Nonostante il rap in Italia stia cambiando velocemente, il nome di Lou X continua ad essere sulla bocca di tutti. Abbiamo cercato di capire il perché.

Qualche tempo fa in un’intervista, uno storico personaggio pescarese, Gianni Santomo, alla domanda: «Pescara assomiglia a D’Annunzio?», rispose: «Tale e quale. Il pescarese è bugiardo, spendaccione, pettegolo, levantino. Gli unici pescaresi autentici sono quelli del borgo dei pescatori». In una sola parola potremmo parlare di provincialismo. Ma cosa c’entra questo discorso con Lou X? Ora ve lo spiego.

Quando si nasce e cresce in una città come Pescara – la quale ha dato i natali a Lou X, dopo averli dati decine di anni prima a D’Annunzio ‒ è facile cadere nelle ragnatele di una sorta di chiusura mentale. Poco tempo fa anche Fabri Fibra, in un’intervista, fece un discorso simile riguardo il contesto nel quale nacque, un ambiente provinciale nel quale fu difficile emergere sia per le poche possibilità e sia per il perenne giudizio da parte dei propri concittadini quando si provava a fare qualcosa di diverso.

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Pescara, Viale Pindaro. Verso di Lou X tratto da “E La Saga continua”

Perché accade questo? Non è il posto giusto per parlarne, diversi sociologi lo hanno fatto per me in modo indubbiamente migliore. Quello che mi interessa è l’altro lato della medaglia, ovvero quello di chi cerca di elevarsi un minimo dalle sabbie mobili di questa forma di grettezza. Per farlo non bisogna essere figli di classi sociali agiate ma, a mio avviso, bisogna essere semplicemente più ricettivi verso determinati stimoli che arrivano dall’esterno, anche nella provincia più sfigata dell’universo.

Lou X, infatti, non era di certo figlio di notai, ed era sicuramente un “pescarese autentico”. Questo, oltre a emergere dalle sue canzoni è anche insito nel suo cognome, storicamente legato alla città.

In questo “focus” la cadenza pescarese, condita da espressioni dialettali e gergali (“La Raje”, “Frichino” e molte altre), non poteva essere di certo casuale: era un chiaro segnale di appartenenza ed orgoglio. A questo per altro si aggiungeva il nome della sua crew “Costa Nostra”, il quale per l’appunto richiamava la costa adriatica e la cittadina abruzzese.

costanostra1L’appartenenza era un concetto importante (palesato nel perenne richiamo al concetto di “fratelli”) ma in un’ottica di riscatto sociale.

      “La Costa è il mio schieramento
            per chi lo sente quando è in combattimento”
      (Il vero nemico)

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Bologna, Ponte Stalingrado

Qualcuno potrebbe dire che non fosse l’unico a parlare di determinate cose ‒ come la droga o l’odio verso la polizia ‒ ma di certo era uno dei primi se non il primo ad averlo fatto in Italia, a certi livelli e soprattutto in un determinato modo.

D’altronde anche oggi si parla moltissimo di questi temi nei brani rap ma lo si fa in un modo diverso, a volte anche scimmiottando eccessivamente i rapper americani e i loro modi di fare. Non dico che in Italia non possa esistere il gangsta rap, ma che in pochi hanno la credibilità per farlo.

Certo, anche Lou X storceva l’occhio agli Stati Uniti, ma lo faceva in modo completamente spontaneo, non a caso lui stesso disse di non conoscere l’inglese. Luigi semplicemente rappava in modo spontaneo quello che vedeva e che aveva in testa su produzioni musicali (prevalentemente di Dj Dsastro) che richiamavano sonorità simili ai Public Enemy o agli NWA.

Se Primo in “Sempre Grezzo” diceva “Il malessere è strumento per reagire e risalire adesso”, Lou X in “Il vero nemico” rappava: “Aspetto il peggio e nulla di più, ed ogni canto di battaglia è per tirare la mia gente un pò su”.

Lou X: la potenza delle parole

Nel 1992 a Los Angeles ci fu una rivolta, una sommossa a sfondo razziale durata diversi giorni, nata dal pestaggio di tale Rodney King da parte della polizia. L’impatto di quella ribellione fu talmente importante che indusse la corte a riaprire il processo contro gli agenti. I rapper ebbero un ruolo fondamentale in quella campagna volta a ribaltare una sentenza ingiusta.

blankA mio avviso, se nel periodo di attività musicale di Lou X fosse avvenuto un episodio simile in Italia, il rapper sarebbe stato il primo a cavalcare l’onda di una ribellione. Sono  ugualmente certo che sarebbe stato un moto di proteste senza colore politico ma che nasceva solamente dalla rabbia del perenne scontro tra i più deboli e i più forti, nel quale per fortuna non hanno sempre avuto la meglio i secondi.


“Gerico è lontana ma ad ogni passo la incontro, 
la comunità è una sola per le strade del nostro mondo.”
(La Raje)

Quello del membro di Costa Nostra era un rap politico fatto però senza mai nominare la politica, a differenza di altri (se non tutti), all’epoca: non a caso il suo primo disco si chiamava “Dal Basso”.

Bologna, Ponte Stalingrado

Ciò che differenziava la musica di Luigi Martelli da quella di altri era, poi, la “naturalezza” con la quale venivano affrontate certe tematiche. Sia chiaro, i suoi brani non sono facili da digerire (non a caso furono censurati in televisione durante il concerto del primo maggio 1996), ma non si potevano di certo definire artificiosi. Era palpabile che i fatti raccontati fossero tutti veri.

Se fossero stati frutto di qualche sorta di artificio si sarebbe notato e non sarebbero potuti nascere capolavori lirici come “5 Minuti di Paura”, da molti ‒ tra cui Marracash ‒ considerato il primo e forse il più bello storytelling del rap italiano, il quale racconta di come l’eroina può distruggere la vita di chiunque.

Ma se Lou X non rilascia un’intervista da anni, le sue comparsate in giro si contano sulle dita di una mano e le sue collaborazioni anche, perché dopo più di vent’anni dal suo primo disco se ne continua a parlare? Perché MezzoSangue ha deciso di campionarlo nel suo ultimo disco? Perché l’Italia è piena di graffiti e dediche alla sua musica?

La risposta è nei dischi del rapper ed è la stessa motivazione che spinse una major a volere un artista di tale incisività sotto contratto, in anni in cui rap e major non andavano poi tanto d’accordo.

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Lou X e Lord Bean

Al di là delle elucubrazioni volte a spiegare la assenza dell’artista dalle scene ‒ tra chi parla di droga, chi di “rimorsi” e pentimenti su ciò che ha fatto musicalmente e chi del fatto che faccia tutto ciò per mantenere intatto il “mito” e non sporcare la propria immagine ‒ quello che rimane è la preziosità del lascito di Luigi Martelli alla musica e alla cultura italiana, per quanto esso sia ancora da molti sottovalutato.

Il nostro augurio è che, un po’ come sta accadendo con i PNL in Francia, venga riscoperto il potere sociale di alcuni sottogeneri del rap o che almeno vengano dati i giusti riconoscimenti ad artisti come Lou X che hanno cercato di dare voce, per dirla come lui, a gente stufa con la pace ormai distrutta”.

Artwork by Manuèl Di Pasquale.

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