Per il secondo appuntamento di questa nostra nuova rubrica abbiamo interrogato Willie Peyote riguardo le sue fonti d’ispirazione letterarie

È innegabile la crescente propensione dei più piccoli a voler diventare rapper. Una volta volevano essere tutti calciatori, oggi tutti rapper. Non ho nulla in contrario a riguardo, è il semplice risultato della popolarità sempre maggiore del rap e tutto sommato è positivo che i ragazzi di oggi abbiano dei sogni.

Quello che mi lascia un po’ interdetto è il fatto che, spesso, si rincorra più lo scenario dei soldi, della droga, dei vestiti e non solo, piuttosto che l’ambito strettamente culturale della figura artistica. Il diventare rapper viene visto come un mezzo per arrivare ad avere popolarità e non come un fine, valido anche per una crescita personale.

Quello che molti non capiscono è che anche il rapper più gangsta del mondo – generalmente –  ha un bagaglio culturale notevole, senza il quale non avrebbe potuto diventare artista e consolidare la sua posizione. Figure come Gue Pequeno, Fabri Fibra, Gemitaiz e tanti altri, hanno più volte ribadito in interviste di come siano appassionati di lettura e di come questa abbia influito nella loro produzione musicale.

Nonostante questo, le nuove generazioni evitano di imitare i rapper anche sotto questo  punto di vista, non a caso siamo uno dei paesi con meno lettori al mondo. Noi non possiamo di certo invertire la rotta, ma abbiamo deciso di avviare una nuova rubrica, nella quale presenteremo i libri preferiti dei rapper italiani. Nella prima “puntata” abbiamo affrontato il tema con Mistaman, questa volta è il turno di Willie Peyote, che abbiamo incontrato qualche settimana fa a Bologna.

Al rapper torinese abbiamo chiesto quali sono le sue più grandi fonti d’ispirazione nella letteratura e lui ci ha risposto così:

«Il libro che mi ha cambiato la vita, che mi ha fatto riscoprire il piacere della lettura fu “La Coscienza di Zeno” che mi fecero leggere alle superiori. Non amavo leggere, perché mi obbligavano a farlo, ma quel libro mi fece capire che c’erano cose che mi potevano interessare nella lettura. Il primo libro che mi ha aperto un mondo e che mi ha anche abbastanza insegnato a scrivere, scoprendo tutta la bibliografia di questo autore, è “Panino al prosciutto” di Bukowski, che ho letto quando avevo 15 anni. Mi ha fatto capire che c’è un modo di descrivere la realtà e di descriversi “deboli” e “fallaci” ammettendo le proprie debolezze, facendo poi capire che questo è un punto di forza. Di Bukowski mi piaceva la capacità di non mettersi mai sopra le parti e descrivere le sue “miserie” in una maniera lucida in modo tale che gli altri ci si potessero rivedere dentro. Ora purtroppo è sdoganato, rimangono le frasi sul sesso e l’alcool ma chi lo ha letto sa che Bukowski è molto altro».

Prima di domandarglielo, non avevo assolutamente idea di quali fossero gli autori preferiti da Willie, ma un po’ speravo mi parlasse di Bukowski. Lo speravo perché anche io sono un amante dello scrittore statunitense ma non ne parlo spesso proprio per il motivo succitato, ovvero l’immaginario che si è venuto a creare attorno alla sua figura, completamente distante da quello che Charles era, nei libri e nella vita di tutti i giorni.

“Panino al prosciutto” è emblematico in questo discorso. Nel libro infatti viene fuori tutta la sensibilità dell’autore, sviluppatasi a causa di una vita difficile, caratterizzata tra le altre cose da violenze domestiche quando Bukowski era piccolo.

Questo modo di vedere la vita è palpabile in maniera incredibile negli scritti del suddetto, quasi come fosse un film. I suoi libri infatti sono redatti in un modo scorrevole e diretto ma estremamente profondo. Riflettendoci un po’ e riascoltando con un orecchio diverso la musica di Willie Peyote, è evidente quanto il rapper abbia in un certo senso “studiato” i metodi narrativi dello scrittore.

Quello che pochi sanno è che, parlando sempre di ispirazioni, il mentore di Bukowski era John Fante, scrittore e sceneggiatore italo americano, non troppo conosciuto quando era in vita e leggermente più noto al giorno d’oggi. A tal proposito ho chiesto a Willie se lo conoscesse e lui mi ha risposto:

«Sì, in realtà ho iniziato prima con i suoi libri, perché mio padre avevatutti i libri di Fante e tutti quelli di Bukowski. Però non mi arrivava in modo così diretto come Bukowski. Era molto bravo, nonché il mentore di Bukowski, però aveva una scrittura un po’ più lontana da me. Mentre scrittori come Bukowski, Pennac, David Foster Wallace mi hanno subito detto qualcosa che parla con me. Palahniuk, Welsh, li ho letti, ma non mi sento loro fan, li percepisco lontani. Mentre negli altri percepisco molta sensibilità, che è stata spesso un problema per loro, infatti uno è morto suicida e gli altri quasi».

Anche questa risposta mi ha strappato un sorriso. Willie Peyote ha saputo riassumere in poche parole la bellezza della lettura, specialmente quella di alcuni autori.

Come diceva Francis Scott Fitzgerald: «Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni».

Noi anche crediamo sia esattamente così.

 

Artwork by Marco Ferramosca.

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