Viaggio nell’introspezione di Ernia in “Come uccidere un usignolo/ 67”

“.. Fossimo in giro di notte, noi insieme, e mi tenessi sul tuo palmo, io solo, stringeresti la tua mano crudele fino a negarmi quasi il volo? Dimmi, uccideresti un usignolo?..”

Il canto dell’usignolo iniziato con “CUUU” giunge al termine con “67”, la parte mancante del complesso puzzle costruito da Ernia lo scorso maggio. Il disco nuovo contiene infatti otto tracce, tanto quanto quelle che componevano il precedente progetto, e vi si collocano in armonica continuità nello stile e nella forma. La produzione delle tracce è affidata a Marz, Zef, Lazza, Parix, Shablo e dal giovanissimo Luke Giordano.

L’azzardo ostentato da Ernia qualche mese fa era quella di proporsi come un’alternativa alla trap, discostandosi nei contenuti e nello stile dai suoi ben più noti colleghi. Presentare all’esordio un disco così maturo e introspettivo poteva risultare agli occhi dei più un azzardo per le direzioni che le tendenze stanno prendendo oggi e per il rischio di veder non compreso il proprio progetto. A tal proposito, una particolarità che abbiamo avuto la possibilità di riscontrare nella sua musica è quella di un personaggio che non si discosta mai troppo dalla sua persona. Ciò che ritroviamo nelle tracce sono infatti scie, riflessioni e concetti propri di un ragazzo che sente ed elabora dentro di sé il cambiamento che sta vivendo sulla sua pelle. Non a caso le sfumature con cui lo osserva e lo racconta sono molteplici così come gli stili che adotta per farlo.

“Come uccidere un usignolo” terminava con una traccia più che mai autobiografica nella quale l’uccellino, mancante della protezione del nido primordiale e dell’amore di chi gli sta intorno, muore, incapace di reagire alle cattiverie e alla violenza di un mondo senza compassione né riguardo per la benevolenza. Metafora dal forte impatto emotivo con la quale descriveva il suo altalenante percorso nel mondo della musica che lo hanno spinto più volte a riconsiderare le sue posizioni, i suoi obiettivi e i traguardi già raggiunti.

” Sai.. ora tutti mi dicono ti sei rialzato? sei ritornato? La cosa che invece mi ha colpito più di tutte in quel periodo è stata la ferocia con la quale ci davano contro.. Te la ricordi no?”

“67”, non a caso, ne narra proprio la rinascita. Il primo brano “EGO è bandiera delle sue nuove intenzioni. Il tappeto prodotto in collaborazione da Marz e Zef permette infatti ad Ernia di sperimentare uno stile fresco e innovativo nel quale riversa l’estro tumultuoso del proprio Io, simbolo della sua rinascita. “Pas Tà Fet” continua a sorprendere in particolar modo per il forte gusto estetico. Un esercizio di stile dove Ernia mostra tutte le sue skill, non disdegnando mai un’attenzione particolare nei concetti che a volte bisogna trovare tra le righe. Un particolare merito va invece attribuito a due brani che, sin dai titoli, creano dentro di sé un dualismo necessario e intelligente: “Lei No (il tradito)” e “Tradimento (il traditore)” in collaborazione con Mecna. La figura femminile è stata spesso presente all’interno della sua musica, presenza costante che ha anche reso molti dei suoi brani luminosi dipinti. Qui torna a scavare nelle memorie del passato raccontandoci da due prospettive opposte, eterne come quelle tra il bene ed il male, quella del tradito e quella del traditore. Nel primo punto di vista l’approccio al testo è impetuoso e aggressivo, compagno di uno storytelling lucido e pieno di rancore. È fondamentale il concetto attorno cui ruota il flusso emotivo quale l’impossibilità di averLa al contrario di altre che, però, sono  invece moltitudine: “.. Tutte ma Lei no”. È interessante, però, come la prospettiva venga capovolta nei panni del traditore. Il brano si presenta molto più soft e quasi cantato, atmosfera onirica nel quale Ernia ci racconta come l’atto stesso di tradire, il solo scegliere di farlo, significa mettere alla prova sé stessi e, forse, mentirsi: “.. Forse perchè aspetto il mio momento, forse sono in forse già da tempo”.

Successivamente a questa intensa fase del disco troviamo una traccia esplosiva che ci proietta in tutt’altra atmosfera, Disgusting con Guè Pequeno, una collaborazione che stuzzicherà sicuramente molti ascoltatori. La produzione esclusiva di Lazza è ad hoc per i due liricisti che ben si sposano con le melodie del giovane rapper/produttore. Ernia deve esser molto soddisfatto per aver avuto la possibilità di collaborare col suo “maestro” di scritture. Infine, passiamo poi al prologo di questo viaggio. “SPLEEN è un monologo che introduce i due brani concettualmente più profondi del disco con un occhio di riguardo al pensiero filosofico. Lo spleen è infatti riferito all’inadeguatezza che il poeta prova nel trovare un posto nel mondo, così come la Noia è un sentimento più alto rispetto a quello genericamente usato che può anche essere accostato alla malinconia di un’anima tormentata. Questo brano è infatti una istantanea che Ernia cattura con saggezza trasponendola in versi. E’ infatti proprio delle persone più introspettive questo sentimento che si annida dentro ed influenza atteggiamenti e mentalità del quotidiano. “La Ballata di Mario Rossi” è, invece, una critica all’attualità, mediocre e conformista, che ci ingabbia dentro vite che non ci piacciono e lavori che non vogliamo avere. Mario Rossi è l’Italiano medio che accetta tutto questo senza combatterlo.

“Sarà la vita che faccio, saranno gli anni.. sarà il cazzo che ti pare ma non riesco ad entusiasmarmi, sarà che ho alzato le mie aspettative intanto lo sguardo freddo e piatto.. il Gobbi e nulla accanto..”

Ernia non è un artista banale e forse non lo è mai stato. Il suo modo di intendere e fare musica è evidentemente strettamente legato alla tipologia di persona che non disdegna di certo le fiamme di una giovinezza ancora longeva e piena di novità ma, allo stesso tempo, sposa in modo quasi silenzioso e netto le vie dell’introspezione umana, della coscienza di sé e della consapevolezza di poter utilizzare lo strumento musica per raccontarsi e raccontare gli altri preferendo qualcosa che vada oltre al milione di visualizzazioni.

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.