Abbiamo raggiunto telefonicamente Claver Gold per parlare del suo nuovo disco “Requiem” e del suo modo di vivere la musica.


Sin dal primo ascolto ci siamo resi conto che “Requiem” è uno dei migliori lavori usciti nel 2017. Ad aggiungere poi valore a questo disco vi è il background artistico e personale di Claver Gold, tra contratti con major rifiutati e una vita sicuramente movimentata. Ne abbiamo piacevolmente parlato con il diretto interessato.

Domanda di rito: come sta andando “Requiem”?

«Il disco sta andando molto bene, meglio di “Melograno”, come vendite e come feedback generale. Già abbiamo fissato parecchie date per il tour, a breve le pubblicheremo, abbiamo già quasi riempito gennaio, febbraio e marzo. Siamo contenti, sta andando bene.»

Tu sei uno dei pochi che ha deciso, in maniera forte, di rimanere indipendente. Ricordo che pur avendo vinto un contratto con la Universal arrivando primo al “Genova per Voi”, non lo accettasti. Quanto è davvero difficile rimanere indipendenti al giorno d’oggi? Credi si possa arrivare davvero in alto anche così, come Coez o Willie Peyote, o ad un certo punto serve un aiuto?

«Coez e Willie non fanno rap, o quantomeno il loro è un rap “indie”, quindi non siamo sulla stessa barca. È comunque sicuramente difficile fare i numeri di chi è sotto major, ma dipende anche dalla volontà che si ha e da quello a cui si vuole arrivare. Noi non vogliamo fare una musica “popolare”, vogliamo fare la musica che ci piace e scegliere di essere liberi musicalmente, cercando di arrivare a più gente possibile mantenendo però sempre uno stampo molto rap e underground.»

Ma da dopo “Mr. Nessuno” ad oggi, ti hanno contattato altre major?

«No, non c’è stato nessun contatto anche perché noi non abbiamo – credo – mandato il disco a nessuno. Volevamo farlo noi, stamparlo noi e produrlo noi. Però non c’è stato un contatto con altre etichette, dopo “Mr. Nessuno” ci fu solo la Machete con la quale ci sentimmo per vedere se si potesse collaborare a fare delle robe ma non andò a buon fine. Dopo di loro non c’è stato più niente».

Tu a differenza di altri tuoi “colleghi” tendi ad utilizzare beat di produttori generalmente emergenti. Come vieni in contatto con loro?

«Sul disco la maggior parte delle produzioni sono di Dj West che conosco da una vita, abbiamo sempre collaborato e siamo amici. Gli altri in genere mi mandano delle cartelle, delle robe così, io me le spulcio un pochino e se c’è qualcosa che mi piace ci mettiamo d’accordo e le utilizzo. Però non sono tanto io che li ricerco quanto loro che mi cercano perché apprezzano la musica che faccio e mi contattano.»

I featuring di questo disco sono dei pesi massimi. L’avere tutti questi nomi ha ritardato l’uscita del disco in qualche modo?

«Come tempistiche sono già “lungo” io, più o meno le mie tempistiche sono sempre quelle: due anni. Il tempo di scrittura è davvero dilatato delle volte e perdo molto tempo. I featuring invece devo dire che sono stati tutti molto rapidi e professionali e quindi, una volta messi d’accordo, alcuni sono venuti qui a San Benedetto dalla Glory Hole a registrare, altri invece me lo hanno spedito, sempre molto rapidamente. Anche Fibra è stato super professionale, gli ho mandato il pezzo, lui mi ha detto “sì ci penso io” e dopo un po’ mi ha rimandato tutto già finito e pronto.»

In questo discorso, non la senti la lontananza da Milano intesa come “capitale del rap”?

«Io sto bene qui, mi piace la piccola dimensione, sono stato a Bologna diversi anni che è sicuramente più grande di San Benedetto ma è comunque a misura di uomo, puoi fare tutto con i mezzi, non c’è bisogno come a Milano di un sacco di tempo per arrivare dall’altra parte della città. A me piace la città a misura d’uomo, mi piace uscire andare dal tabaccaio sotto casa e lui mi dà le sigarette senza dirgli quali voglio perché lo sa già, andare a fare colazione allo stesso bar e lui sa già esattamente quello che voglio e così via. Mi piace questo tipo di vita. Probabilmente per il rap qualcosa si perde ma neanche troppo, ormai con internet è facile sentirsi, comunicare e restare in contatto con gli altri.»

Nel disco una traccia che mi è sembrata un po’ diversa dalle altre è “Uno come me, con Stephkill. Mi sembra quasi che tu in questo brano voglia cavalcare la trap, pare un po’ lontana dal tuo stampo. È così? Se sì, come è nata?

«Mi è arrivata quella produzione che mi piaceva molto e quindi ho provato diverse metriche e quella che ho utilizzato era quella che mi piaceva di più e che secondo me calzava bene per quel beat. Il beat effettivamente può sembrare più trap degli altri ma il resto è sempre rap, non è trap. Quindi può essere un compromesso tra la roba “nuova” e quella più vecchia.»

Utilizzi un sacco di citazioni, sia relativamente ad alcuni pezzi del rap italiano, che relativamente al cinema o alla letteratura. Hai mai la sensazione che i tuoi testi possano essere troppo ermetici, specialmente verso gli ascoltatori più piccoli?
«Sì, ne sono sicuro e li scrivo, non dico di proposito, ma quasi. Sono contento che sono in pochi a cogliere le citazioni ma quei pochi che la colgono hanno sicuramente un’emozione più grande che cogliere una citazione su un argomento semplice. Cioè se io faccio una citazione su X Factor è semplice per tutti e tutti la colgono. Se io faccio una citazione su “La versione di Barney”, chi l’ha letto o chi ha visto il film magari dirà “cavolo, figata questa roba”. Faccio citazioni in base alle esperienze e alle robe che vedo, che leggo e che mi ispirano, non ho questa brama di rivolgermi a “tutti”. Preferisco pochi ascoltatori più attenti che altri disattenti.»

Non voglio chiederti né della trap né dell’eroina, ma cosa ne pensi di questo scenario attorno alla codeina, forse preoccupante, che alcuni rapper portano avanti con annessa emulazione da parte dei  ragazzini?

«Sicuramente l’inneggiare alla droga è sbagliato. Inoltre inneggiare alla droga o alla malavita lo fa chi probabilmente non viene dalla droga o dalla malavita, altrimenti avrebbe un occhio di riguardo nei confronti di certi argomenti. Secondo me se ne parla con troppa leggerezza della droga in generale. Tu rapper sei lì per dare un esempio ai dei ragazzini che probabilmente vogliono diventare come te e quindi secondo me così si sta dando solo un cattivo esempio.»

Sin dai tuoi primi brani è palese la tua passione per Fibra, specialmente per i suoi primi lavori. Inoltre provenite anche entrambi dalla stessa regione: ti saresti mai aspettato una sua chiamata per il remix di “Idee Stupide”? Credi che questa collaborazione ti abbia potuto aiutare a raggiungere un pubblico ancora maggiore?

«Quando mi hanno contattato per partecipare a “Tradimento” non ci credevo. La chiamata inoltre arrivò direttamente da loro senza alcun contatto discografico o accordi con la mia etichetta. Ricordo che passeggiavo con i miei cani, mi ha chiamato Paola (Paola Zukar, ndr) dicendomi “vuoi fare questa roba? Ti passo Fibra” e da lì ci siamo conosciuti e ci sentiamo anche spesso. Sono contento che anche lui abbia scelto una traccia che facesse davvero per me, ha capito subito qual è il mio genere di rap e il mio genere di pezzo. Probabilmente è il miglior pezzo che potesse scegliere dove inserirmi presente in “Tradimento”. Sicuramente mi ha dato visibilità e anche il featuring che lui mi ha fatto nel disco nuovo me ne sta dando ulteriore, però potevo trarne molto di più facendo un pezzo più “pop” con Fibra e fare una roba che potesse essere per le orecchie di tutti. Invece il mio desiderio era fare un pezzo “rap, rap”, che avesse quelle sonorità precise. Un brano che richiamasse un po’ quel rap che piace a me, che faceva lui un po’ di anni fa e che ora sto facendo io. Doveva essere una “contro notizia”, per riportare un po’ Fibra alle radici e fare il pezzo che volevo fare da una vita con lui. Sicuramente mi ha portato più followers però non era quello il mio intento.»

Commenti