Il nuovo album di Eminem, “Revival”, non ha incontrato pareri unanimi da parte di pubblico e critica: cerchiamo di capire dov’è arrivata e, soprattutto, dove sta andando la carriera di Marshall Mathers.

Il grande Indro Montanelli diceva: “Il problema di chi detiene il potere per troppo tempo è che finisce per perdere il contatto con la realtà”. Si tratta di una frase forte, univoca e che potrebbe essere applicata facilmente a personaggi di spicco in ambiti diametralmente opposti tra loro, e pure il campo della musica non ne è risparmiato.

Eminem, nell’ultimo ventennio, è stato sinonimo di rap per milioni di persone nel mondo, gente di ogni età ed estrazione sociale che, senza di lui, non si sarebbe mai nemmeno avvicinata alla comprensione della cultura hip-hop, facendo tale sforzo soltanto per amore incondizionato verso il proprio beniamino.

Quelli, però, sono i cosiddetti “stans”, mentre una recensione adeguata dovrebbe entrare imparzialmente nel merito di un disco che, ancor prima di uscire, ha destato opinioni tutt’altro che univoche.

Revival” è la nona fatica di Marshall Mathers, pubblicato ad ormai quattro anni di distanza dal non eccelso “The Marshall Mathers LP 2”, già quest’ultimo un tentativo di revival che ha reso felici i nuovi fans ma che non ha altrettanto entusiasmato quelli della prima ora, specialmente in virtù di un titolo piuttosto ingombrante, focolare di aspettative non certo ordinarie e – forse – nemmeno necessarie.

Questo nuovo album, però, porta con sé una libertà creativa tanto manifesta da farlo sembrare un lavoro sperimentale, attraverso il quale Em sceglie di visitare anche territori inesplorati, consapevole di essere arrivato ad un punto della sua carriera in cui osare può significare dividere, ma anche approcciarsi ad un modo nuovo di fare musica, corroborato da un’età – sia artistica che anagrafica – che permette al nostro di dirigere il suo personalissimo spettacolo con avveduto senso della prospettiva.

Il disco, onestamente, non parte nel migliore dei modi: “Walk on Water”, il singolo eseguito insieme a Beyoncé, non possiede il giusto ritmo né le caratteristiche per consacrarsi quale ideale hit acchiappa-consensi, e la stessa partecipazione della ex Destiny’s Child pare mortificarsi in un ruolo troppo circoscritto, al punto da far sembrare il brano un puzzle composto a tavolino piuttosto che l’ispirato incontro tra due giganti.

Believe” e “Chloraseptic”, invece, trascinano “Revival” verso il suo punto più basso, ed è comprensibilmente qui che molti dei detrattori di “Revival” potrebbero aver interrotto l’ascolto, poiché si tratta a tutti gli effetti di un’incursione di Eminem nell’universo trap, di cui non c’era davvero alcun bisogno; in particolare, è frustrante dover ascoltare uno dei più dotati parolieri del rap di ogni tempo sputar fuori rime alla stregua di un qualsiasi giovane interprete dell’empia scena attuale, andandosi a confrontare con una natura che non gli appartiene e dalla quale – a dirla tutta – speravamo avrebbe sempre tenuto le debite distanze.

Eminem
Eminem (all’anagrafe Marshall Bruce Mathers III) ha compiuto 45 anni lo scorso 17 ottobre.

Con “Untouchable” assistiamo, però, ad una di quelle rivoluzioni comunicative che dividono il genio dal resto dei comuni mortali. Tre versi pieni di pathos: i primi due recitati nei panni di un poliziotto bianco, razzista e dal grilletto facile, mentre nell’ultimo Eminem sceglie la strada dell’immedesimazione, immaginando di guardare la disastrata situazione etnica statunitense con gli occhi di un giovane nero. È la prima volta in cui Eminem affronta con tanta schiettezza e annessa perspicacia il tema del razzismo in America: se il political rap non è per lui materia inedita, è anche vero che fino ad oggi l’irriverente voce del vate di Detroit aveva sempre prediletto una critica verso altri (e, in egual modo, sacrosanti) crucci del suo Paese, come l’esecrabile capitolo della presunta “guerra al terrorismo” inaugurato da George W. Bush nel 2001 e l’assenza di controllo sulla diffusione delle armi da fuoco in territorio nazionale, angosciose questioni – tra l’altro – mai archiviate; con “Untouchable”, quindi, Eminem si lancia a piè pari in un argomento che, a ben pensarci, prima o poi avrebbe dovuto affrontare, appurata la sua posizione di rapper dai tratti caucasici, ospite privilegiato di un movimento che per tanti anni, prima del suo avvento, aveva scelto la segregazione come arma più efficace per tutelarsi dagli imperanti attacchi di un ordinamento castrante, sia nella sua declinazione giuridica che sociale.

River”, che vede la piacevole partecipazione di Ed Sheeran, ripropone l’Eminem (relativamente) più recente, l’affranto narratore già visto in canzoni come “I Love the Way You Lie” e “Space Bound”, teatrale fin nelle più impercettibili inflessioni vocali, che nel testo non tratta argomenti personali ma si cimenta nella costruzione di una storia circolare con l’abilità di uno sceneggiatore drammatico: tutte le volte che Eminem non ha messo la sua vita al centro della scena, ha sempre prediletto gli aspetti più tormentosi di una consueta esistenza terrena, e questo pezzo non fa eccezione, centrando l’obiettivo di scaldare il cuore degli ascoltatori più sensibili.

Su “Remind Me”, la mano di Rick Rubin dietro la consolle si percepisce fin dal primo ascolto, grazie ad un incalzante ed accattivante campionamento rock (la celeberrima “I Love Rock ‘n’ Roll” di Joan Jett and the Blackhearts) che richiama ai più navigati e nostalgici del genere il muscoloso suono imposto dai Run-D.M.C. sul leggendario “Raising Hell”, uscito più di trent’anni fa e caposaldo della golden age newyorkese, per il quale questa canzone può passare anche come velato tributo. Per l’occasione, Eminem rispolvera un argomento a lui caro: la relazione con l’ex moglie, Kimberly Scott, ormai terminata in via ufficiosa da oltre dieci anni ma ancora – a quanto pare – serbatoio di grande ispirazione, a riprova di un sentimento di enormi proporzioni che l’anima di Marshall non ha mai licenziato, nonostante tutto.

Remind Me” è legata per tematiche ad un’altra traccia del disco che troviamo poco più avanti, “Bad Husband”, dal titolo eloquente e che espone nuovamente Kim alle luci della ribalta, anche se è bene porre l’accento sulla differenza sostanziale che separa le due composizioni: mentre la prima si rivolge al passato e racconta del primo incontro tra i due amanti senza disdegnare punte d’irriverenza mista ad ironia, la seconda si propone di tirare definitivamente le somme sul rapporto, ormai logoro e privo di pagine inedite da scrivere, nella quale Eminem ammette con coraggiosa onestà il suo amore per quella che – figlia a parte – è stata a tutti gli effetti l’unica donna della sua vita, e quanto il divorzio sia stato per lui un evento traumatico, contornato da un’aura luttuosa che, con tutta probabilità, continuerà a fargli compagnia per il resto dei suoi giorni.

Kim Eminem
L’ex moglie di Eminem, Kimberly Scott, è la protagonista delle tracce “Remind Me” e “Bad Husband”.

Il tema politico ritorna con forza maestosa in “Like Home”, ma stavolta affrontato da un punto di vista simil-romantico: si tratta, infatti, di un’anomala dichiarazione d’amore di Eminem nei confronti degli Stati Uniti d’America, nonostante le sue mille contraddizioni e la recente salita al potere di un uomo, Donald Trump, che – afferma Em – non riuscirà nella sua vile impresa di ridefinire la genetica di un intero popolo. Mentre un’Alicia Keys in grande spolvero intermezza i versi con una cristallina interpretazione del patriottico ritornello, Eminem esprime l’apprezzamento per il suo Paese natale secondo le sue personalissime regole: ascoltare uno come lui incensare gli USA allo stesso modo in cui Jay-Z riempì New York di elogi nell’indimenticata “Empire State of Mind” sarebbe stato, in effetti, banale e turpemente smielato, motivo per cui Em preferisce cantarne furbescamente le lodi solo di riflesso, dissacrandone l’attuale Presidente, un nemico più che un servitore dello Stato, simbolo di una decadenza dalla quale l’America farà bene ad allontanarsi al più presto.

Tragic Endings” segna l’ennesima collaborazione tra Eminem e Skylar Grey, e la canzone che i due firmano a questo giro riporta la memoria ad altre celebri opere del rapper, opere che descrivono con dovizia di particolari i percorsi morali di un amore malato, in cui la donna si trasforma in carnefice e l’uomo è costretto a subirne le sevizie psicologiche, debole ed impotente poiché incatenato al dolore da un’asfissiante ed ingestibile attrazione carnale. La psicoanalisi, per questi casi, ha coniato l’espressione “sindrome di Stoccolma”, un paradosso della mente umana assai comune e di cui Eminem, nel corso della sua carriera, ha spesso dimostrato di essere vittima: già in “Love You More”, scritta quasi quindici anni fa, il rapper aveva parlato apertamente di un sentimento di amore-odio nei confronti della sua Kim, così come in “25 to Life” (anche se, in quella particolare occasione, la “malvagia matrona” era metaforicamente l’hip-hop) la mortificazione per una passione distruttiva ed inestinguibile era stata posta sotto il calore dei riflettori.

La traccia successiva, “Framed”, vede Eminem tornare alle sue radici con un rap horrorcore che ricorda i suoi primi passi nell’industria che conta, quando “’97 Bonnie & Clyde” e “Role Model” spaventarono il mondo per la loro cinica elaborazione della follia criminosa, e solo in pochi si resero conto che si trattava di una tradizione oratoria che, nel Midwest, è da sempre presente. “Framed”, tuttavia, si avvicina di più al periodo di “Relapse” (2009) e, in particolare, al singolo “3 a.m.”, sia per i contenuti che per il peculiare utilizzo che fa Eminem della sua voce, con quell’accento pitchato che all’epoca non incontrò un apprezzamento unanime.

Purtroppo, i quattro brani successivi (“Nowhere Fast”, con Kehlani, “Heat”, “Offended” e “Need Me”, quest’ultimo insieme a Pink) mancano di personalità e danno una fastidiosa sensazione di ristagnamento: Eminem, infatti, torna a battere il chiodo su argomenti già triti e ritriti (le relazioni amorose difficili, l’odio per Trump) perdendosi in produzioni ambiziose ma povere di sostanza, aggiungendo punte evitabilissime di spersonalizzazione morale (già viste all’epoca di “Recovery”) e confermando il fatto che l’incredibile talento del nostro si avvilisce ogni qualvolta i più primitivi istinti sessuali prendono il sopravvento al microfono.

Eminem
Eminem attacca frontalmente l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, nelle canzoni “Like Home” e “Offended”.

L’album, comunque, riprende poco alla volta quota con “In Your Head”, figlia di un azzeccatissimo campione di “Zombie” dei Cranberries, che offre al contempo un potente beat (di quelli che non si sentono più spesso in giro) ed un’esegesi travolgente, chiaramente sentita, con la quale Eminem prende congedo (di nuovo?) dal suo irriverente alter-ego, Slim Shady, e si rammarica di non aver saputo separare con sufficiente raziocinio il suo ruolo di padre da quello di artista, lasciando che la sua vita pubblica finisse per influenzare la crescita della sua primogenita, Hailie Jade. Anche qui, a ben vedere, Eminem non sembra proporre qualcosa di fresco, ma gli diamo credito per l’aver cercato di ricreare una produzione che strizzasse l’occhio ad uno dei suoi più grandi successi discografici, “Stan, dalla quale “In Your Head”, malgrado i limiti imposti da un testo ancora non del tutto convincente, trae un’ispirazione strutturale che in molti potranno riconoscere.

Le canzoni che chiudono “Revival”, “Castle” e “Arose” vanno di nuovo a toccare due delle corde più fragili della vita privata di Eminem: il suo rapporto con Hailie e l’overdose di farmaci che, nel 2007, quasi lo uccise. “Castle” si scandisce attraverso l’ideale stesura di tre diverse lettere dedicate a sua figlia, in periodi diversi (1° dicembre 1995, 1996 e la viglia di Natale del 2007) e nelle quali Marshall, da buon padre, cerca di razionalizzare il peso delle proprie responsabilità nei momenti cruciali della vita della sua creatura, tanto coinvolto emotivamente da rivolgere a lei i suoi ultimi pensieri nel momento più difficile, quello della morte, che dieci anni fa sembrava realmente sul punto di prenderlo per mano e portarlo via da questo mondo. È sul finale di questo pezzo che il genio torna in cattedra e rende i suoi ascoltatori testimoni di uno spettacolo intriso di suggestione e cruda verità, in grado di giocare con la drammaturgia e punzecchiarne i punti più nevralgici per forzare una risposta viscerale nel pubblico, piuttosto offendendolo ma mai lasciandolo indifferente: mentre “Castle” termina, infatti, con la morte definitiva del protagonista, facendoci immaginare per un secondo cosa sarebbe accaduto in quello spaventoso Natale se l’ambulanza non fosse arrivata in tempo, “Arose” ci annuncia il lieto fine, la salvezza, la rinascita. L’ultima canzone di “Revival” è anche la più introspettiva, e ancora una volta è la voce di Eminem – quasi strozzata dalle lacrime – a fare la metà del lavoro, con l’altra metà completata da rime sincere, coerenti, strazianti ma dettate da una redenzione che finalmente è arrivata, facendo di Eminem l’uomo che è diventato.

Il suo cuore ha ricominciato a battere, lentamente, e le chance di seguire Proof in Paradiso si sono fatte via via più opache; d’improvviso, quando ormai “Arose” sembra concludersi con una semplice ammissione di colpa, le scuse e la promessa di ricominciare daccapo, il nastro torna materialmente sulle ultime note di “Castle”, dove avevamo lasciato Marshall agonizzante al suolo dopo aver ingerito chissà quante pillole. Stavolta, però, il finale sarà diverso, ed è con un semplice gesto che l’ex ribelle biondo di Detroit simbolizza il suo ritorno alla vita: le pillole non vengono più ingerite ma buttate nella tazza del gabinetto, e lo sciacquone le fa sparire per sempre. Il passato è alle spalle. La battaglia è vinta.

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