pezzi – Il Futuro Non Ha Fretta” – si può però ben intendere come il titolo stesso abbia aspetto marginale e che rievochi un gergo che inevitabilmente è legato a quello della droga, confermato sia dalla sorprendente cover che si discosta da quelle raffinate dai singoli, sia da un dettaglio contenuto nella deluxe edition. Una carta di credito limited edition con tanto di troll limato sulla sua superficie. È abbastanza intuitivo comprenderne l’utilizzo ed è una particolarità a mio parere di cattivo gusto e che va oltre una certo limite. La musica è libertà d’espressione e di pensiero, ma bisogna che questi vengano veicolati nel modo corretto, mettendo da parte allusioni e citazionismi totalmente fuori luogo. D’altro canto c’è però l’interpretazione più semplicistica – spiegata dallo stesso Skinny –  dove “Pezzi” indica genericamente i brani di un disco.

Di seguito analizzeremo il progetto in diversi “lati”, come se fossero parti distinte di un vinile.

LATO A

Dopo averne introdotto l’impostazione possiamo finalmente discutere e focalizzarci sull’aspetto più importante ed imprescindibile del disco, la musica ed i suoi artisti.  La title-track ci lascia intendere sin da subito le linee guida per l’introduzione al disco, che per la maggior parte sarà permeato da esercizi di stile – alcuni ben riusciti ed altri meno – alternati a brani più profondi e con diverse sfumature al loro interno. Guè Pequeno e Rkomi non a caso hanno una certa rilevanza in questo progetto, grazie ai diversi stili che riescono con facilità ad adottare ed a trasformare in oro. Ancora una volta Pequeno, presente in “Pezzi” e “6 AM” con Izi, mette da parte lo storytelling che per tanto tempo lo ha distinto a favore di liriche di sicuro spessore che ben riflettono lo status che nel tempo ha acquisito di “Godfather” del rap italiano, ma che molti, ostici al suo cambiamento, non apprezzeranno totalmente. I più nostalgici ricorderanno bene inoltre l’autocitazione di Guè nella traccia con Rkomi riprendendo le barre di “Stiamo Fuori” di Fastlife Mixtape vol.2, che teniamo a ricordare è stato registrato interamente proprio nel primo studio che Night Skinny ha tirato su nella sua carriera.  Per me continua a rimanere uno dei liricisti più forti e completi del rap italiano, e sono sicuro che continuerà a dimostrare il suo talento innato anche in questo 2018. Sappiamo bene infatti che le molteplici certificazioni raggiunte da “Gentleman” fanno parte del suo lodevole percorso ma non sono ancora il traguardo definitivo.

Discorso differente è invece quello che riguarda Rkomi. Il rapper di Calvairate sta vivendo sulla sua pelle una metamorfosi artistica particolare con la quale sta pian piano raggiungendo la sua identità musicale. Bersagliare il suo stile o lodarlo sarebbe presuntuoso o vanitoso, bisognerebbe però comprendere che l’originalità dei flow e delle metriche che tira fuori sono veramente di pregevole fattura data l’età e l’esperienza non sicuramente decennale. “Fuck Tomorrow” resta una delle sue tracce più ispirate e tra le più riuscite in assoluto e non è un caso che appartenga al periodo di transizione tra “Daisen Sollen” ed “Io In Terra”. Le altre due tracce in cui è presente, infatti, “Pezzi” e “Sinomah”, danno continuità alla ricerca stilistica e sperimentale iniziata con il suo primo album ufficiale.

“Questa è in assoluto la mia traccia preferita del disco. Stesso sample di Future in “Mask Off”, io l’ho fatto prima, un anno prima. Ho fatto questo beat e ho mandato questa nota vocale a Luchè, che nel frattempo stava tentando di aprire questa pizzeria a New York e un’hamburgheria a Londra, so che c’è riuscito. Stava facendo un training day a questi messicani e mi ha mandato il flow, la nota si chiama “flow per Night Skinny”, in una lingua inventata. Flow maccheronico in inglese che ogni tanto sfocia nell’italiano: geniale”.

Al Mio Fianco” di Luchè, è stato il motivo principale che ha attirato la mia curiosità verso quest’album  – grazie anche alla meravigliosa cover disegnata dall’impeccabile Corrado Grilli aka Mecna – superando ampiamente le mie aspettative. Luchè ci tiene a ricordare ancora una volta il suo status di innovatore della musica, un artista liricamente raffinato e sicuro nelle sue intenzioni. “Malammore” è ancora fortemente impresso nei cuori di ciascuno di noi ma è già un ricordo lontano il tempo della sua uscita e ciò che resta non è altro che il futuro, guardando con fervore alle nuove tracce che questa artista immenso potrà regalarci. “Al Mio Fianco” è uno storytelling crudo dove Luchè sperimenta per l’ennesima volta un nuovo stile – dopo quello assurdo di “Oro Giallo” con Guè in Gentleman – che cuce alla perfezione sul tappeto sonoro quasi nostalgico di Skinny. Se dovessimo descriverlo in termini “pratici” il brano potrebbe essere considerato semplicemente come auto celebrativo ma tra i versi c’è molto di più. In termini “romantici” al suo interno c’è la voglia di conquista, c’è l’autodeterminazione nell’essere, c’è una scrittura intensa e piena di sé che rende il suo status leggendario in ogni suo brano. Dai featuring di quest’anno sino a questa traccia, quella di Luchè è una dichiarazione di guerra che farà terra bruciata di tutti i possibili detrattori e che è pronto a collocarlo nell’olimpo dei più grandi, dove si rimane nel tempo. Versatile, originale, intenso ma soprattutto unico.

LATO B

Verrebbe da dire: un nome, una garanzia. In questo caso il nome che li accomuna è quello di Corrado, ed entrambi riescono con maestria a ben bilanciare persona e personaggio, come sono soliti fare, all’interno della loro musica. Motivo per cui Coco e Mecna sono due note molto positive del disco. “Equilibrio” è un brano ben strutturato, profondo e complesso nel suo essere. I due artisti si alternano bene nel loro flusso di pensieri maturo e lirico, con due strofe che possono essere tranquillamente considerate tra le più belle del disco. Mecna, seppur ridondante negli argomenti, dimostra ancora una volta di saper riversare nelle strofe il suo spessore introspettivo, così come Coco, che ci regala un assaggio delle sue doti in attesa del futuro progetto che vedrà la luce con molta probabilità nel 2018. Il brano orbita attorno alla necessità di dare forma al malessere, alla solitudine ed alle illusioni, suscitando non poche emozioni.  L’intenso ritornello di Mecna inoltre rievoca l’argomento cocaina – disseminato tra le righe dei vari versi degli artisti – presente nel concept dell’album trattato precedentemente, questa volta in modo da integrarsi bene con il mood del brano.

Meritati elogi anche per “Male” di Ernia, che ha il merito di aver confermato le aspettative dimostrando di esser costante nella scrittura e nella concezione dei brani affermando la sua attitudine molto conscious. Lo storytelling rimane ancora il suo punto di forza che rende ogni traccia diversificata ed appetibile. Ogni pezzo che tira fuori è un tassello da aggiungere al suo percorso artistico che gradualmente sta prendendo una forma ben definita ed i risultati continuano ad esser positivi. Nonostante ciò è però chiaro come il rapper di QT possa ancora migliorare nel suo approccio, ma episodi del genere non possono che far ben sperare. Così come Izi, il quale è presente in una sola strofa, che lascia la sensazione comune e condivisa di poter e di dover dare molto di più nonostante la strada intrapresa sia, seppur indicativamente, quella giusta.

LATO C

I punti deboli all’interno del disco ci sono e riguardano per la maggior parte la presenza leggermente fuori luogo di brani di alcuni artisti che mi hanno poco convinto come Tedua, Samuel Heron e Vale Lambo. Di Tedua se ne è parlato davvero a più non posso con prospettive totalmente opposte tra chi lo glorifica e chi lo scredita. La musica come sappiamo va però interpretata e mai giudicata, quindi il verdetto finale tocca ad ognuno di noi come è giusto che sia. Quello che so però, è che in Tedua ho trovato spesso e (mal) volentieri diverse contraddizioni, molte delle quali non riguardano più soltanto il suo modo di fare rap, che ormai è come una carta d’identità del suddetto, quanto nell’ essenza dei suoi brani. Alcuni come “Pugile” o il singolo di recente uscita “La legge del più forte”, sono stati una piacevole sorpresa, mentre altri, come “Michael J. Fox”, presente nel disco, risulta quasi ostico all’ascolto, un po’ forzato nella sua concezione, ripetitivo nella metrica sino ai concetti. Non credo che sia da bocciare quanto semplicemente da rimandare, con la consapevolezza che molti dei brani di “Pezzi” sono esercizi di stile volti alla sperimentazione e quindi ampiamente giustificati.  

Discorso a parte quello da intraprendere per “Egitto” di Vale Lambo e “Si Frate” di Samuel Heron, inseriti nel disco giusto per una questione di rappresentanza e di hype che per altro – a mio parere – non soddisfano a pieno dato che il loro contributo al progetto non è di spessore come altri pezzi presenti nel disco, ma al contrario, è ordinario e sa molto di già sentito. Credo che siano in assoluto i punti deboli del disco, vuoi per la vacuità dei brani che per la ripetitività delle formule da loro interpretate.

Infine, tralasciando “Dope Games”, che abbiamo già imparato ad apprezzare nel tempo grazie al recente diss avvenuto tra Jamil e Noyz Narcos, vanno piacevolmente ricordate le due tracce conclusive che ospitano due collaborazioni internazionali molto interessanti.  Il collettivo 67 e la rapper Paigey Cackey, entrambi londinesi. Le due tracce seguono l’onda di due stili differenti – il drill per i 67 e la grime per Paigey – seppur non eccezionali in quanto originalità, suonano molto bene e non hanno da invidiare alcunché a parecchie tracce di stampo americano che sono uscite di recente. Entrambe infatti saranno una ciliegina sulla torta per chi apprezza questo tipo di connessioni artistiche, un po’ meno per chi pensava che altri due rapper nostrani sarebbero stati più coerenti al progetto.

BONUS

Di Johnny Marsiglia e Lazza ho preferito parlarne per ultimi per motivi ben precisi. Entrambi non appartengono sicuramente alla vecchia guardia così come non appartengono totalmente alla nuova, anche se molti potrebbero pensare il contrario, soprattutto per Lazza che erroneamente viene etichettato come tale.  Entrambi gli artisti citati sono due liricisti giovani ed in gamba, ognuno con il suo immaginario e con la propria credibilità, e fa molto onore a Night Skinny averli inserito in un progetto così rilevante.  Su di loro ripongo parecchie speranze, tutte quante fondate, e sono sicuro che le risposte arriveranno anche in breve tempo. Johnny Marsiglia ha già dietro di sé progetti importanti che gli hanno permesso di acquisire rispetto e notorietà, come testimonia la firma con Sto Records, e siamo sicuri che la sua maturità artistica troverà il suo picco più alto nell’immediato futuro. Discorso quasi omonimo per Lazza, che però è uscito di recente con il suo “ZZala” ed ha leggermente deluso le aspettative più per la complessità dei pezzi che per le sue doti, indiscutibili.  Li troviamo sul disco di Skinny con “U.B.B” ed “Houdini”, due brani dalle punchlines aggressive e dai flow interessanti che però ancora non dimostrano appieno il loro potenziale. Scelta comprensibile e condivisibile, per due artisti che hanno costruito il loro rispetto col tempo e con la gavetta e che sono sicuro dimostreranno molto, a noi ed a loro stessi.

OUTRO

Come potete ben vedere, questa è stata un’occasione sicuramente d’oro per testare il livello ed i progressi che i maggiori artisti della scena stanno compiendo. Certo, mancano nomi importanti che avevano fatto la fortuna di “Zero Kills” come MadMan, Ensi e Marracash, ma a livello di risonanza mediatica ed artistica “Pezzi” può tranquillamente competere. Ciò in cui forse difficilmente può aspirare la nuova fatica di Night Skinny è la profondità concettuale presente nel precedente album che ancora oggi resta a tutti gli effetti una pietra miliare del rap italiano. Tutto cambia e tutto si trasforma ed è necessario che addetti ai lavori e non se ne facciano una ragione. Gli stili si sono evoluti, così come i protagonisti stessi. Un aspetto per certi versi preoccupante sono i limiti che i più giovani hanno dimostrato di avere nonostante questo sia il loro periodo d’oro, vedi Izi e Tedua, ancora una volta non totalmente all’altezza e poco coraggiosi nel reinventarsi musicalmente.  D’altro canto però sono presenti all’interno di un disco composto da pezzi – per restare in tema – di una certa caratura che rendono quest’album la ciliegina sulla torta di questo 2018. Non per tutti e sicuramente non oggettivamente criticabile. Ma già di per sé questo è un traguardo importante. Un progetto considerevole di un producer di spessore.

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.