L’arresto e la conseguente detenzione di Meek Mill stanno suscitando solidarietà trasversale da parte della comunità hip-hop. Ecco perché si tratta di una questione culturalmente spinosa

La sentenza di condanna da due a quattro anni di reclusione rifilata a Meek Mill, è vero, ha colto un po’ tutti di sorpresa.

Macchiatosi della colpa di aver violato i termini della libertà condizionata, il rapper di Philadelphia ha visto schiudersi davanti i cancelli del penitenziario, e quasi contemporaneamente – come accade di consueto in ambito hip-hop – è partita la campagna solidale che ha riunito molti dei suoi colleghi sotto lo slogan “Free Meek Mill”, alla quale ha aderito anche un pezzo grosso come Jay-Z, di solito schivo quando si tratta dei (numerosi) guai giudiziari in cui incappano rapper di ogni età e caratura, anche a lui vicini.

Forse spinto dall’orgoglio etnico per aver rinunciato alla testa dell’halftime show al prossimo Super Bowl, Jay s’è sentito in dovere di pronunciarsi anche sulla questione riguardante Meek, definendo la decisione del giudice “eccessiva” e “ingiusta”.

Potendo idealisticamente parlare con il boss della Roc Nation – e considerandolo più intelligente rispetto alla media conosciuta dei rapper, pronti ad urlare “Free Meek Mill!” per il solo gusto di disobbedire alla giustizia statale – ci verrebbe da chiedergli se non ritenga sia il caso di fare un salto oltre l’ovvio: se è vero, infatti, che il sistema giudiziario americano, fin dal giorno della sua costituzione, non ha mai esitato a mettere in difficoltà l’inerme fazione degli ex schiavi, è altrettanto vero che la parzialità dell’ordine non deve trasformarsi in cieco pretesto per delegittimare ogni verdetto.

Meek Mill (destra) e il suo avvocato, Brian McMonagle (sinistra), arrivano al Palazzo di Giustizia di Philadelphia, il 6 novembre scorso.

Alla fine della fiera, non dimentichiamolo, stiamo parlando di infrazioni che Meek Mill ha effettivamente commesso: nonostante i processi relativi ai suoi ultimi due arresti – uno per aggressione a St. Louis e uno per guida spericolata a New York – siano stati abrogati ancor prima dell’istruzione, il giudice ha ritenuto necessario internare l’ex fidanzato di Nicki Minaj, attenendosi ai fermi e alla condotta dell’imputato nell’ultima decade, che l’ha visto violare la libertà vigilata a ripetizione e, ci sia concesso aggiungere, in modo piuttosto stupido.

Dunque, per quanto un qualsiasi tutore della giustizia a stelle a strisce preferirà sempre lasciare in libertà un poliziotto omicida piuttosto che assolvere un innocente dalla pelle scura, è forse il caso d’invitare i diretti interessati a non sfidare troppo la sorte, un po’ per contegno personale e un po’ per le comprovate velocità alternate dei tribunali, perché la sfiducia verso un sistema corrotto non può trovare alcun sollievo nella guida in stato di ebbrezza o nel porto d’armi abusivo. Non c’è niente di costruttivo in tutto questo.

Aizzare le folle contro una scelta procedurale magari controversa ma condivisibile è enormemente svantaggioso, oltre che soggetto a visioni non univoche, se pensiamo alla battaglia molto più grande – e quella, sì, sacrosanta – che l’uomo nero sta ancora cercando di combattere negli Stati Uniti di Donald Trump, ripiombati nel tempo di un’elezione ai giorni bui di fine anni ’50.

La comunità afroamericana non può permettersi di compromettere la propria crociata per prendere le difese di un malerba qualunque, anche perché i famigerati suprematisti bianchi non aspettano altro che una punta d’irresponsabilità per accusare i neri di pretendere un’indulgenza puntuale e sommaria.

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