Una chiacchierata con Mistaman sul suo rap passato, presente e futuro

La musica rap per me ha sempre significato molto.

È tutto iniziato nel 2002, quando un pomeriggio vidi per la prima in televisione un cantante americano scendere dal soffitto a testa in giù dicendo “Go, go, go, go go, go, go, shawty It’s your birthday” e non potete capire l’esaltazione di un ragazzo di 12 anni della provincia bresciana abituato fino a quel momento a balzare da un brano dei The Offspring a un disco masterizzato degli Iron Maiden. Finalmente avevo trovato qualcosa di diverso, qualcosa di unico e, subito, mi imposi l’obiettivo di trovare tanta musica come quella. Questa mia ricerca continua cambiò in qualche modo la mia vita: mi aprì mondi diversi da quelli “patinati” del pop italiano o di altri generi musicali ascoltati dai miei coetanei ai tempi e, soprattutto, mi permise di compiere un (piccolo) passo (molto) importante, ossia entrare in HIPHOPREC.com nell’ormai lontano 2010.

La mia avventura nell’informazione web iniziò in un freddo sabato sera di novembre a Bergamo, in occasione di un live targato Unlimited Struggle con Dj Shocca, Frank Siciliano e Mistaman. Proprio con quest’ultimo, a quell’evento, ho realizzato la mia prima intervista e non potete neanche immaginare l’emozione che avevo addosso: poter scambiare quattro parole con uno degli artisti con cui ho iniziato ad ascoltare il rap italiano era per me un sogno. 

Parlo col rap, se lo giri fa parlo col rap”: questa frase contenuta in “100 barre” l’avrò ripetuta infinite volte, ero andato fuori di testa la prima volta che l’ho sentita e, per questo motivo, una domanda al riguardo per me era d’obbligo. Gli chiesi in maniera educata e pacata «Come cavolo ti è venuta in mente?» e lui rispose dicendomi che quella, come tante altre, sono rime spontanee annotate qua e la durante la giornata.

Proprio da questa risposta è partita un’altra chiacchierata con Alessandro Gomiero, avvenuta in occasione del decimo compleanno dell’Arena 051, festeggiato alla grande a fine settembre al Sottotetto SoundClub di Bologna.

«Forse non avevo voglia di rispondere» mi dice ridendo riferendosi a quella domanda fatta diversi anni fa, per poi continuare:

«Devo dire che l’ossessione per il gioco di parole, per il trick, in qualche modo ce l’ho ancora però ho realizzato – forse con la maturità – che ciò che mi aveva fatto innamorare della scrittura e del rap non era necessariamente quello, c’è una componente di spontaneità, di flow, di musicalità che è imprescindibile. La “mega tecnica” ci sta, è parte di me, ma forse nel tempo la sto abbandonando perché il pericolo è di dimenticarsi di quello che dovrebbe fare la musica, ovvero emozionare chi ascolta. Soprattutto adesso che il rap è nelle orecchie di tutti, è difficile “emozionare con un trick” perché richiede che l’ascoltatore sia “acculturato” a 360 gradi, deve essere arrivato a un livello di ascolto notevole per volere ascoltare e capire un trick. Ora invece vorrei cercare di arrivare in modo immediato e per farlo devo metterci delle emozioni vere, non si può barare, mentre a volte il trick può essere una maschera per non dire qualcosa»

Parole sante. Ormai i cosiddetti trick vengono quasi snobbati – fortunatamente non da tutti – a favore di sporche, pause ed effetti speciali e per chi ama il rap vero e proprio è una grossa perdita. Ma il rap non è solo trick, è anche un dialogo diretto tra rapper e ascoltatore e Mistaman questo lo sa bene. Perciò, dopo la sua confessione di volere «arrivare in modo immediato» con emozioni vere, una domanda è sorta spontanea:

«Ci dobbiamo aspettare un Mistaman più conscious?»

«Nell’ultimo album un po’ c’è stato, ma non vuol dire che sarò necessariamente “conscious” ma anche solo più spontaneo» risponde. «La verità è che paradossalmente negli anni son diventato sempre più ermetico, anche a livello personale, mi rendo conto che più cresco più mi rendo inaccessibile e divento più sociopatico e forse ciò si proietta nella musica. Adesso sto cercando di recuperare l’intenzione che avevo in origine quando mi sono trasferito a Milano, che era quella di collaborare con tante persone. In realtà poi quando mi sono trasferito mi sono chiuso in me stesso più di quando vivevo in provincia. Ora invece mi sto aprendo alla città e sto cercando di collaborare con altri artisti, che è la via giusta per trovare nuovi stimoli, ti aiuta a cacciare nuove cose e evita il rischio di ripeterti musicalmente. Probabilmente farò esclusivamente collaborazioni, soprattutto fuori dalla Unlimited Struggle»

È vero, è da tanto che non vediamo Mistaman collaborare con qualcuno e il lasso di tempo aumenta se escludiamo gli amici della sua crew, l’Unlimited Struggle. Nel suo ultimo album, “Realtà Aumentata”, i featuring al mic sono pari a zero, mentre in “M-Theory” troviamo Johnny Marsiglia, Frank Siciliano, Stokka & Madbuddy, Mecna e Kiave, tutti quanti (ai tempi) apprettanti all’US o alla “crew” affiliata, Blue Nox. Poche volte, inoltre, abbiamo visto il suo nome nei dischi di qualcun altro: le ultime sue collaborazioni di questo tipo che mi vengono in mente sono infatti quelle nel disco di Jangy Leeon per il brano “È meglio di no” e in “Machete Mixtape Vol.2” per il brano “Pendejos”, oltre che alla strofa nell’ultimo inedito di Frank Siciliano.

Una presa di posizione molto particolare la sua, ma che ben presto cambierà a favore di una presenza più attiva nel rap game e, sinceramente, tutto ciò mi fa molto piacere: Mista è uno di quei rapper che con una sedici ti stravolge in positivo il brano (se non l’intero progetto) e, perciò, credo che tutti i suoi potenziali collaboratori possano esserne felici.

Mistaman, il rapper Irreversibile

Prima di salutare Mista per lasciarlo ai giusti preparativi pre-live, ho voluto – nuovamente – fare una domanda più da fan che da intervistatore:

«Quanto tempo ci hai messo a scrivere “Irreversibile”?» e subito eccola che mi arriva una piccola (e dovuta) tirata d’orecchie:

«Secondo me non è la domanda giusta: quando tu ascolti una canzone che dura ad esempio 3 minuti non cambia il valore di quello che ti arriva in base al tempo che l’artista ci ha messo per scriverla. Mettiamo caso che un artista ci ha messo 10 anni, non cambia, un brano dovrebbe essere giudicato e ascoltato senza pensare a quanto tempo ci si è messo a scriverlo.  Se ti dovessi rispondere ti direi che ci ho messo tutta la vita ad imparare a scrivere, ad apprendere la tecnica, poi concretamente ci avrò messo 2 mesi a raccogliere le idee e una settimana a scriverla. Secondo me questa cosa del “quanto ci vuole a fare una canzone” è un inganno e lo è sempre di più oggi che l’estemporaneità della musica è diventata normale. Poi certamente è un complimento quello che tu mi fai perché mi fai capire che rispetti quello che faccio, però rimane un concetto sbagliato. Probabilmente poi il mio punto debole è proprio questo “ermetismo”, dovrei essere più estemporaneo e immediato, perché altrimenti finisco in dei “buchi” a elaborare la “risposta dell’universo” e finisco in un tunnel senza uscita.

Sì, la mia domanda da fan è stata impostata indubbiamente male, ma è servita ad ottenere una risposta su cui mi trovo pienamente d’accordo: questa cosa del “quanto ci vuole a fare una canzone” è indubbiamente un inganno e non è assolutamente una garanzia del livello di riuscita del brano, dato che ci sono brani scritti di getto che valgono 10, 20, 30 volte brani su cui si è battuta la testa chissà quante volte. Immagino ve ne sarete accorti anche voi, in particolare se avete mai provato a scrivere qualcosa.

Anche questo è il bello del rap, un genere musicale unico che continuerà sempre a stupirmi, anche grazie ad artisti come Mistaman.

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